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Ripensando a Felice: “La Lazio non è una squadra di calcio. La Lazio ti entra dentro, ti cattura, è lei che ti sceglie”

Non so a quanti giocatori sia capitato di diventare papà e vincere uno scudetto nello stesso giorno. Non so a quanti portieri sia capitato di incassare cinque gol in una partita eppure essere ingaggiati a fine campionato proprio dalla squadra più blasonata che glieli aveva segnati. Non so a quanti sportivi sia capitato di rispondere con una prestazione da 10 in pagella al dolore più grande della propria vita, la perdita imminente e ineluttabile di un “padre”. Non so a quanti uomini sia capitato di iniziare da operaio, studiare da geometra e diventare avvocato. Che è cosa diversa da nascere povero e arricchirsi strada facendo, quello capita e capita spesso. Significa avere dentro dell’altro, puntare su se stessi, credere in alti valori e vivere ogni attimo della propria vita e del proprio lavoro con gli stessi slanci di generosità, la stessa adrenalinica partecipazione.
Non  vi racconterò  nel dettaglio di chi sia stato Felice Pulici per la Lazio. Un campione d’Italia tra i pali prima e dietro la scrivania poi. Non c’è tifoso che non ne conosca le gesta in campo, non foss’altro per le immagini salienti e indelebili della cavalcata strepitosa del ’74 . Ricorderò solo che nella stagione precedente subì solo 16 reti in 30 partite, record ormai imbattibile nel calcio dei super-attacchi e del Var che li protegge. Merito condiviso con una difesa di ferro e un impenetrabile centrocampo. E che resta poi l’essenza di tanti siparietti successivi con Oddi e Wilson: “Non ci fossi stato io…”, diceva; “Senza di noi sai i gol che avresti preso!”, la risposta.

Era lui il capitano nella partita emblematica della stagione trionfale della banda Maestrelli: quel Lazio-Verona senza intervallo, maglie biancocelesti rimaste in campo invece di rifugiarsi negli spogliatoi, ad aspettare a pié fermo chi aveva osato sfidarle chiudendo il primo tempo in vantaggio all’Olimpico, quasi una lesa maestà. Lui concentrato tra i pali nel brusio di sorpresa, nel destino sospeso. Uno dei tanti eventi singolari, uno dei mille aneddoti che ancora accompagnano vividi quei nove mesi esaltanti. Il più gettonato la corsa di Felice verso il Santo Spirito al fischio finale di Lazio-Foggia:  mentre la Roma laziale impazzisce di tricolore, Pulici sta cercando in giro per l’ospedale le sue scarpe che l’emozionato magazziniere Esposito, detto “Pisello”, ha infilato per sbaglio tra la roba di Gigi Martini, portato d’urgenza dallo stadio in sala raggi per una clavicola malconcia e che ha due numeri di piede di meno. E Felice ha fretta di riprendersele, le sue scarpe, e di arrivare subito a Fiumicino per volare a Milano dove gli è appena nato il secondogenito, Gabriele. Il dottor Ziaco, il medico sociale vero alter ego dell’allenatore Maestrelli, scambierà quella visita “interessata” in ospedale per un encomiabile gesto di solidarietà verso il compagno malconcio. Ci hanno riso per anni, i reduci.

La scheda tecnica dice di Pulici Felice Mosè (sì, un nome spensierato e uno biblico) che fu il prototipo del portiere moderno, chiuso in nazionale da scelte geopolitiche e da colleghi eccelsi come Superdino Zoff e Castellini “il giaguaro”, due modi opposti di interpretare il ruolo che lui invece racchiudeva.  La parata più bella un volo che sembrava infinito fino all’incrocio dei pali e oltre a difendere il gol di Giordano in un derby vincente del ’76. Finito con una dedica strozzata dal pianto negli spogliatoi: non riuscì a dirlo proprio quel nome, Tommaso Maestrelli. Era il 28 novembre, il “maestro” sarebbe spirato quattro giorni dopo. Pulici continuerà a pagare ogni volta con il groppo alla gola il ricordo del suo allenatore, o di Cecco, o del Frusta, o di Giorgio, di quella trafila infinita di compagni strappati prematuramente alla vita.Non vi racconterò del come e del perché fu costretto a lasciare la Lazio, del come e perché poi vi ritornò a chiudervi la carriera da dodicesimo. Ci vorrebbero pagine e pagine di una storia che lui non amava raccontare. Troppe amarezze.

