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AMARCORD

Piazza della Libertà, la Lazio dei pionieri e la “Spoon River” dello scudetto negato

(SPECIALE DE 'LA REPUBBLICA') – Se vi capita di passeggiare a Villa Borghese la domenica mattina, nel parco alle spalle della Galleria Borghese, il Parco dei Daini, e veder giocare una partita di calcio da due squadre di amatori, melting pot di etnie e generazioni, non sottovalutate quel campo di terra e polvere. Romani di mezza età e giovani sudamericani o magrebini, le maglie di qualsiasi colore e le porte prefabbricate, si sfidano ogni domenica mattina in quello che loro stessi chiamano "Il tempio". Magari senza sapere perché. Lì c'è una radice storica dello sport italiano, lì ha mosso i primi passi il calcio della Capitale.

Inizio Novecento, fino ad allora il football nel nostro Paese lo hanno giocato soprattutto i marinai inglesi scesi dai bastimenti nei porti di Genova (dove nel 1893 hanno fondato il Genoa Cricket and Football Club), Livorno, Napoli, Palermo.  A Roma c'è solo la Lazio, nata il 9 gennaio 1900 a Piazza della Libertà come società  di podisti che apprendono i rudimenti del calcio dai seminaristi del Collegio Scozzese e del Collegio Irlandese, con i quali si sfidano prima in Piazza d'Armi nell'attuale quartiere Prati e, dal 1906, al Parco dei Daini (in quella che allora si chiamava Villa Umberto) nei pressi della sede sociale, uno scantinato della Casina dell'Uccelleria. Il 27 gennaio 1901 la prima partita di football sperimentale della Lazio: vittoria per 1-0 contro il Veloce Club sul campo del Velodromo Roma, appena fuori Porta Salaria, e il 13 maggio del 1904 a Piazza d'Armi il primo derby contro il Club Sportivo Virtus (3-0 con tripletta del capitano Sante Ancherani).

Le maglie biancocelesti, i colori della Grecia, per onorare lo spirito olimpico, lo stesso che in quegli anni di inizio secolo spingeva ogni società sportiva a battezzarsi con nomi classicheggianti (Virtus, Fulgur, Spes, Audace, Fortitudo…), tutte tranne la Lazio che si ispira all'antico Latium Vetus, culla della civiltà latina e romana. E l'aquila, emblema supremo dell'impero romano. Lo spirito olimpico è nel dna dei primi atleti laziali, i pionieri.  Come Pericle Pagliani che segna molti record italiani, dai 10mila nel 1904 ai 5mila su strada l'anno successivo, ai 5mila nel 1908 quando vince anche i campionati italiani di corsa campestre. Partecipa alle Olimpiadi di Londra nel 1908, quelle della leggendaria maratona di Dorando Pietri.  Qualche anno prima, durante una gara a Carpi, era stato proprio Pagliani a ispirare Pietri che, vestito da garzone, aveva inseguito il podista della Lazio per buona parte della competizione.

Ma torniamo al calcio, altrimenti finiremmo per perderci  nella sterminata storia polisportiva della Lazio che vanta vicende e personaggi mitici. Negli anni Cinquanta, ad esempio, nelle piscine spopola Carlo Pedersoli (poi attore di successo con il nome d'arte Bud Spencer), primo italiano sotto il minuto nei 100 stile libero e centroboa nella pallanuoto. E nel ciclismo è Fausto Coppi a vestire la maglia della Lazio che nel 1945 accoglie il "campionissimo" reduce dalla guerra: quasi un anno di competizioni, con al fianco anche il fratello Serse, e sei vittorie prima del ritorno nella Bianchi. La mitica compagine ciclistica che, guarda caso, sfoggia una divisa da gara biancoceleste.

