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Inzaghi, ora o mai più: idea Cutrone per giugno?

ROMA Il futuro è adesso. Ancora tutto da scrivere. Perché non è vero che la parola fine tra Inzaghi e la Lazio sia già stata messa. Innegabile dire che delle frizioni con il presidente Lotito ci sono state e ci siano. Niente di insuperabile. Dodici partite di campionato e una semifinale di ritorno di coppa Italia per ribaltare o confermare i giudizi. Insomma o si fa la Lazio o si muore. La Champions è l'obiettivo fissato dal ds Tare e dal patron biancoceleste. La squadra allestita in estate ha tutte le carte in regola per arrivare quarta, spetta a Simone riuscirci. Detto così potrebbe suonare come un out out. Alzi la mano che non l'abbia pensato in quella conferenza stampa a reti unificate dove Simone fu definito un figlio e la Lazio una Ferrari. La realtà però assume infinite sfumature. Così come le parole pronunciate dal numero uno biancoceleste martedì scorso. Il suo «possiamo competere con chiunque, la Champions è un risultato importante, prestigioso, ma non è indispensabile» va interpretato da un lato come una frecciata a quei club che senza Champions sarebbero obbligati ad un pesante ridimensionamento e dall'altro sgravare proprio Inzaghi dalle pressioni. Potere della dialettica del presidente che con le parole tutto crea e tutto distrugge. Stare nei suoi pensieri non è semplice. Inzaghi sa che si trova ad un bivio della sua esperienza laziale. E' durato un anno in più dei suoi predecessori, il suo attaccamento ai colori l'ha trasformato in un baluardo della tifoseria. 
UNICA MISSIONETutto rose e fiori? Affatto perché per arrivare a vedere la luce in fondo al tunnel c'è ancora tanto da fare. Raggiungere la finale di Coppa Italia sarebbe già un traguardo importante. Chiaro che nella testa di tutti ci sia la Champions. La sua musichetta manda sotto il cielo biancoceleste da ben undici anni. Troppi. E troppe volte è sfuggita all'ultimo tuffo. Basti pensare allo scorso anno. E allora ecco che Inzaghi resta sospeso. Non ne giudizio. In quello è stato ampiamente promosso. Apoteosi dopo il derby. Ma il futuro non può e non deve passare solo dalla Roma. Bisogna fare un salto di qualità. E per farlo la Champions resta la via principale. Giugno è lontano e in due mesi e mezzo tutto può ancora succedere. I pensieri, però, non sono a senso unico. Anche Inzaghi riflette sul suo futuro. L'estate scorsa, non è un mistero, aveva parlato con il Napoli. Da un lato si sente pronto per il salto in alto da un altro le sue radici lo inchiodano a Roma. Difficile scegliere tra testa e cuore. E a guardar bene in Italia di panchine prestigiose libere al momento non sembrano esserci. Per ora però Simone si tappa le orecchie e va dritto per la sua strada. Ha una missione da portare a termine. Missione ulteriormente complicata da un calendario fitto di impegni. 
MANOVRE D'ATTACCOÈ vero il calendario nasconde tante insidie. La doppia di trasferta di San Siro contro il Milan però, tra coppa Italia e campionato, potrebbe essere l'occasione per pensare al futuro. L'asse Roma-Milano, o meglio, Formello-Milanello è molto caldo. I rapporti tra le società sono ottimi, ancor di più dopo l'elezione del presidente Scaroni in Lega. Lo scorso anno il presidente Lotito, su consiglio del ds Tare, rifiutò a due giorni dal gong del calciomercato 80 milioni di euro più Bonaventura per Milinkovic. E non è escluso che a giugno i rossoneri non possano tornare all'attacco per Sergej. In casa Lazio però non si pensa solo alle uscite. In entrata si fa il nome di Cutrone. L'attaccante classe '98, chiuso prima da Higuain e ora da Piatek, verrebbe di corsa a fare la spalla di Immobile. Non perché la panchina della Lazio sia più attraente di quella del Milan, ma perché sulla scia delle ultime stagioni la società biancoceleste ha capito di non poter spremere Ciro e assicurerebbe a Patrick più continuità in termini di presenze. La società rossonera sarebbe pronta ad accontentare la richiesta di Cutrone, che gradirebbe una trasferimento nella Capitale. Insomma, le condizioni perché la Lazio del futuro abbia una coppia d'attacco Nazionale esistono. L'unico ostacolo arriverebbe dal direttore sportivo Tare più incline a situazioni dall'estero, come Wesley del Brugges, che al made in Italy. 

