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120 volte Lazio, Raggi: “Dobbiamo dirlo, oggi ci celebra l’anniversario della Prima Squadra della Capitale”

Le parole del sindaco Virginia Raggi nel corso della festa per i 120 anni della Lazio a Castel Sant'Angelo: "Siamo raccolti qui per celebrare un anniversario importantissimo. Il 9 gennaio del1900 nasceva la prima squadra della Capitale, dobbiamo dirlo. Nasceva a Piazza della Libertà, dove ogni anno i tifosi si ritrovano per festeggiare un momento. La Lazio ha una storia particolare, ha attraversato momenti difficili e meno difficili. Ci sono stati anche gli scudetti, uno l’ho vissuto anche io ed è stata una grandissima emozione. Ci sono anni in cui si corre di più e quelli in cui si rallenta un po’. Giorni in cui si vince e giorni in cui si impara. Quest’anno ci sta regalando una serie di successi. Abbiamo visto belle giornate e belle vittorie. Con il presidente Lotito abbiamo avuto la possibilità di vederci a luglio, quando la Lazio ha vinto la Coppa Italia abbiamo vissuto un bellissimo momento in Campidoglio, la casa di tutti i romani. Ora siamo reduci da un’altra vittoria importante, quella della Supercoppa. Il campionato…non si dice, ma ci sta dando qualche soddisfazione. Questa stagione è iniziata con il piede giusto. Io, come sindaco di Roma, non posso che augurarmi il meglio. Auguri doppi, per l’anniversario e per altri grandi successi”.

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120 volte Lazio Castel Sant’Angelo, Tare: “Avanti così poi alla fine vediamo dove saremo”

Igli Tare, direttore sportivo biancoceleste, è intervenuto ai microfoni di Lazio Style Channel, 233 di Sky.

"La cosa più bella di questa sera sono i festeggiamenti dei 120 anni della Lazio in questa location. Stiamo andando bene, dobbiamo continuare così e vedere alla fine della stagione dove saremo".

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Paola Piola: “La Lazio contribuisce da 120 anni alla crescita dei giovani”

Paola Piola, la figlia del grande Silvio, re del gol biancoceleste, ha voluto omaggiare i 120 anni di vita della Lazio inviando una bella testimonianza di cosa sia il nostro Sodalizio al Presidente Generale, Antonio Buccioni (con cui compare nella foto a corredo).

Ringraziandola – a nome dell’intera comunità biancoceleste – per le parole cariche di umanità, pubblichiamo, di seguito, il testo del suo contributo. Un abbraccio, Paola!

“Carissimo Presidente

voglio riferirmi a te in questi termini in occasione dell’importante ricorrenza rappresentata dal fantastico anniversario della S.S. Lazio, anche se la nostra fraterna amicizia mi porterebbe a chiamarti, come sempre, Antonio.

Un traguardo prestigioso per continuità, impegno e risultati.

Conservo nel cuore lo sventolio di sciarpe e fazzoletti biancocelesti in occasione dell’incontro con Papa Francesco, famiglie festanti che mi hanno dato l’immediata dimensione delle tante discipline racchiuse nella Polisportiva, tutte importanti per l’apporto dato alla crescita dei nostri giovani.

Porto con me, e come non potrei, lo sventolio di una grande bandiera biancoceleste all’Olimpico, quella creata per ricordare mio padre, e custodisco tra i ricordi più cari le tante occasioni in cui avete onorato la sua memoria.

Silvio Piola ha vissuto nove stagioni fantastiche nella Lazio, anni fondamentali nella sua crescita come uomo ed atleta; ricordarlo significa continuare a credere nei valori di lealtà, abnegazione, rispetto, amicizia ed appartenenza che ha espresso nel campo e nella vita.

Concludo dicendo che mi piace moltissimo questa Lazio di mister Inzaghi, che ben esprime la forza del collettivo: un importante insegnamento ed incitamento al gioco di squadra, di cui nella vita ci stiamo dimenticando.

