Il calcio italiano rischia di perdere 100 milioni di euro di ricavi l’anno e di accusare «una sostanziale penalizzazione in termini di competitività nei confronti delle altre Leghe europee». Lo scrive l’AGCOM, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, in una «segnalazione» inviata al Governo dopo la definitiva entrata in vigore del divieto di pubblicità, e di sponsorizzazioni, dei giochi previsto dal Decreto dignità. Nel testo, si scrive anche, sempre relativamente agli effetti sull’industria del pallone, che a questo impatto «dovrebbe poi aggiungersi un effetto indiretto in termini di ripercussioni occupazionali su tutta la filiera che ne uscirebbe assolutamente indebolita rispetto a quelle straniere».
Tempo scaduto
Il settore della pubblicità per giochi e scommesse è infatti uno dei principali produttori di gettito per diversi club. Lo sport è uno dei settori su cui si scommette di più: gli ultimi dati, nell’ambito del recente report calcio presentato dalla Figc all’inizio di luglio, parlano di una spesa in Italia di circa 12,4 miliardi di euro con il calcio a coprire quasi tre quarti della torta (9,1 miliardi) e il tennis a inseguire distanziato, ma in crescita (2,1). Nell’ultimo campionato, come sponsor di maglia, un’azienda aveva per esempio investito sulla Lazio. La società di Lotito aveva potuto rispettare l’accordo stipulato in base al principio della salvaguardia dei «contratti in essere», con il limite temporale, però, di un anno. Limite che ora è scaduto. L’impatto riguarda anche i settori dell’editoria e delle tv. E in questo ambito, dice l’Agcom, ci sarebbe il problema di una concorrenza «zoppa»: in pratica, se il fornitore dei servizi media fosse stabilito in un altro Paese dell’Unione Europea, potrebbe dribblare il divieto «pur trasmettendo messaggi e contenuti in Italia».
«Strada sbagliata»
Il pronunciamento chiede al Governo un riordino legislativo della materia. È chiaro, nota il documento, che il problema del contrasto alla ludopatia esiste e va combattuto, ma per l’Agcom si devono introdurre strumenti più idonei ed efficaci per «contrastare il fenomeno nel rispetto dell’iniziativa economica privata». Viene indicata una strada: non un «divieto assoluto», della pubblicità, ma «una conformazione dei contenuti del messaggio commerciale, in modo da indirizzare i giocatori verso il gioco legale e verso comportamenti responsabili di gioco».
Legge contraddittoria
La sottolineatura in rosso riguarda anche la contraddizione fra «gioco legale» e «divieto di pubblicità» scelta dal decreto, fra i provvedimenti storicamente più sollecitati dal Movimento 5 Stelle, un po’ sul modello della lotta al fumo. Qui, però, gli effetti collaterali, della legislazione adottata, sono diversi. Gli «operatori» ascoltati dall’Agcom nel suo sondaggio denunciano la contradditorietà del provvedimento: da una parte si considera del tutto legittima l’attività di offerta del gioco a pagamento, sottoponendola a regime concessorio (quindi con specifiche autorizzazioni, ndr), dall’altro vieta qualsiasi forma di comunicazione commerciale ad essa relativa». Una situazione che viene evidenziata con il «rischio di creare un ostacolo all’esercizio dell’attività di impresa», violando la tutela garantita dall’articolo 41 della Costituzione. Inoltre, tra i punti toccati con maggiore spazio, anche la sanzione minima di 50mila euro per la violazione del divieto «risulta poco ragionevole e sproporzionata».
Legale batte illegale
Ma fra le questioni sollevate ce n’è anche un’altra, che riguarda la lotta al gioco clandestino. «Ci sono dati estremamente significativi sulla forte riduzione dell’offerta illegale negli ultimi anni in Italia, dovuta anche alla promozione e alla valorizzazione delle attività di gioco legale, nonché alla funzione educativa svolta proprio dalle comunicazioni sociali inserite nei palinsesti degli operatori». Vengono poi citati altri numeri all’insegna di un’ulteriore considerazione: la pubblicità sposta poco nelle intenzioni del consumatore e quindi i divieti rischiano di produrre risultati molto limitati nella lotta alla dipendenza da gioco. «L’indagine sul gioco d’azzardo realizzata dall’Istituto Superiore di Sanità evidenzia che solo il 19,3 dei giocatori che ha visto la pubblicità ha dichiarato di aver giocato in base a essa, mentre la restante parte ha dichiarato che la propria scelta di gioco non è stata determinata dal messaggio pubblicitario». Viene poi messo in evidenza che la ludopatia si manifesta nel cosiddetto machine gambling , che assorbe il 54 per cento di tutti i soldi, un terreno sul quale «la pubblicità ha un effetto quasi irrilevante sulla decisione di gioco».
La Gazzetta dello Sport