Qui il risultato non è l’unica cosa che conta, conta di più non mollare mai. Questa è la Lazio che tutti vogliono vedere, al di là di ciò che è accaduto e potrà ancora accadere. Per carità, i limiti ci sono, sono riemersi insieme al solito mal di big allo scadere. Ma il giorno dopo è minore l’amarezza, forse perché la sconfitta con la Juve in qualche modo sa di vittoria. Inzaghi ha ritrovato il coraggio e lo ha trasmesso ai suoi uomini. Tutti possono alzare la testa fieri: «Orgogliosi e soddisfatti – è il tam tam social da Formello – e presto ripagheremo l’amore dei nostri tifosi». Alla fine loro li hanno applauditi perché hanno lottato come i guerrieri. Perché hanno capito tutti cosa significa essere laziali: «Non come chi vince sempre, ma come chi non s’arrende mai», diceva Frida Khalo, citata ieri su Instagram da Immobile. Proprio lui, che il colpo di grazia alla Juve (il raddoppio) domenica sera lo ha fallito, incarna alla perfezione questo spirito. Poi però, una volta superato il meraviglioso lato romantico, bisognerà lavorare una volta per tutte sul cinismo. Perché una squadra che costruisce miriadi di occasioni (11 da gol contro le 5 della Juve, 17 a 6 i tiri) non può passare in vantaggio solo grazie a un autogol (di Emre Can) fortunato e poi gettare in 10 minuti al vento un successo sudato e strameritato.
GOL
Tranne i cambi (anche questi nel finale sbagliato, ma la panchina è quello che è), stavolta Inzaghi azzecca tutto. Parolo esterno lo ripaga (12 km percorsi) in maniera commovente, Leiva a centrocampo torna gigante. Deve però ringraziare anche l’aiuto prezioso di Milinkovic, pronto a sacrificarsi da mediano puro (12 palloni recuperati, 75 tocchi di palla) per far reggere alla Lazio tutto quel peso offensivo. A dire il vero, in ripiegamento, fa tanto anche Luis Alberto. Correa è devastante coi dribbling e, insieme allo spagnolo, con l’ultimo passaggio. Ma com’è possibile che questo maledetto pallone poi vada così poco dentro? Aumenta ancora la distanza fra i gol segnati nella scorsa stagione (56) e in quella attuale (30). Ne mancano quasi la metà, avete capito perché la Lazio ha 14 punti in meno delle scorsa stagione ed è settima? Non basta la fantasia al potere, non basta Immobile. Ecco perché in attacco era un dovere intervenire se la filosofia biancoceleste era quella di segnare più di quanto si subisce.
BIG
La società invece ha preferito tenere Caicedo e ancora medita sulle evidenti lacune dietro a destra. Stavolta c’è da dir poco (anche per le reti incassate sono praticamente le stesse dell’anno scorso) alla difesa, tranne a Strakosha nella solita respinta corta su Dybala. E’ vero, Bastos si fa superare ben due volte da Bernareschi, ma sino all’80’ era stato sempre sull’attenti. Così come Lulic asfaltato da Cancelo dopo il suo ingresso, nel finale poco lucido perché stanco. Nel 3-4-2-1 persino Wallace ha retto con qualche affanno, mica era facile tornare dopo anni a manovrare il centro. Inzaghi anche in questo ha avuto coraggio, insistendo con le riserve (diverse senz’altro da quelle bianconere) sul suo modulo. Già dopodomani sera tornerà Acerbi a guidarlo, ma lui stesso giura che non avrebbe saputo fare di meglio: «Ripartiamo da qui, con l’Inter in Coppa Italia ci aspetta una partita importante da vincere». Perché non sarà l’unica cosa che conta, ma con le big in quest’annata la maledizione continua. Ed è il caso, anche a livello psicologico, che per il futuro non diventi una malattia cronica. Ilmessaggero.it