Un sogno, che troppo spesso, sul più bello, svanisce. Il 5 maggio 2002 all’Olimpico Alessandro Nesta ha indossato, per l’ultima volta, la fascia da capitano in una partita ufficiale con la Lazio. Quella gara è passata alla storia per lo scudetto che l’Inter vide svanire improvvisamente, ma quel giorno racchiude anche una maledizione tutta biancoceleste. Perché il sogno di ogni tifoso è vedere un romano, possibilmente laziale, con quella fascia ben stretta legata al braccio. Come successo il 9 marzo 2015, quando, durante un Lazio-Fiorentina (vinto 4-0) a una manciata di minuti dalla fine, Mauri, lasciando il campo, diede la fascia al promettente Cataldi. A dare il benestare al passaggio di consegne, simbolico e significativo, fu Radu, che in campo era il vice-capitano. Una decisione che emozionò: doveva essere la prima di tante volte. Ma qualcosa è andato storto.
LAZIALITA’ Nel corso della storia la Lazio ha sfornato tanti talenti, ai quali il pubblico si è sempre legato. Perché la gente ha voglia di immedesimarsi, di sentirsi partecipe. Da Giordano a Manfredonia, passando per D’Amico, Di Canio, Di Vaio e Nesta, ognuno di loro sembrava destinato a diventare un simbolo. In realtà, a modo loro, lo sono diventati tutti, ma poi qualcosa li ha sempre strappati dal proprio destino. Il laziale, pur non ammettendolo, questo lo soffre. I vari Di Bartolomei, Conti, Totti e De Rossi (fino a Florenzi e Pellegrini) sono esistiti anche in biancoceleste, ma non sono riusciti a realizzarsi appieno. Perfino Nesta, il capitano più vincente della storia laziale, ha raggiunto i più grandi successi lontano da Roma.
NUOVE LEVE A imporsi in biancoceleste non è riuscito De Silvestri, non è riuscito nemmeno Firmani, che però arrivò già maturo. Segno che non basta venir fuori dal settore giovanile come i vari Keita e Strakosha, la gente sogna il romano, il laziale. Cataldi doveva essere l’uomo del destino, ma la pressione lo ha schiacciato. La società non crede più in lui, al punto che ora viene usato come merce di scambio (per esempio nella trattativa per Acerbi). Lo stesso vale per altri ragazzi della sua generazione. Lombardi, che ha anche segnato all’esordio in A, per rabbia agonistica e passione poteva diventare un gregario importante. Poteva ricoprire un ruolo simile a quello che fu di Gottardi nella grande Lazio. Non era titolare, ma quando c’era bisogno (derby e finale di Coppa Italia del 1998) c’era. Anche lui però si è un po’ perso, così come Palombi. L’attaccante classe 1996 non ha sfruttato le (poche e sparse nel tempo) opportunità che Inzaghi gli ha dato fra Serie A ed Europa League. Sia Palombi che Lombardi in estate verranno ancora girati ad altre squadre. O usati pure loro come merce di scambio. Se però i giovani non si impongono, qualcosa, forse, sbaglia anche la società. Spesso i ragazzi si sentono soli, abbandonati a loro stessi, specie se vanno in prestito. Quel trasferimento non lo dovrebbero vivere come un primo distacco, una prima bocciatura, ma come un modo per tornare più forti e realizzare il proprio sogno. Ora tocca a Murgia, che dopo un’ottima prima stagione si è imbattuto in qualche critica (a volte eccessiva). Deve crescere insieme alla Lazio per arrivare a indossare quella fascia. E cancellare finalmente quel 5 maggio 2002. Evitando così che il sogno, sul più bello, svanisca ancora.
La Gazzetta dello Sport / Elmar Bergonzini