Torniamo al calcio dei pionieri, appunto (raccontato anche da un grande volume in libreria da qualche giorno: "S.S.Lazio. La Storia", di Fabio Argentini e Luca Aleandri, Goal Book Editore). Il drappello di ragazzi che nel 1908 partecipa per la prima volta a un torneo nazionale, superando i vari turni e aggiudicandosi le finali interregionali vincendo a Pisa tre partite in un solo giorno (alle 10, alle 14 e alle 16,30). Nel 1912 la Figc (Federazione italiana gioco calcio) vara il campionato italiano di prima categoria, cioè l'attuale serie A,e la Lazio conquista la finalissima nazionale in tre edizioni consecutive, aggiudicandosi il girone dell'Italia centrale e battendo la vincitrice del girone meridionale: nel giugno del 1913 perde per 6 a 0 con la Pro Vercelli, squadra simbolo dell'allora avanzatissimo calcio del Nord, sul campo neutro di Genova; nel 1914 la finale nazionale si gioca in due partite di andata e ritorno e in entrambi la Lazio viene sconfitta dal Casale (1-7 a Casale e 0-2 a Roma). La finalissima dell'anno successivo (mai giocata) è il cuore di questa storia, l'epopea dello "scudetto negato".

Il campionato italiano inizia il 4 ottobre 1914 e tra vari gironi del Nord, del Centro e del Sud, partecipano più di 50 squadre comprese Genoa, Juventus, Torino, Milan, Bologna, Internazionale, Hellas Verona, Naples e, appunto, la Lazio che da quell'anno disputa le partite casalinghe nello Stadio della Rondinella appena costruito in classico stile inglese sotto i colli dei Parioli e inaugurato il primo novembre 1914. L'addio al Parco dei Daini dipendeva da un incidente dell'anno precedente, che era costato la revoca della concessione per l'uso del "tempio": una pallonata involontaria del calciatore Fernando Saraceni alla figlia del prefetto di Roma, Angelo Annatarone, che passava in carrozza nel parco durante una partita della Lazio.

Dopo i sei gironi eliminatori e i quattro gruppi di semifinale, al girone finale del Nord approdano Torino, Inter, Genoa, Milan e in quest'ordine di classifica si presentano al giro di boa tra le partite d'andata e di ritorno, tanto che il quotidiano L'Italia sportiva titola a tutta pagina: "Anche quest'anno il campionato ad una squadra piemontese?".  A fine maggio, quando rimangono da giocare solo i ritorni di Inter-Milan e Torino-Genoa, la classifica recita: Genoa punti 7, Torino 5, Inter 5, Milan 3. Nel frattempo il girone finale del campionato dell'Italia Centrale, dopo i due gruppi iniziali che avevano qualificato rispettivamente Pisa, Lucca, Roman e Lazio, se lo erano aggiudicato i biancocelesti conquistando così automaticamente  il diritto a partecipare per il terzo anno consecutivo alla finalissima nazionale perché Naples e Internazionale di Napoli (le due squadre che si giocavano il titolo del Sud) erano state squalificate dalla Figc per irregolarità di tesseramento.

Con la Lazio prima finalista del campionato nazionale e in attesa di conoscere il nome della concorrente settentrionale, la storia (quella con la "S" maiuscola) il 23 maggio 1915 volta drammaticamente pagina: l'ambasciatore a Vienna, Giuseppe Avarna, consegna la dichiarazione di guerra dell'Italia all'impero austroungarico. E' l'inizio della Grande Guerra, la carneficina che perderà per sempre 650mila soldati italiani, ferendone e mutilandone oltre un milione."Concordia parvae res crescunt" è il motto della Lazio: "Nell'armonia le piccole cose crescono" dice la frase di Sallustio, che come un tragico monito nella versione completa prosegue con il suo opposto, "nel contrasto anche le più grandi svaniscono". Tra il 1915 e il 1918 svanirà ancora una volta l'innocenza del mondo e nel baratro finiranno anche i ragazzi del football. Mobilitazione generale e campionato sospeso. A casa torneranno in pochi.

Tra atleti e dirigenti delle varie sezioni sportive della Lazio, scrivono Emiliano Foglia e Gian Luca Mignogna nel libro "Lo scudetto spezzato" (Goalbook Edizioni),  in circa 300 partirono per la Grande Guerra: secondo le ricerche di LazioWiki contenute nel volume "Dal Tevere al Piave" (Eraclea) ne morirono 32 e altri 12 rimasero feriti. Tutti si coprirono di una gloria agli antipodi di quella delle vittorie sportive: 25 Medaglie d'Argento al Valore Militare, 38 di Bronzo e 14 Croci di Guerra. Tra i caduti laziali, quattordici avevano giocato nelle squadre di calcio delle varie categorie, alcuni parallelamente ad altri sport.