Auguri, auguri e cento di questi anni!
A te Antonio un abbraccio forte

Paola Piola

sslazio.org

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Lotito: “Lavoro per dare un futuro a chi ama questi colori. Un giorno società a mio figlio”

Ci siamo, è tutto pronto per il compleanno della Lazio. Sono 120 anni di storia, che tutta la squadra stasera festeggerà all’interno di Castel Sant’Angelo. Cena, torta e brindisi aspettando la mezzanotte, il 9 gennaio. Tutto diretto dal presidente Claudio Lotito, dal 2004 al timone della società più antica di Roma. Ai microfoni di Sky Sport per uno speciale che andrà in onda proprio in occasione dell’anniversario, il patron ha commentato ricordando il suo insediamento: “Ho fatto cose che ad oggi non sarei in grado di ripetere. Dissi di aver preso una squadra al funerale e di averla portata in una condizione di coma irreversibile e che puntavo a far diventare reversibile. Questa società non ha mai avuto un proprietario, in alcuni casi c’era pure il problema delle trasferte. In passato qualche tifoso ha interpretato male questo ruolo, sentendosi in diritto di decidere cose della società. Il motivo? Perché prima sono stati in qualche modo coinvolti”. Poi il messaggio d’amore per la squadra: “Amo dire che sono un presidente-tifoso e non un tifoso-presidente. Ho sempre cercato di mantenere in piedi un sistema che avesse la responsabilità della conduzione. Gestisco anche negli interessi degli altri, non sono una cicala che oggi esiste e domani no. Questa società la devo tramandare, spero che un domani sia mio figlio a proseguire questo percorso. Io devo fare in modo che tutti coloro che si identificano con questi colori abbiano la certezza di un futuro”.

corrieredellosport.it

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Sergio Cragnotti, dai colpi di mercato a Piazza Affari: “Così ho portato la Lazio sul tetto del mondo” (AUDIO)

SERGIO Cragnotti è nato lo stesso giorno e mese della Lazio, il 9 gennaio. Forse era scritto che dovesse diventare il presidente più vincente della storia biancoceleste, con 7 trofei in quasi 11 anni, dal febbraio '92 al gennaio 2003. Rilevò il club da Gianmarco Calleri e da lì iniziò un'avventura che lui definisce “un lungo film emozionante e bellissimo, con tanti colpi di scena”.

Presidente, fu una trattativa complicata quella con Calleri per comprare la Lazio?

“No, fu una cosa improvvisata, sorprendente, mica studiata per chissà quanto tempo. Io all'epoca sul calcio ero agnostico, avevo altri progetti, fu mio fratello Giovanni, super tifoso laziale, a convincermi: fu la sua passione ad accelerare l'operazione”.

E subito si presentò con un certo Gascoigne.
“Al di là del suo talento, l'acquisto di Gazza rappresentò per la Lazio un salto di qualità dal punto di vista del marketing. Per la prima volta la maglia biancoceleste era presente negli store delle squadre inglesi, a partire dal Manchester United. Era la più venduta. Gascoigne rese la Lazio famosa nel mondo”.

Però gestirlo non fu proprio agevole.
“In effetti…. Un episodio lo sintetizza bene: dopo le vacanze estive, il nostro team manager Manzini andò a prenderlo all'aeroporto di Fiumicino, solo che non lo vedeva e allora preoccupatissimo chiamò Zoff: 'L'aereo è atterrato ma lui non c'è'. All'improvviso notò un tipo alquanto in carne seduto come un viaggiatore qualsiasi: era Gazza, diventato rotondo come una palla. Irriconoscibile. Arrivammo a inventarci dei bonus per farlo dimagrire: si pesava ogni settimana, e se aveva perso un chilo o due scattava il premio. Cose così, insomma”.

Ma sul campo era uno spettacolo…
“Ricordo quel gol di testa nel derby del campionato '92-'93: perdevamo 1-0, lui segnò nel finale l'1-1. Era eccezionale in tutto. Mi diverte ancora oggi pensare al rapporto tra Gascoigne e Zeman, personaggi opposti. Ma nessuno sapeva confortarlo come Zoff, nei suoi momenti di depressione. Gli piangeva sulla spalla: 'Mister, tu sei un grande e io no…' ”.

 

A proposito di Zoff: con lei è stato allenatore, presidente, tutto.
“Era il simbolo della Lazio, rappresentava i valori di questa società. Io lo vedevo come figura di riferimento nella Fifa, doveva fare quella carriera lì, diventare un grande dirigente internazionale. Aveva l'immagine e la competenza adatte. Però lui preferiva il campo, mi diceva sempre che aveva bisogno di sentire il terreno di gioco sotto i piedi. Non era ambizioso, lo considero un limite per lui, ma il suo contributo nella Lazio è stato fondamentale”.

