Sinisa Mihajlovic, le sembra giusto che la lotta contro il cancro venga sempre definita come unaguerra, come una battaglia da vincere?
«Oggi, solo oggi, capisco la domanda. Ammalarsi non è una colpa. Succede, e basta. Ti cade il mondo addosso. Cerchi di reagire. Ognuno lo fa a suo modo. La verità è che non sono un eroe, e neppure Superman. Sonouno che quando parlava così, si faceva coraggio. Perché aveva paura, e piangeva, e si chiedeva perché,e implorava aiuto a Dio, come tutti. Pensavo solo a darmi forza nell'unico modo che conosco. Combatti,non mollare mai».
E chi non ce la fa?
«Non è certo un perdente. Non è una sconfitta, è una maledetta malattia. Non esiste una ricetta, io almeno non ce l'ho. Tu puoisentirti un guerriero, ma senza dottori non vai da nessuna parte.
L'unica cosa che puoi fare è non perdere voglia di vivere. Il resto non dipende da noi».
Perché ne «La partita della vita», la sua autobiografia, ha scelto di raccontarsi dal lettod'ospedale?
«Non avrei potuto fare altrimenti. Adesso siamo qui a parlare, sul terrazzo della mia casa,davanti alla città più bella del mondo, Roma, mentre fumo il mio sigaro. Mi godo ogni momento. Primanon lo facevo, davo tutto per scontato. Conta la salute, contano gli affetti. Nient' altro. Lamalattia mi ha reso un uomo migliore».
Chi è Cgikjltfr Drnovsk, 69enne senza fissa dimora?
«Al Sant' Orsola mi avevano dato questa falsa identità, per non attirare curiosi chedisturbassero altri malati. Dopo i primi due cicli di chemio, dimostravo altro che 69 anni.
Trovavo ironico quel senza fissa dimora affibbiato a me, che in ogni stadio ero accolto dal coro dizingaro di m…».
Le pesava?
«Sono un uomo controverso e divisivo, si dice così? E ci ho messo anche io del mio. Facevo il macho, dicevo cose che potevo tenere per me. Ma se faccio una cazzata, e ne ho fatte tante,mi prendo le mie responsabilità».
Qualcosa che invece non rifarebbe?
«Ottobre 2000, Lazio-Arsenal di Champions League. Da quando gioco a calcio ho dato e presosputi e gomitate e insulti. Succede anche con Vieira. Gli dico nero di m… Tre giornate disqualifica. Sbagliai, e tanto. Lui però mi aveva chiamato zingaro di m…per tutta la partita. Per lui l'insulto era zingaro, per me era m… Nei confronti di noi serbi, ilrazzismo non esiste…».
Quando capì che in Jugoslavia veniva giù tutto?
«Finale di Coppa di Jugoslavia 1990. Perdiamo contro l'Hajduk Spalato, gol di Boksic. Primadella partita, nel tunnel che porta al campo, Igor Stimac, croato, mio compagno di stanza nellanazionale giovanile mi dice: "Prego Dio che i nostri uccidano la tua famiglia a Borovo", che è ilpaese dei miei genitori».
Ricorda il primo incontro con Zeljko Raznatovic, detto Arkan?
«Quando io giocavo nel Vojvodina, al termine di una partita combattuta l'avevo insultato nonsapendo chi fosse. Quando mi ingaggiano alla Stella Rossa, mi convoca nella sua villa. Pensavo mivolesse ammazzare. Invece fu gentile, affabile. "Qualsiasi cosa ti serva, Sinisa, sai che puoi venireda me. Ti lascio il mio telefono". Nei miei anni a Belgrado l'ho frequentato per circa 200 sere all'anno».
La fascinazione del male?
«Forse all'inizio c'era anche quello, poi diventammo davvero amici. Quando morì, pubblicai il famoso necrologio che mi ha attirato tante critiche per il mio amico Zeljko, non per il comandante Arkan, capo delle Tigri».
Vuole che le legga i crimini di guerra del suo amico?
«Non condividerò mai quel che ha fatto, e ha fatto cose orrende. Ma non posso rinnegare unrapporto che fa parte della mia vita, di quel che sono stato. Altrimenti sarei un ipocrita».
Risponderà alla lettera aperta che in attesa della cittadinanza onoraria di Bologna le chiede didissociarsi dagli autori dei genocidi nei Balcani?
«No. Ho già detto quel che dovevo dire. Io la guerra l'ho vissuta dall'Italia, cercando di aiutare quanta più gente possibile. Una volta comprai il Messaggero . In prima pagina c'era la foto ditre ragazzi morti "vittime dei cetnici serbi". Ma uno di loro era un mio ex compagno di classe. Unserbo. I serbi hanno fatto schifo, come anche i croati.
Ma la storia è sempre scritta dai vincitori. Quindi, gli unici colpevoli siamo noi».
Si sente più serbo o italiano?
«Nel 2000, quando stavano per cominciare i bombardamenti per il conflitto in Kosovo, la mia famiglia era a Roma con me. Mio papà, un ex camionista, un uomo semplice, mi disse Sinisa, io torno a casa. Lo odiai per questo. Qui aveva tutto, e invece sceglieva la nostra casa semidistrutta in un paesino senza nulla? Ma erano le sue radici. Ci ho messo tanto a riconciliarmi con lui, ma poi hocapito».
Come andò l'incontro con Massimo D'Alema, all'epoca presidente del Consiglio?
«L'aveva organizzato Sergio Cragnotti, presidente della Lazio. Volevo fargli capire che ibombardamenti della Nato avrebbero provocato la morte di tanti innocenti. Fu cortese. Mi disse che non poteva farci niente. Quella era una guerra americana. Io non amo l'America, proprio no. Pensi che il midollo per il mio trapianto mi è stato donato da un cittadino statunitense. La vita è piena di sorprese».
Cosa ricorda del suo ritorno dopo la malattia?
«Venticinque agosto 2019. Prima di campionato a Verona. Peso 75 chili, ho solo 300 globuli bianchi in corpo. Imploro i medici di lasciarmi andare. Rischiavo di cadere per terra davanti a tutti e un paio di volte stavo per farlo. Nel sottopassaggio mi sentivo gli sguardi di compassione addosso. Quando mi sono rivisto in televisione, non mi sono riconosciuto».
Perché rischiare?
«Volevo dare un messaggio. Non ci si deve vergognare della malattia. Bisogna mostrarsi per quel che si è. Volevo dire a tutte le persone nel mio stato, ai malati che ho conosciuto in ospedaledi non abbattersi, di provare a vivere una vita normale, fossero anche i nostri ultimi momenti».
Chi è oggi Mihailovic?
«Un uomo che cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno. Tre giorni fa ho fatto gli esami,sangue, tac ai polmoni, midollo aspirato. Ogni volta mi prende l'ansia. Il prossimo controllo a giugno. Poi, due volte all'anno. Speriamo».
Non è stanco degli applausi e dell'affetto di tutti?
«Mi ha aiutato molto. Ma ora basta. Non vedo l'ora di tornare a essere uno zingaro di m…».
Il Corriere della Sera