Ecco la "Spoon River" del football biancoceleste: Giorgio Bompiani, 26 anni, tenente dei bersaglieri caduto in combattimento a Castelnuovo di Sagrado, Gorizia; Ernesto Bonaga, 21 anni, sottotenente di fanteria morto a Dosso Faiti (Slovenia); Alberto Canalini, 35 anni, battaglione ciclisti, disperso a Jamiano sul Carso; Manlio Cianconi, 24 anni, ufficiale di fanteria caduto a Col d'Asiago; Renato De Censi, 26 anni, marinaio cannoniere morto nel 1919 nell'affondamento del piroscafo San Spiridione; Orazio Caggiotti, 25 anni, capitano dei bersaglieri, caduto nella battaglia del Monte Pecinka (Slovenia); Lorenzo Gaslini, 28 anni, sergente dei granatieri di Sardegna e poi pilota d'aviazione, deceduto per una malattia contratta in guerra; Enrico Laviosa, 19 anni, sottotenente d'artiglieria, Monte Vodice Zagomilla (Gorizia); Fulvio Massini, 20 anni, aspirante ufficiale di fanteria caduto sulle alture del Solber; Andrea Teodoro Molina, 20 anni, fante disperso nei combattimenti sul Col di Lana; Camillo Monetti, 26 anni, sergente maggiore di fanteria, morto per le ferite nell'ospedale militare di Udine; Luigi Riccardi, 22 anni, sottotenente di fanteria morto a San Martino del Carso; Pier Italo Rivalta, 26 anni, tenente di fanteria morto in un campo di prigionia ungherese; Mario Rotellini, 24 anni, tenente di fanteria caduto sull'Altipiano di Asiago.
Oltre ai 14 calciatori, 18 caduti tra i dirigenti e gli atleti biancocelesti delle altre discipline: Arnaldo Ausenda, podista; Gaetano Chiesa, podista; Carlo Giovanni Colombo, dirigente; Ugo Conti, dirigente; Rodolfo De Mori, podista; Federico Di Palma, dirigente; Giovanni Kustermann, nuoto; Mario Malnate, podista; Armando Marcucci, podista; Florio Marsili, nuoto e canottaggio; Mario Massetti, podista; Ottorino Massetti, podista; Valerio Mengarini, nuoto e podismo; Pietro Nazari, podista; Giovani Pandolfi De Rinaldis, podista; Clemente Pansolli, podista; Gaetano Piergallini, podista; Paolo Spingardi, dirigente.

In memoria di tutti i caduti della Lazio nella Grande Guerra, allo Stadio della Rondinella nel 1925 viene collocata una targa poi andata perduta. Il campo durante il conflitto era stato trasformato in "orto di guerra" per sfamare i romani e per questo, ma anche per aver creato una sezione femminile che accudiva i figli dei soldati, nel 1921 un Regio Decreto del governo Giolitti assegna alla Lazio la qualifica di "ente morale" riconoscendone i meriti sociali, culturali e sportivi. Anche il campo che oggi ospita le partite del Genoa, l'altra candidata alla vittoria del campionato "spezzato", cela un piccolo-grande segreto in onore dei calciatori scomparsi in guerra: la Medaglia d'Argento al Valore Militare di Luigi Ferraris, primo giocatore genoano caduto in combattimento sull'Alpe di Malegna, interrata sotto la porta ai piedi della Gradinata Nord dello Stadio Marassi intitolato alla memoria del centrocampista rossoblù nel 1933.

Altri sei genoani non tornarono dalla Grande Guerra, come molti calciatori di tutte le squadre italiane. Quando alla fine del 1919 la Figc si riunì per deliberare l'esito del campionato 1914/15, la scelta fu quella di non disputare le due partite mancanti del girone finale del Nord e la finalissima nazionale, omologando la classifica provvisoria settentrionale con il primo posto del Genoa al quale venne assegnato d'ufficio anche il titolo nazionale, senza prendere in considerazione inspiegabilmente la Lazio, campione del Centro-Sud. Il beneficio d'inventario in questa ricostruzione è d'obbligo perché, come dimostrato da una enorme mole di studi, della delibera con la quale la Figc consegnò lo scudetto al Genoa parlarono solo i giornali dell'epoca e non esiste alcun  documento ufficiale. L'unica certezza è che la finale nazionale non fu mai giocata.