Dall'estate '92 al gennaio '98, quando andò via, Beppe Signori fu l'idolo dei tifosi laziali.
“Con lui iniziò l'escalation della mia Lazio verso i vertici del calcio italiano. Con Zeman formava un'accoppiata vincente. Fu un grande acquisto, diventò tre volte capocannoniere, segnava sempre. Mi dispiace che la sua storia con la Lazio sia finita male: ci furono delle incomprensioni con Mancini ed Eriksson e decise di andarsene. Il giorno della cessione, lasciò la sede di via Novaro da un'uscita secondaria, nascosto sotto una coperta nei sedili posteriori di un'auto: assurdo. Per quello che ha dato alla Lazio, meritava ben altro addio”.

In precedenza, nel giugno del '95, ci fu una sollevazione popolare perché lei aveva osato venderlo al Parma.
“Sì, l'operazione era conclusa ma successe un putiferio, migliaia di tifosi in strada, ho dovuto rinunciare. A Roma la piazza ha sempre tentato di condizionare le scelte della società. D'altronde va considerato che la tifoseria laziale era reduce da anni difficili, voleva godersi il campione e non era pronta per capire la mia strategia delle plusvalenze. Ora non si parla d'altro e le realizzano tutti i club, ma allora erano una novità assoluta. Cedendo grandi giocatori, io con le plusvalenze avevo un vantaggio sia dal punto di vista economico, del bilancio, sia da quello tecnico, per migliorare la squadra: perché poi i soldi venivano investiti per acquistare altri grandi giocatori. Come nel caso di Vieri…”.

Uno dei suoi colpi più importanti, nell'estate del '98.
“Allora le trattative non duravano sei mesi come adesso, con gli intermediari e il resto. Una mattina mi chiamò il direttore generale dell'Atletico Madrid, Miguel Angel Gil, il figlio del presidente, mi disse che avevano bisogno di vendere Vieri: 'Lo dico a te per primo: sei interessato?'. Io ero in vacanza, dissi di sì, mi raggiunse subito con l'elicottero a Porto Santo Stefano, trattammo sul mio yacht (il 'Florence', omaggio alla moglie Flora, ndr) e alle 20 dello stesso giorno era tutto fatto (per 50 miliardi di lire, più 7 netti all'anno all'attaccante, ndr). Il mio amico Franco Sensi non la prese bene…”.

Già, quella sera gli rovinò la presentazione della Roma all'Olimpico.
“Mi chiamò il giorno dopo con la voce affranta: 'Sergio, questa non me la dovevi proprio fare'. Ma non l'avevo assolutamente fatto apposta: non potevo immaginare che la notizia si sarebbe diffusa con quella velocità, pensavo sarebbe rimasta segreta fino al giorno dopo”.

Che duelli di mercato con la Roma, ai suoi tempi: su Stankovic vinse lei, Batistuta invece finì in giallorosso.
“Il centravanti della Fiorentina voleva venire da noi, era un pallino del ds Governato. Ma Sensi offrì una cifra altissima (70 miliardi di lire, ndr) e poi quell'anno vinse lo scudetto. Perché nel calcio funziona così: i grandi obiettivi si raggiungono solo con i grandi giocatori, altro che storie”.

Torniamo a Vieri. Appena un anno dopo il suo arrivo, fu ceduto all'Inter.
“Moratti mi offrì 90 miliardi. Alla trattativa partecipò Mancini (l'attuale ct azzurro visse l'estate '99 da dirigente, ndr), che mi diceva di chiederne 100: a me sembravano già tanti 90, mi vergognavo, chiudemmo a quella cifra. Settanta miliardi cash più Simeone valutato 20. Ma aveva ragione Roberto: Moratti sarebbe tranquillamente arrivato a 100”.

La delusione più cocente sul mercato?
“Ronaldo il Fenomeno. Io lavoravo da anni in Brasile, conoscevo tutto e tutti, per tanti mesi – quella volta sì – portammo avanti la trattativa con i procuratori: il fuoriclasse era praticamente preso quando arrivò Moratti e convinse Barcellona e agenti con cifre impossibili da contrastare. Peccato”.

Boksic invece, anni prima, lo soffiò alla concorrenza.
“Era l'estate del '93: io e Bendoni andammo da Tapie, presidente del Marsiglia, che era a Cala di Volpe e ci ospitò sul suo lussuosissimo yacht a 4 alberi. Chiudemmo l'affare in poche ore. Anche Alen era un personaggio difficile da gestire. Ricorda la notte di Dortmund?”.