Proverò piuttosto a dirvi cosa sia stata la Lazio per Felice Pulici. Un’amica dolcissima, l’amica del cuore, l’amica di una vita, l’amica segretamente amata nonostante i capricci, gli sbuffi, le sbandate, i tradimenti, le scenate, le rotture unilaterali che lo allontanarono a intermittenza, prima da calciatore e poi da dirigente. Una vecchia amica che oggi compie 120 anni. C’è una frase molto significativa che gli appartiene e che la famiglia ha voluto fosse per sempre impressa nell’immaginetta distribuita al suo toccante funerale: “La Lazio non è una squadra di calcio. La Lazio ti entra dentro, ti cattura, è lei che ti sceglie, e come i giovani figli di Sparta attrae a sé solo chi è disposto a soffrire, perché quando c’è la Lazio di mezzo non c’è mai nulla di facile”. Quel giorno, ai titoli di coda, nella solita chiesa gremita come fosse San Pietro, la Lazio capì perché “aveva scelto” Felice, catapultandolo giù dal profondo Nord, un milanese che si è fatto romano, incredibile a dirsi.
Per questa amica, dicevo, Felice ha combattuto con le armi più efficaci. Mani nude e gambe potenti da giocatore, voce tonante da dirigente. Quello di cui ti fidi, quello che ti difende. Nessuno meglio di lui ha cavalcato la polemica, contro chiunque sporcasse la Lazio. Con i giornalisti cui, maniacalmente preciso com’era, non ha mai fatto passare una sbavatura. Ma era così esigente prima di tutto con se stesso, da farsi assolvere ampiamente, sempre stimare se non amare. In un libro che ho scritto sulla Lazio avevo ricordato come nel 2001 da dirigente avesse pagato lui per tutti nella vicenda del “passaporto falso” di Juan Sebastian Veron con qualche mese di inibizione. Per non farmela passare liscia, aveva perfino messo il post-it giallo alla pagina: “Ti sei dimenticato però un particolare – quasi mi aggredì appena mi vide – Che sono stato assolto in tribunale per non aver commesso il fatto…". Aveva ragione, ovviamente.

Teneva alla propria integrità morale. Ma in realtà per me era scontato, quella notazione era solo il passaggio di un discorso più ampio, perché volevo sottolineare che Felice ha sempre pagato di tasca sua, perfino letteralmente quando Chinaglia, da presidente, era oberato di debiti e non sapeva a quale santo votarsi. Ha sempre pagato lui il conto per eccesso d'amore. E quella volta, finito il rimbrotto, mi regalò una sua foto con dedica, perché il rancore non faceva per lui.

Una Lazio amica e a volte ingrata, ho scritto. Non un’amante: della serie “ha tradito la famiglia per il lavoro”. Raccontano che la signora Paola, sua moglie, appena partorito Gabriele si vide dunque portare in dono da Felice la maglietta nera col numero 1, ancora intrisa del sudore e del sogno degli ottantamila dell’Olimpico. E che la gettò a terra. E che quella maglietta sparì per anni in fondo a un cassetto. Ma lui era Felice solo accanto a lei, a Michela, a Raffaella, le due figlie, le donne della sua vita. Anche se è vero, a un’altra famiglia è davvero appartenuto, cominciava per Pulici e finiva per…Maestrelli. Per chi è laziale una filastrocca diventata mantra.

Vincenzo Cerracchio – Repubblica.it