Rino Saba, Paolo Ragnisco, Franco Pileri e Armando Polidori. Sono i quattro pionieri che hanno pensato la Virtus Roma. Che in principio, era il 1959, si chiamava Virtus Aurelia, e finanziava i propri campionati grazie alle geniali intuizioni di Ragnisco, il quale per trovare soldi per la causa riuscì anche a mettere in piedi una importazione di tappeti; lui, e qualche altro temerario, li andavano a prelevare in Afghanistan con una Volkswagen maggiolino.
Solo nel 1960 la Virtus Aurelia si affilierà alla Fip, così da festeggiare in questo anno infausto, il 2020, i 60 anni di vita. Di soli tappeti però non può vivere l'uomo e così nel 1972 arrivò l'accordo con il dopolavoro del Banco di Roma che inglobò la società per farne una squadra capace di aspirare a nuovi obiettivi.
Il giovanissimo Maurizio Polidori fu uno dei primi allenatori della nuova Virtus Banco di Roma, prima che nel 1976 arrivasse Nello Paratore, santone del basket e già CT della Nazionale. Il professore in due anni condusse il club in A2. La scalata era iniziata e nel 1979-80, sempre con Paratore, il Banco conquistò la serie A.
SCUDETTO. Poi ecco Valerio Bianchini in panchina, Larry Wright a guidare una pattuglia di italiani in cui spiccavano Gilardi, Polesello, Solfrini e Castellano. Arrivò un inaspettato e fantastico scudetto il 19 aprile 1983, quando Roma sconfisse Milano, davanti a 14.348 spettatori (record assoluto di presenze in Italia ndr) 97-83. L'anno dopo ecco la Coppa dei Campioni a Ginevra contro il Barcellona, quindi l'Intercontinentale nel 1984-85 e poi la Korac, con Mario De Sisti in panchina al posto di Bianchini, nel 1986.
Intanto, mentre per il PalaEur era passato un califfo della NBA come George Gervin, la Virtus, con il disimpegno del Banco di Roma, rischiò di scomparire. Fu rilevata dal gruppo Ferruzzi, era il1989. Furono gli anni degli investimenti folli con campioni come Ferry, Shaw, Radja, Mahorn, Cooper che giocarono a Roma. Arrivò solo la seconda Korac vinta a Pesaro nel 1992. Poi i guai giudiziari del gruppo Ferruzzi portarono il club nelle mani di Angelo Rovati. Nel 1993-94 giunse una poco onorevole retrocessione in A2 sul campo, ma la Virtus conservò comunque la A perché Corbelli, subentrato a Rovati, acquistò il titolo da Desio. Corbelli rivitalizzò l'ambiente affidando al giovanissimo coach Caja la squadra e riavvicinando la città al basket. Nel 2000, il presidente era Giovanni Malagò, la Virtus vinse il suo ultimo trofeo, la Supercoppa e Claudio Toti, che nel frattempo ne era diventato proprietario, nella stagione successiva assunse la carica di presidente.
Da quel momento a Roma sono arrivati grandissimi campioni: Myers, Santiago Tusek, Anthony Parker, Bodiroga, ra gli altri. In panchina si sono succeduti tecnici di spessore come Bucchi, Pesic, Repesa con la comparsata di Tanjevic come direttore tecnico. Non sono però arrivati titoli, erano gli anni del dominio di Siena e nell'estate del 2012 la società fu sul punto di non iscriversi. Invece Claudio Toti decise in extremis di darle un futuro. Con una squadra guidata da Gigi Datome, e con Marco Calvani in panchina, sfiorò lo scudetto perdendo contro la Montepaschi. L'anno dopo con Dalmonte in panchina, dopo aver rinunciato all'Eurolega, l'ultimo squillo di tromba con la semifinale playoff persa ancora contro Siena. Quindi un lento declino, l'autoretrocessione in A2 nel 2015. Il 20 aprile 2019 il ritorno in A con la vittoria su Legnano per 83-88 con Bucchi in panchina. La Virtus ora è solo un ricordo nella storia.
Il Corriere dello Sport