Dica.
“Era la stagione '94-'95, stavamo giocando i quarti di Coppa Uefa con il Borussia. E lui a un certo punto uscì improvvisamente dal campo per andare al bagno. Tempo dopo, Signori mi raccontò che quella sera, prima della gara, Boksic gli aveva detto qualcosa tipo: 'Non mi va di giocare, non è serata'. Un'altra volta si arrabbiò pochi minuti prima di una partita perché sosteneva che la maglietta fosse troppo stretta. Era fatto così, Alen. Ma io lo amavo perdutamente: a Napoli vinse una partita da solo, una prestazione pazzesca. E in un contrasto ruppe il naso a Ferrara, uno tosto”.

Ciro Ferrara, altro giocatore che poteva diventare della Lazio.
“Sì, nel '94 stavamo per chiudere con gli agenti quando Zeman ci disse di bloccare tutto. Non era adatto al suo gioco a zona, scelse Chamot che aveva allenato a Foggia”.

Nell'estate '97, la svolta Eriksson-Mancini.
“Il ds Governato in realtà come allenatore voleva Ancelotti. Lo chiamammo, ma ci disse che lui, ex giallorosso, non si sentiva di passare dall'altra parte del Tevere, lo avrebbe vissuto come un tradimento. Allora puntammo su Eriksson e fu la nostra fortuna. Lui e Mancini cambiarono quella mentalità fatalista, molto provinciale, che c'era nella Lazio fino a quel momento. Sembrava che la scaramanzia contasse più del lavoro. Eriksson portò tutto il suo staff, tutti molto preparati e professionali. Comprammo mezza Sampdoria perché poi arrivarono Lombardo, Mihajlovic, Veron. Avevano una mentalità vincente che fece la differenza. Al di là delle doti tattiche, Sven era soprattutto un grande psicologo: aveva un rapporto speciale con i giocatori, sapeva capirli e parlare con loro anche nei momenti difficili”.

E Mancini?
“Decisivo nello spogliatoio, leader nato e persona molto intelligente. Quando smise di giocare, decise subito di diventare il vice di Eriksson. Non avevo dubbi sulla sua carriera di grande allenatore”.

Così nel 2000 arrivò lo scudetto.
“Ma lo avremmo meritato già l'anno prima: il titolo '98-'99 ci fu scippato dal Milan, fummo clamorosamente penalizzati dagli arbitri. Un furto, proprio. Che poi vincere all'epoca era davvero complicato: c'erano le sette sorelle, sette squadre fortissime. Ora invece ci sono solo Juve e Inter, anzi fino all'anno scorso soltanto la Juve…”.

Quella Lazio era prima nel ranking Fifa.
“Lo disse Ferguson: ho perso contro la squadra più forte del mondo. La vittoria della Supercoppa europea a Montecarlo, proprio contro il suo Manchester United, fu il momento più alto della mia gestione. Un'emozione indimenticabile. Tra l'altro tanti di quella squadra sono diventati bravi allenatori, compreso Simone Inzaghi che sta lavorando benissimo nella Lazio di oggi”.

La delusione più grande, invece?
“Quella Lazio doveva fare meglio in Champions League. Aveva ragione Eriksson: dopo lo scudetto, mi disse che la squadra andava cambiata tutta. Questione di motivazioni. I calciatori non affrontarono quella competizione con la giusta fame”.

Tra i campioni dello scudetto, perse Nesta e poi Nedved.
“Avrebbero potuto restare entrambi. Ad Alessandro avevo aumentato lo stipendio a 6,5 miliardi di lire, solo che Berlusconi quando voleva una cosa se la prendeva. Come Moratti. E Pavel dopo che avevamo trovato l'accordo con la Juve ci disse che non si vedeva con un'altra maglia. Piangeva. Allora gli facemmo firmare il rinnovo e lui contento regalò pure la penna a mio figlio Massimo. A quel punto chiesi a Moggi di strappare il modulo federale che sanciva la cessione. Poi il manager Raiola fece cambiare idea a Nedved e così Moggi, che quel modulo invece di strapparlo lo aveva conservato, se lo portò alla Juve. Un altro film, pure quello”.