Il dilemma potrebbe essere sciolto ora, dopo più di un secolo, dalla stessa Federazione gioco calcio che, spinta da una petizione popolare per l'assegnazione ex aequo del titolo italiano 1914/15 a Genoa e Lazio, ha incaricato una propria commissione storica di studiare e risolvere ufficialmente il caso. In tempi di svilimento della memoria e di effimere contrapposizioni calcistiche, sarebbe un bel segnale. Soprattutto pensando a chi, nell'assurdità di tutte le guerre del mondo ha bruciato e brucia ancora la propria gioventù.

La Repubblica

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DICHIARAZIONI

Sergio Cragnotti, dai colpi di mercato a Piazza Affari: “Così ho portato la Lazio sul tetto del mondo” (AUDIO)

SERGIO Cragnotti è nato lo stesso giorno e mese della Lazio, il 9 gennaio. Forse era scritto che dovesse diventare il presidente più vincente della storia biancoceleste, con 7 trofei in quasi 11 anni, dal febbraio '92 al gennaio 2003. Rilevò il club da Gianmarco Calleri e da lì iniziò un'avventura che lui definisce “un lungo film emozionante e bellissimo, con tanti colpi di scena”.

Presidente, fu una trattativa complicata quella con Calleri per comprare la Lazio?

“No, fu una cosa improvvisata, sorprendente, mica studiata per chissà quanto tempo. Io all'epoca sul calcio ero agnostico, avevo altri progetti, fu mio fratello Giovanni, super tifoso laziale, a convincermi: fu la sua passione ad accelerare l'operazione”.

E subito si presentò con un certo Gascoigne.
“Al di là del suo talento, l'acquisto di Gazza rappresentò per la Lazio un salto di qualità dal punto di vista del marketing. Per la prima volta la maglia biancoceleste era presente negli store delle squadre inglesi, a partire dal Manchester United. Era la più venduta. Gascoigne rese la Lazio famosa nel mondo”.

Però gestirlo non fu proprio agevole.
“In effetti…. Un episodio lo sintetizza bene: dopo le vacanze estive, il nostro team manager Manzini andò a prenderlo all'aeroporto di Fiumicino, solo che non lo vedeva e allora preoccupatissimo chiamò Zoff: 'L'aereo è atterrato ma lui non c'è'. All'improvviso notò un tipo alquanto in carne seduto come un viaggiatore qualsiasi: era Gazza, diventato rotondo come una palla. Irriconoscibile. Arrivammo a inventarci dei bonus per farlo dimagrire: si pesava ogni settimana, e se aveva perso un chilo o due scattava il premio. Cose così, insomma”.

Ma sul campo era uno spettacolo…
“Ricordo quel gol di testa nel derby del campionato '92-'93: perdevamo 1-0, lui segnò nel finale l'1-1. Era eccezionale in tutto. Mi diverte ancora oggi pensare al rapporto tra Gascoigne e Zeman, personaggi opposti. Ma nessuno sapeva confortarlo come Zoff, nei suoi momenti di depressione. Gli piangeva sulla spalla: 'Mister, tu sei un grande e io no…' ”.

 

A proposito di Zoff: con lei è stato allenatore, presidente, tutto.
“Era il simbolo della Lazio, rappresentava i valori di questa società. Io lo vedevo come figura di riferimento nella Fifa, doveva fare quella carriera lì, diventare un grande dirigente internazionale. Aveva l'immagine e la competenza adatte. Però lui preferiva il campo, mi diceva sempre che aveva bisogno di sentire il terreno di gioco sotto i piedi. Non era ambizioso, lo considero un limite per lui, ma il suo contributo nella Lazio è stato fondamentale”.

Dall'estate '92 al gennaio '98, quando andò via, Beppe Signori fu l'idolo dei tifosi laziali.
“Con lui iniziò l'escalation della mia Lazio verso i vertici del calcio italiano. Con Zeman formava un'accoppiata vincente. Fu un grande acquisto, diventò tre volte capocannoniere, segnava sempre. Mi dispiace che la sua storia con la Lazio sia finita male: ci furono delle incomprensioni con Mancini ed Eriksson e decise di andarsene. Il giorno della cessione, lasciò la sede di via Novaro da un'uscita secondaria, nascosto sotto una coperta nei sedili posteriori di un'auto: assurdo. Per quello che ha dato alla Lazio, meritava ben altro addio”.

