Vola una tovaglia immacolata sul tavolo del flaco Menotti. Al Cafè St. Moritz lo aspettano come sempre e lui arriva puntuale all'una, saluta il giornalaio Carmelo, il barista Tito el'amico Sandro, calabrese e falegname in pensione. César Luis Menotti è una smilza e alta leggenda di 82 anni, indossa jeans, camicia bianca, giubbotto blu e mascherina nera. Alla pareti, una sua fotografia con la Coppa del mondo vinta nel '78 (quando lasciò a casa il 17enne Diego), un'altra con Maradona e un ritratto di Borges che veniva a fare colazione qui, sulle poltroncine di cuoio rosso. Quattro globi di luce calano dal soffitto. Dalla porta spalancata entrano una magnifica luce primaverile e non poco vento. La malinconia invade ogni cosa.
Maestro, da dove cominciamo?
«Sono sommerso dal dolore, come se fossi coperto di merda. Cominciamo da qui».
Chi era per lei Maradona?
«Era immortale ma non era dio, non era un modello morale e non voleva esserlo, non eraneanche Pelé. Era un ragazzo che aveva sofferto e un uomo che voleva vivere a modo suo. Quandogiocava, sì, è stato il più grande del mondo».
Quando vi siete conosciuti?
«Lui aveva 15 anni, sono stato a casa dai suoi vecchi, ricordo la fidanzata Claudia che era una ragazzina. L'ho allenato per sei anni, la mia testa è piena delle nostre vite insieme. Sono stato con lui ovunque.
Dopo Barcellona, Diego andò a Napoli e io tornai a casa. Aiutava tutti. Non era un leader, questa parola non mi piace: era un compagno, era la squadra, con lui si giocava in dodici. Era il migliore».
Ma non era Pelé, secondo lei.
«La pantera è di un altro pianeta, lasciamolo fuori. Ma Diego col pallone ha fatto cose incredibili».
Non bastarono al Mundial dell'82.
«Senza le marcature criminali di Gentile e Tardelli, e senza quell'arbitro Rainea, forse ce l'avremmo fatta».
Per un argentino, Messi quanto è accostabile a Maradona?
«Leo sta con i più grandi di sempre, certamente. Mi piacerebbe che chiudesse la carriera qui, da noi, dove in fondo ha giocato poco. Sarebbe prezioso per tutta la nostra gioventù che segue ilcalcio. Soltanto, spero che non torni ai Newell's Old Boys perché io sono un vecchio tifoso del Rosario Central».
Maradona è stato un artista maledetto.
«Dopo la squalifica per doping del '90, mi disse: "Io devo essere infelice". Era contento solo in campo».
Si aspettava questa morte?
«In passato sì, non mi avrebbe sorpreso, ma non ora. La notizia mi ha sconvolto, sapevo che Diego aveva superato l'operazione alla testa, ero fiducioso nel suo ennesimo recupero».
Se n'è andato da solo, abbandonato, in una casa senza neppure il bagno.
«Una follia, per me il dolore più grande. Gli hanno succhiato il sangue. Però mi feriva anche vedere come si era ridotto negli ultimi mesi. Andò ad allenare il Gimnasia e non si reggeva neppure in piedi».
Tutto sembrava uno show.
«Le leggi dello spettacolo, dover essere sempre sul palcoscenico. Diego a un certo punto era diventatoun personaggio televisivo, aveva il suo programma, era anche bravo, ci sapeva fare, però nemmeno lìera felice».
Come spiega questo precipizio?
«Credo fosse maledettamente difficile essere Maradona, me ne sono accorto negli anni che abbiamo trascorso insieme. Doveva accettare continui compromessi, era circondato da tanti, però credo che in pochissimi gli volessero bene».
Da quanto tempo non lo incontrava?
«Almeno dieci anni, forse di più. Non voleva più vedere la gente, e penso che anche in questo meritasse rispetto. Io non l'ho più disturbato. Era irraggiungibile».
Tanti hanno detto: ah, se fosse stato una persona diversa.
«Che stupidaggine, è un'offesa. Siamo tutti come siamo: non basta?».
Crede che l'infelicità di Diego venisse da lontano?
«Penso che avesse paura di non essere più amato e questo era impossibile. Gli dicevo: hai tutto, sei Maradona, hai figlie bellissime. La sua ansia era ingovernabile.
Qualcuno ha detto che era come se ogni giorno pensasse di dover segnare un gol agli inglesi. Una condanna».
Cos' ha significato quest' uomo per l'Argentina?
«È appartenuto a noi ma anche a Barcellona e a Napoli. Perché era generoso, era una forza emotiva».
Com' è stato, assistere da lontano al suo sgretolamento?
«Molto brutto. Era malato, eppure per me era stato il ritratto della salute, un ragazzo portentoso anche fisicamente, per esempio quando vincemmo il mondiale giovanile nel '79. Purtroppo nel tempo si è maltrattato, e il corpo umano alla lunga non lo permette».
Napoli sta soffrendo quanto Buenos Aires, forse di più.
«Siamo anime gemelle. Lo so dai tempi di mio nonno che era fiorentino, si chiamava César come me edera una specie di ingegnere, un costruttore. Anche Maradona è un cognome un po' italiano».
Vi conoscevate più o meno da 45 anni: c'è spazio per qualche rimpianto?
«Ho un sogno impossibile: rivederlo ancora».
La morte prematura di Diego alimenterà la sua leggenda?
«Lui era leggendario già in vita, una cosa rara. E ogni suo anno ne valeva tre normali. Tutto era di un'intensità spaventosa, insostenibile».
Non ha fatto in tempo a diventare vecchio, e meno che mai saggio.
«Altra sciocchezza. Invecchiando si perde la voglia e non si guadagna niente».
Hanno scritto che ha smesso di vivere quando ha chiuso col calcio.
«Se n'è andato tante di quelle volte da farci credere che la morte vera, alla fine, non sarebbearrivata mai».
la Repubblica