E lei acquistò Mendieta per 90 miliardi, non proprio un affare.
“Vero, però all'epoca lo spagnolo era stato nominato per due stagioni di fila miglior centrocampista della Champions. Semplicemente, non si adattò al calcio italiano: può succedere. Certo quel Valencia era chiacchierato…”.

Per concludere, la sua Lazio fu la prima società quotata in Borsa.
“Sì, dal 6 maggio '98. Ho anticipato l'evoluzione naturale dei principali club di calcio, che ormai sono degli asset patrimoniali da valorizzare per soddisfare le aspettative degli azionisti. Il risultato economico conta più di quello sportivo. La Premier in questo comanda da anni: non a caso, il 10% del City è stato venduto per 500 milioni di dollari e il club vale 5 miliardi. E in Italia, il segreto del successo della Juve è soprattutto lo stadio di proprietà…”.

REPUBBLICA

SERGIO CRAGNOTTI A RADIOSEI

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Crespo: “Felice per la crescita della Lazio, ma penso che possa finire la benzina…”

"Sono davvero felice del percorso di crescita della Lazio, dei successi in campionato e della Supercoppa". A parlare è Hernan Crespo, ai microfoni di Lapresse: "Credo che purtroppo arriverà il momento in cui finirà la benzina, ma voglio fare comunque i complimenti a Simone Inzaghi, Immobile e tutti gli altri ragazzi che hanno dimostrato di avere tanto carattere".

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Immobile, rimpianto di Napoli: “Poteva andare in azzurro, ora vuole restare alla Lazio”

Ciro Immobile l’anima della Lazio, l’arma in più, l’uomo che fa sognare con i suoi gol. Sono 17 le reti messe a segno in 19 match di Serie A, 22 totali se si contano anche le 4 realizzate in Europa League. Ciro sta frantumando ogni record e i biancocelesti volano. L’agente del bomber, Alessandro Moggi, ai microfoni di Radio Kiss Kiss ha ricordato: “Prima di andare alla Lazio c’era l’idea Napoli, ma per i capricci di qualcuno il tutto si è concluso con un nulla di fatto. Parliamo di un’operazione da meno di 10 milioni di euro, ovvero 9 milioni e 400mila euro. Bisogna fare i complimenti alla competenza del presidente Lotito ed al suo massimo dirigente, ovvero Igli Tare”. E sul futuro di Immobile, Moggi è sicuro: “Ora sta bene alla Lazio, ha un contratto sino al 2023. Vuole rimanere”. Parole dolci per tutti i tifosi biancocelesti.

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Lotito a ruota libera: “Immobile rappresenta la Lazio, Zarate il colpo che non rifarei. Tare? Una mia intuizione”

 Una lunga intervista a 'La Repubblica' del presidente Lotito, nell'imminenza del 120 anno della Lazio:Immobile? Rappresenta tutti gli spaccati della società: prima soffriva, qui ha trovato un ambiente familiare e le condizioni giuste per rifiorire. Inzaghi è un grande trascinatore e continua a crescere. Tare è stata una mia intuizione, ora ci lega un grande affetto, che è un valore aggiunto per arrivare a dei risultati. La Lazio, dopo la Juve, è il club che ha vinto di più: chi mi contestava, adesso si è ricreduto e questa è la mia vittoria più grande. Milinkovic è stato un colpo storico. Quando decisi di comprare la Lazio capii subito l’importanza e la responsabilità di gestire una squadra che, oltre ad essere da sempre quella del cuore, rappresentava il patrimonio storico sportivo e l’anima di tantissimi tifosi. Un grande onore, un’emozione forte. Quella che ho preso io aveva debiti, oggi abbiamo uno dei bilanci migliori in Italia e all’estero. Questo rappresenta il vanto e l’orgoglio del sottoscritto e del popolo laziale. I 9 giocatori acquistati in un giorno? Era il mio battesimo, il mercato chiudeva dopo pochi giorni e c’era la Supercoppa contro il Milan: alcuni di quei calciatori erano di grande valore, come Rocchi per esempio. Klose? Giocatore di grande talento. Noi, anche grazie a Tare lo abbiamo preso e messo nella condizione di esprimersi al meglio. E’ diventato anche il cannoniere più prolifico nella storia dei Mondiali. Zarate? Il suo riscatto a 22 milioni è una manovra che non rifarei. Il 26 maggio è stata una partita epica con un risultato che rimarrà negli annali. Irripetibile. Una squadra sulla carta più debole ma che riuscì nell’impresa e che mandò in delirio il popolo laziale. Fu l'apertura verso un nuovo ciclo. Mi auguro traguardi sportivi in Italia e all’estero. Diventare l’esempio su cui educare i giovani, portando il sorriso anche sui volti di chi è chiamato ad affrontare gli ostacoli della vita. Olympia? L’aquila è il simbolo del club ed era il miglior modo per identificarsi nel mondo biancoceleste, ne rappresenta la fierezza, l’orgoglio e la libertà di decidere il proprio destino“.