In precedenza, nel giugno del '95, ci fu una sollevazione popolare perché lei aveva osato venderlo al Parma.
“Sì, l'operazione era conclusa ma successe un putiferio, migliaia di tifosi in strada, ho dovuto rinunciare. A Roma la piazza ha sempre tentato di condizionare le scelte della società. D'altronde va considerato che la tifoseria laziale era reduce da anni difficili, voleva godersi il campione e non era pronta per capire la mia strategia delle plusvalenze. Ora non si parla d'altro e le realizzano tutti i club, ma allora erano una novità assoluta. Cedendo grandi giocatori, io con le plusvalenze avevo un vantaggio sia dal punto di vista economico, del bilancio, sia da quello tecnico, per migliorare la squadra: perché poi i soldi venivano investiti per acquistare altri grandi giocatori. Come nel caso di Vieri…”.

Uno dei suoi colpi più importanti, nell'estate del '98.
“Allora le trattative non duravano sei mesi come adesso, con gli intermediari e il resto. Una mattina mi chiamò il direttore generale dell'Atletico Madrid, Miguel Angel Gil, il figlio del presidente, mi disse che avevano bisogno di vendere Vieri: 'Lo dico a te per primo: sei interessato?'. Io ero in vacanza, dissi di sì, mi raggiunse subito con l'elicottero a Porto Santo Stefano, trattammo sul mio yacht (il 'Florence', omaggio alla moglie Flora, ndr) e alle 20 dello stesso giorno era tutto fatto (per 50 miliardi di lire, più 7 netti all'anno all'attaccante, ndr). Il mio amico Franco Sensi non la prese bene…”.

Già, quella sera gli rovinò la presentazione della Roma all'Olimpico.
“Mi chiamò il giorno dopo con la voce affranta: 'Sergio, questa non me la dovevi proprio fare'. Ma non l'avevo assolutamente fatto apposta: non potevo immaginare che la notizia si sarebbe diffusa con quella velocità, pensavo sarebbe rimasta segreta fino al giorno dopo”.

Che duelli di mercato con la Roma, ai suoi tempi: su Stankovic vinse lei, Batistuta invece finì in giallorosso.
“Il centravanti della Fiorentina voleva venire da noi, era un pallino del ds Governato. Ma Sensi offrì una cifra altissima (70 miliardi di lire, ndr) e poi quell'anno vinse lo scudetto. Perché nel calcio funziona così: i grandi obiettivi si raggiungono solo con i grandi giocatori, altro che storie”.

Torniamo a Vieri. Appena un anno dopo il suo arrivo, fu ceduto all'Inter.
“Moratti mi offrì 90 miliardi. Alla trattativa partecipò Mancini (l'attuale ct azzurro visse l'estate '99 da dirigente, ndr), che mi diceva di chiederne 100: a me sembravano già tanti 90, mi vergognavo, chiudemmo a quella cifra. Settanta miliardi cash più Simeone valutato 20. Ma aveva ragione Roberto: Moratti sarebbe tranquillamente arrivato a 100”.

La delusione più cocente sul mercato?
“Ronaldo il Fenomeno. Io lavoravo da anni in Brasile, conoscevo tutto e tutti, per tanti mesi – quella volta sì – portammo avanti la trattativa con i procuratori: il fuoriclasse era praticamente preso quando arrivò Moratti e convinse Barcellona e agenti con cifre impossibili da contrastare. Peccato”.

Boksic invece, anni prima, lo soffiò alla concorrenza.
“Era l'estate del '93: io e Bendoni andammo da Tapie, presidente del Marsiglia, che era a Cala di Volpe e ci ospitò sul suo lussuosissimo yacht a 4 alberi. Chiudemmo l'affare in poche ore. Anche Alen era un personaggio difficile da gestire. Ricorda la notte di Dortmund?”.

