Francesco Acerbi gioca con tutto quello che ha: la straordinarietà del suo talento, l’immensità della sua forza, la leggerezza del suo sorriso, l’infinità della sua resistenza. Corre e accorre in aiuto, da paladino amatissimo. E’ un difensore arpionatore di palloni, è il ministro della difesa della Lazio, la meno battuta del campionato (21 reti). Ha fermato Ronaldo, idem Lukaku, fa sudare tutti, grandi e grossi, piccoli e sguscianti. Francesco Acerbi è tra gli insuperabili: in dribbling quest’anno l’hanno saltato solo quattro volte, meglio solo Bonucci (due). C’è lui dove c’è da salvare un gol, s’è visto domenica nel finale, quando Lukaku ha sparato a botta sicura e Acerbi, ventre a terra, ha fatto sbarramento col corpo, è stato come tuff arsi nel vuoto.
IL KARMA E IL BUNKER
C’è Acerbi dove c’è da aiutare gli altri, quando c’è da andare negli ospedali. E’ un donatore di sorrisi e speranze, per i più piccoli è un angelo del bene. E’ la sua classe, è la sua scorza a tenere in piedi la difesa della Lazio, ricoprendola di cemento l’ha resa un bunker assieme a Radu, Luiz Felipe, Patric o Bastos, aspettando Vavro. C’era bisogno di una guida e tutti loro gli si sono stretti attorno. Intercetta i missili e li sa scagliare, si ricorderà l’eurogol segnato contro il Torino. Difensore, battitore libero. Il signor Acerbi, tra un recupero e l’altro, s’è permesso il lusso di partecipare a quattro reti quest’anno (due gol di cui uno nel derby e due assist).
LA STORIA
Il processo di assunzione al ruolo di paladino laziale è iniziato dopo la partenza di De Vrij e s’è concluso in tempi brevi. La parabola ottimista della vita di Acerbi, calcisticamente ed emozionalmente, è tutta in questa frase: «Paura? Ho smesso di averne sei anni fa», diceva nel 2019. Nel 2012, quando giocava nel Milan, ha perso il padre: «Non sapevo più giocare. Mi sono messo a bere». E’ partito alla rincorsa dopo un’altra botta, il tumore al testicolo sinistro (2013) e la recidiva (al destro) dei mesi successivi, era già al Sassuolo: «Nella mia testa, ogni giorno, volevo sempre correre». Acerbi corre e rincorre, gioca e rigioca, le sue partite non conoscono fischi finali. Dal 2017-18 è il giocatore che ha firmato più presenze in A, sono 99, a Genova domenica saranno 100. Ne ha saltata solo una per squalifica.
LA FEDE
La sua forza è nata dalle fragilità. Non ha mai nascosto le sue ferite, le sue paure e le sue ansie, entrambe vinte. Non ha avuto timori nel raccontare che si fa seguire da uno psicanalista «per diventare migliore come uomo e come giocatore». Ogni volta che scende in campo alza gli occhi al cielo e prega a mani giunte, è una forma di preghiera intensa, fisica. La malattia l’ha reso più forte: «Può sembrare un paradosso terribile, ma il cancro mi ha salvato. Ho avuto di nuovo qualcosa contro cui lottare e sono ritornato bambino». E’ diventato grande alla Lazio dopo aver sprecato l’occasione Milan, dopo aver sentito dire che “la Juve vuole Acerbi”, che “anche l’Inter e la Roma vogliono Acerbi”. Ma niente. Aveva perso l’Italia, l’ha ritrovata. Il presente sta risarcendo i torti. Acerbi oggi ha 32 anni e vuole giocare fino a 38: «Ho qualche soddisfazione da togliermi con la Lazio, poi voglio fare l’allenatore». E torna in mente quel suo tweet per capire che allenatore sarà.
Gazzetta dello Sport/laziopress.it