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Milinkovic: “Preferisco vincere prima, ma ora non ci poniamo limiti!” (VIDEO)

Nel post gara di Brescia-Lazio ai microfoni di Sky Sport ha parlato Sergej Milinkovic-Savic: “Non mi piace vincere negli ultimi minuti, ma questo dà un motivo in più per le prossime partite. Oggi abbiamo giocato un po’ lentamente con il Brescia che si è chiuso bene, poi abbiamo fatto qualche cross e abbiamo fatto gol alla fine. Lo Scudetto deve rimanere una parola a parte, guardiamo partita dopo partita. Con il Napoli abbiamo una gara difficile, ma abbiamo tutta la settimana per prepararla“. Il centrocampista serbo è intervenuto anche ai microfoni di Lazio Style Channel: “Quando vinci all’ultimo minuto è bello, ma sarebbe meglio segnare prima e finire più tranquilli. Io leader? Non mi sento così, giochiamo in undici più i tre che entrano. Siamo tutti uniti e vinciamo tutti insieme. Per me i gol non contano, l’importante è vincere”. laziopress.it

VIDEO MILINKOVIC ZONA MISTA – 

Al termine di Brescia-Lazio, il centrocampsita biancoceleste Sergej Milinkovic è intervenuto ai microfoni di Lazio Style Channel, 233 di Sky:"Abbiamo cercato il gol fino alla fine, avremmo dovuto trovare la via della rete prima del 91’ per arrivare meglio nella conclusione della sfida".

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Inzaghi come Eriksson: “Ci crediamo fino alla fine, punti molto importanti. Problema al polpaccio per Correa” (AUDIO)

Nel post partita di Brescia-Lazio, il tecnico biancoceleste Simone Inzaghi è intervenuto in conferenza stampa dallo Stadio Mario Rigamonti di Brescia:

“Il nostro segreto? Fare sempre la partita senza mai smettere di credere nella vittoria. I miei ragazzi oggi non hanno mai mollato ed alla fine abbiamo vinto. La gara di oggi era insidiosa e difficile, i ragazzi lo sapevano. Nel primo tempo saremmo dovuti essere più cinici, mentre nella ripresa avremmo dovuto far circolare la sfera più velocemente. Il Brescia era agguerrito ed aveva preparato al meglio l’incontro. Non abbiamo sviluppato il nostro solito gioco grazie anche all’ottima prova del Brescia.

Joaquin Correa è un ragazzo molto intelligente ed oggi ha svolto una grande prova. L’altro ieri Cataldi non stava benissimo, ormai eravamo abituati al gioco tra le linee di Luis Alberto e per questo ho scelto il Tucu. Ha portato a termine una grande partita, ha avuto un risentimento al termine della partita e speriamo non sia nulla di grave”

Al termine dell'incontro con il Brescia, il tecnico biancoceleste Simone Inzaghi è intervenuto ai microfoni di Lazio Style Channel, 233 di Sky:

“Oggi abbiamo svolto una buona prestazione in una gara non semplice. Il Brescia si è difeso bene, ma noi abbiamo creduto in questa vittoria fino alla fine. Questi tre punti sono importantissimi per la nostra classifica e per il nuovo anno. La squadra sta bene e si è ben comportata mettendo in campo quello che avevamo provato. Sapevamo che la gara sarebbe stata difficile, temevamo molto questa trasferta. Complimenti ai ragazzi per aver ottenuto questa vittoria fondamentale.

Oggi abbiamo cambiato qualcosa in corso d’opera, avremmo dovuto muovere più velocemente il pallone, ma le condizioni del campo non ci hanno aiutato. Queste gare nascondono sempre delle insidie. Segnamo sempre all’ultimo perché ci crediamo fino alla fine, Immobile è stato bravo a siglare questa rete importante. Joaquin Correa ha avuto un problema al polpaccio, speriamo non sia nulla di grave perché per noi è un giocatore molto importante”.

sslazio.it