Dica.
“Era la stagione '94-'95, stavamo giocando i quarti di Coppa Uefa con il Borussia. E lui a un certo punto uscì improvvisamente dal campo per andare al bagno. Tempo dopo, Signori mi raccontò che quella sera, prima della gara, Boksic gli aveva detto qualcosa tipo: 'Non mi va di giocare, non è serata'. Un'altra volta si arrabbiò pochi minuti prima di una partita perché sosteneva che la maglietta fosse troppo stretta. Era fatto così, Alen. Ma io lo amavo perdutamente: a Napoli vinse una partita da solo, una prestazione pazzesca. E in un contrasto ruppe il naso a Ferrara, uno tosto”.

Ciro Ferrara, altro giocatore che poteva diventare della Lazio.
“Sì, nel '94 stavamo per chiudere con gli agenti quando Zeman ci disse di bloccare tutto. Non era adatto al suo gioco a zona, scelse Chamot che aveva allenato a Foggia”.

Nell'estate '97, la svolta Eriksson-Mancini.
“Il ds Governato in realtà come allenatore voleva Ancelotti. Lo chiamammo, ma ci disse che lui, ex giallorosso, non si sentiva di passare dall'altra parte del Tevere, lo avrebbe vissuto come un tradimento. Allora puntammo su Eriksson e fu la nostra fortuna. Lui e Mancini cambiarono quella mentalità fatalista, molto provinciale, che c'era nella Lazio fino a quel momento. Sembrava che la scaramanzia contasse più del lavoro. Eriksson portò tutto il suo staff, tutti molto preparati e professionali. Comprammo mezza Sampdoria perché poi arrivarono Lombardo, Mihajlovic, Veron. Avevano una mentalità vincente che fece la differenza. Al di là delle doti tattiche, Sven era soprattutto un grande psicologo: aveva un rapporto speciale con i giocatori, sapeva capirli e parlare con loro anche nei momenti difficili”.

E Mancini?
“Decisivo nello spogliatoio, leader nato e persona molto intelligente. Quando smise di giocare, decise subito di diventare il vice di Eriksson. Non avevo dubbi sulla sua carriera di grande allenatore”.

Così nel 2000 arrivò lo scudetto.
“Ma lo avremmo meritato già l'anno prima: il titolo '98-'99 ci fu scippato dal Milan, fummo clamorosamente penalizzati dagli arbitri. Un furto, proprio. Che poi vincere all'epoca era davvero complicato: c'erano le sette sorelle, sette squadre fortissime. Ora invece ci sono solo Juve e Inter, anzi fino all'anno scorso soltanto la Juve…”.

Quella Lazio era prima nel ranking Fifa.
“Lo disse Ferguson: ho perso contro la squadra più forte del mondo. La vittoria della Supercoppa europea a Montecarlo, proprio contro il suo Manchester United, fu il momento più alto della mia gestione. Un'emozione indimenticabile. Tra l'altro tanti di quella squadra sono diventati bravi allenatori, compreso Simone Inzaghi che sta lavorando benissimo nella Lazio di oggi”.

La delusione più grande, invece?
“Quella Lazio doveva fare meglio in Champions League. Aveva ragione Eriksson: dopo lo scudetto, mi disse che la squadra andava cambiata tutta. Questione di motivazioni. I calciatori non affrontarono quella competizione con la giusta fame”.

Tra i campioni dello scudetto, perse Nesta e poi Nedved.
“Avrebbero potuto restare entrambi. Ad Alessandro avevo aumentato lo stipendio a 6,5 miliardi di lire, solo che Berlusconi quando voleva una cosa se la prendeva. Come Moratti. E Pavel dopo che avevamo trovato l'accordo con la Juve ci disse che non si vedeva con un'altra maglia. Piangeva. Allora gli facemmo firmare il rinnovo e lui contento regalò pure la penna a mio figlio Massimo. A quel punto chiesi a Moggi di strappare il modulo federale che sanciva la cessione. Poi il manager Raiola fece cambiare idea a Nedved e così Moggi, che quel modulo invece di strapparlo lo aveva conservato, se lo portò alla Juve. Un altro film, pure quello”.

E lei acquistò Mendieta per 90 miliardi, non proprio un affare.
“Vero, però all'epoca lo spagnolo era stato nominato per due stagioni di fila miglior centrocampista della Champions. Semplicemente, non si adattò al calcio italiano: può succedere. Certo quel Valencia era chiacchierato…”.

