L’ereditarietà dinastica dei troni della Lazio si acquisisce per meriti. Baroni è ancora all’inizio del cammino, queste prime fantastiche conquiste lo catapultano nel futuro dal passato. Una cosa è sicura, è riuscito a far cambiare marcia alla Lazio. E’ un bel personaggio perché personaggio non è, per questo è speciale. E’ un tecnico di enorme sostanza emotiva e tattica. Di umana sostanza. La Lazio depressa e confusa di fine maggio non aveva bisogno di un predicatore, ma di un padre che la coccolasse. E ora Baroni prova a ingrandire la sfida: «Siamo ambiziosi, vogliamo essere protagonisti fino in fondo in tutte le competizioni, ci teniamo. Ci sono giocatori all’altezza della situazione, attraverso il loro sacrificio nel lavoro mi hanno fatto capire che ci sono margini». La Lazio lotitiana aveva sempre lasciato qualcosa per strada, in campionato o in Europa. Quest’anno no.
Terza a meno 3 dal Napoli in campionato, prima in Europa League. La Lazio di Baroni è un’onda d’urto, fa impressione e vuole continuare a farla. Limite è una parola che non esiste: «Siamo in lotta con noi stessi, la sfida più bella è questa. Noi siamo ambiziosi, io, la squadra, la società, è più importante guardare il percorso». Baroni ha vietato di guardare la classifica: «La classifica ci fa piacere ma abbiamo una gara tondamentale contro una grande d’Europa, il Porto. Si butta la testa subito là dentro». Conosce anche lui la sindrome che spesso ha ricacciato la Lazio lontana dai sogni: «Tengo i ragazzi inchiodati sul lavoro e sulla prestazione, se si specchiassero e vedessero che stiamo facendo bene sarebbe il primo passo per volare di sotto». Dal basso in alto, per Baroni il viaggio è senza ritorno.Corriere dello Sport