Per concludere, la sua Lazio fu la prima società quotata in Borsa.
“Sì, dal 6 maggio '98. Ho anticipato l'evoluzione naturale dei principali club di calcio, che ormai sono degli asset patrimoniali da valorizzare per soddisfare le aspettative degli azionisti. Il risultato economico conta più di quello sportivo. La Premier in questo comanda da anni: non a caso, il 10% del City è stato venduto per 500 milioni di dollari e il club vale 5 miliardi. E in Italia, il segreto del successo della Juve è soprattutto lo stadio di proprietà…”.

REPUBBLICA

SERGIO CRAGNOTTI A RADIOSEI

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PAROLA ALL'OPINIONISTA

‘QUELLI CHE…’ – Giordano: “Lazio, non dare per spacciato il Napoli. Mi aspetto una gara aperta” (AUDIO)

Bruno Giordano a 'QUELLI CHE…': "Il Napoli non mi sembra in difficoltà di gioco, ha pagato molto gli errori difensivi e la squadra è ancora condizionata mentalmente. Paradossalmente sarebbe stato meglio affrontarlo al San Paolo che in trasferta. Fuori casa potrebbero avere qualche pressione in meno. La Lazio resta in grande codnzione, è determinata e concreta. Non dobbiamo pensare ad un Napoli già con la testa altrove, perché nei grandi palcoscenici i giocatori si risvegliano. Lulic? Sarebbe un'assenza pesante, è un punto di riferimento per la Lazio. Al Napoli mancheranno comunque tanti pezzi, da Koulibaly a Mertens passando per i lungodegenti Ghoulam e Malcuit. Mi aspetto una gara giocata a viso aperto da entrambe le squadre, sulla falsa riga di Napoli-Inter. Ribaltamenti di fronte continui e tante verticalizzazioni. Centralmente i partenopei potrebbero soffrire molto, non hanno filtro. Gattuso? Allenatore semplice, non uno dei tanti scienziati che si vedono in giro. E' della stessa scuola di Inzaghi o Allegri".

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RASSEGNA STAMPA

Brescia-Lazio, i delegati confermano i ‘buu’ a Balotelli: palla al Giudice Sportivo

I 'buu' di cui si è lamentato Mario Balotelli in Brescia-Lazio sono stati confermati dai delegati della Serie A. Come riporta 'La Repubblica', è stata fornita una descrizione dei fatti nella relazione finale (per la Procurra Federale) del match sugli spalti, nella quale si farebbe riferimento ai famosi 'buu'. La Lazio ha precedenti abbastanza recenti, ovvero la gara di ritorno di Coppa Italia della scorsa stagione contro il Milan, nella quale finirono nel mirino Kessie e Bakayoko, rei di aver sbeffeggiato Acerbi e la maglia della Lazio nella partita d'andata. Ora la palla passa al Giudice Sportivo, c'è il rischio squalifica.

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DICHIARAZIONI

Crespo: “Felice per la crescita della Lazio, ma penso che possa finire la benzina…”

"Sono davvero felice del percorso di crescita della Lazio, dei successi in campionato e della Supercoppa". A parlare è Hernan Crespo, ai microfoni di Lapresse: "Credo che purtroppo arriverà il momento in cui finirà la benzina, ma voglio fare comunque i complimenti a Simone Inzaghi, Immobile e tutti gli altri ragazzi che hanno dimostrato di avere tanto carattere".

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APPROFONDIMENTI

Da tabù a specialità: Lazio regina delle rimonte

Da tabù a specialità, la Lazio è diventata professionista in rimonte. Dopo una stagione intera, la scorsa, senza aver mai vinto in rimonta, adesso reagire dopo un gol subito sembra la prassi. La Lazio per sette volte è passata in svantaggio, solo in un'occasione (a Milano contro l'Inter) non ha portato a casa punti. Il gol di D'Ambrosio è l'unica sconfitta, perché la Lazio ha pareggiato le gare contro Atalanta e Bologna e il derby d'andata con la Roma, dopo esser passata in svantaggio. Ha ribaltato e vinto le gare contro il Cagliari, il Brescia e la Juventus. 12 punti in 7 gare. 

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ESCLUSIVE

‘DOA’ – Nastri: “Affascinata dalla storia della Lazio, Lotito è geniale. Possiamo pensare in grande” (AUDIO)

Anna Maria Nastri, Responsabile Sviluppo Progetti e Business della Lazio, è intervenuta ai microfoni di Radiosei in 'Dove Osano le Aquile'. Figura nuova nell'organigramma societario, ha dato vita a progetti ambiziosi per il club biancoceleste negli ultimi mesi. “Sono affascinata dalla storia della Lazio, è meravigliosa, abbiamo valori unici in italia. Poche società al mondo possono vantarsi di essere 'ente morale'". 

I primi progetti. "Siamo partiti dal settore giovanile, abbiamo lanciato il progetto per la formazione post carriera dei ragazzi. Lo sport è l’unico mezzo di inclusione forte per i giovani, inclusione che è anche la parola chiave per il nostro lavoro nel calcio femminile. Stiamo iniziando una nuova attività con Aereoporti di Roma, per promuovere l’immagine della Lazio all’estero, oltre i nostri confini".

L'impatto con la comunicazione e il rapporto con il presidente. "Lavoro in sintonia con la De Martino e Diaconale, la Lazio ha sempre grande risalto sui primi quotidiani sportivi. Il presidente Lotito lo conoscevo, è una persona intelligente, geniale, che lascia i collaboratori liberi di agire senza fare distinzioni. Per me è fondamentale. La Lazio sta ripercorrendo la storia del Milan, ha fatto un percorso simile, con Berlusconi che prese i rossoneri in grande difficoltà per portarli poi al top. Adesso anche la Lazio può pensare in grande, può diventare fra le realtà più importanti in campo internazionale".

120 anni di storia, una serata di gala in una cornice suggestiva. "Abbiamo organizzato un evento a Castel Sant’Angelo, con cena ed incontro con le istituzioni. Verrà anche presentato il francobollo per il compleanno della Lazio. Festeggeremo i 120 anni di storia in armonia ed entusiasmo".

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DICHIARAZIONI

Immobile, rimpianto di Napoli: “Poteva andare in azzurro, ora vuole restare alla Lazio”

Ciro Immobile l’anima della Lazio, l’arma in più, l’uomo che fa sognare con i suoi gol. Sono 17 le reti messe a segno in 19 match di Serie A, 22 totali se si contano anche le 4 realizzate in Europa League. Ciro sta frantumando ogni record e i biancocelesti volano. L’agente del bomber, Alessandro Moggi, ai microfoni di Radio Kiss Kiss ha ricordato: “Prima di andare alla Lazio c’era l’idea Napoli, ma per i capricci di qualcuno il tutto si è concluso con un nulla di fatto. Parliamo di un’operazione da meno di 10 milioni di euro, ovvero 9 milioni e 400mila euro. Bisogna fare i complimenti alla competenza del presidente Lotito ed al suo massimo dirigente, ovvero Igli Tare”. E sul futuro di Immobile, Moggi è sicuro: “Ora sta bene alla Lazio, ha un contratto sino al 2023. Vuole rimanere”. Parole dolci per tutti i tifosi biancocelesti.

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FORMELLO

FORMELLO – Correa e Lulic out e si ferma anche Jony

Dopo la vittoria contro il Brescia di domenica la Lazio è tornata ad allenarsi. Assenti Joaquin Correa, sempre per la contusione al polpaccio, e Senad Lulic, che ha svolto degli accertamenti in Paideia per un problema alla caviglia sinistra, oltre ai soliti infortunati Jordan Lukaku e Vavro. A fine seduta si è fermato Jony dopo uno scontro, ha abbandonato il campo ma ancora non si hanno notizie. Domani appuntamento alle 11.00. tuttomercatoweb.com

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CALCIOMERCATO

Adekanye, ipotesi prestito in Olanda

Bobby Adekanye non ha proprio convinto mister Inzaghi. Il classe ’99 passato alla Lazio dal Liverpool quest’estate, potrebbe lasciare molto presto la Capitale. Secondo quanto riportato da Calciomercato.com, il ragazzo di Ibadan potrebbe tornare in patria, in Olanda, dove Tare ha diversi contatti. Qui il giovane potrebbe trovare la giusta continuità.

lazionews24