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Lazio, carissima Champions

ROMA Champions si, Champions no. Una botta al cerchio, una alla botte. Lotito spinge sempre di più la Lazio verso il quarto posto, ma allo stesso tempo non ne farebbe un dramma finanziario se alla fine non dovesse centrarlo. Un po' come mettere le mani avanti.«Possiamo competere con chiunque, la Champions è un risultato importante, prestigioso, ma non è indispensabile», il leitmotiv del patron laziale a margine dell'iniziativa No bulli svolta in Regione ieri mattina. E come dargli torto, visto che negli ultimi anni l'Europa che conta non è mai arrivata e la società è andata avanti ugualmente, raccogliendo comunque risultati importanti, come le due coppe Italia e le due Supercoppa italiane. E' un dato di fatto. Parole, quelle di Lotito, che confermano il trend, considerato che altri club, vedi Roma e Inter, negli ultimi anni hanno investito dieci volte di più e non hanno vinto nulla, anche se i tifosi laziali qualche volta vorrebbero sentire dichiarazioni più ambiziose e meno democristiane. La realtà è che il quarto posto, con dodici partite ancora da giocare, è ancora alla portata dei biancocelesti. Complicato, vista la situazione, ma non impossibile. 
PERCHÉ CREDERCIPer il presidente, la Lazio può «competere con chiunque», solita frase messa lì perché è fermamente convinto in quello che dice, ma allo stesso tempo sembra quasi un'ulteriore pressione o pizzicata, fate voi, all'allenatore che, vista la classifica, al momento non riesce a farla rendere come dovrebbe. Di sicuro le ultime due prestazioni con Roma e Fiorentina, ma pure quelle con Juve e Inter in coppa Italia, hanno evidenziato una condizione fisica nettamente migliore rispetto alle altre che concorrono per il quarto posto. Ma anche il gioco, brillante, veloce e di qualità, e questo è tutto merito dell'allenatore, fa pendere la bilancia nei confronti della formazione biancoceleste. A questo vanno aggiunti gli scontri diretti con Milan e Inter che si giocheranno entrambi a San Siro, ma con la possibilità di togliere punti alle dirette rivali. Un'occasione da sfruttare a dovere, soprattutto per aver recuperato giocatori importanti che sembra diano finalmente alla Lazio più consapevolezza in partite difficili come possono essere i big-match. L'altro dato a favore è la gara da recuperare con l'Udinese, con quei tre punti in più che i biancocelesti potrebbero mettere in classifica, quando le altre sono ferme.
LE COMPLICAZIONIMa non è tutto rosa e fiori. Nella corsa Champions gli ostacoli sono tanti e se la Lazio riuscirà a superarli indenne, allora si che sarebbe un vero e proprio miracolo agguantare il quarto posto. Tra questi c'è l'attuale, anche se provvisoria posizione in classifica, considerato che gli otto punti dall'Inter, con Roma, Torino e Atalanta di mezzo, non sono certo pochi. Il più importante, però, resta il calendario, soprattutto in aprile. Nel momento più intenso e più importante, la Lazio di Inzaghi dovrà giocare otto partite in ventotto giorni, tra cui il recupero con l'Udinese e la semifinale di ritorno di coppa Italia col Milan. E l'esperienza di qualche settimana fa, con le cinque gare in pochi giorni che hanno portato a tanti infortuni in poco tempo, qualche dubbio lo fa venire. Infortuni a parte, per far sì che la corsa-Champions sia più facile possibile, i biancocelesti devono assolutamente migliorare sotto porta e concretizzare al massimo le tante occasioni che creano. Firenze ne è la dimostrazione lampante. Altre partite di questo tipo e sognare la Champions diventa impossibile sul serio. Inzaghi e la squadra lavoreranno sodo da questo punto di vista, sperando sempre che la cavalcata non venga rovinata da spettri dell'anno passato, come il fattore arbitrale, vero spauracchio che si avverte a Formello. Non resta che aspettare, vivere e vedere se la rimonta riesca davvero e il sogno Champions si realizzi per davvero. 

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Lazio, un pari brutto e rischioso

FIRENZE La Lazio dura solo un tempo a Firenze. Quarantacinque minuti per portare via un punto che in chiave Champions dice poco o nulla. Soprattutto se si sogna in grande. L'1-1 contro la Fiorentina lascia in bocca il sapore del rimpianto. La consapevolezza di non aver chiuso la gara prima e di aver sbandato troppo poi. L'Inter, quarta in classifica, è distante 8 punti anche se ai biancocelesti manca il recupero con l'Udinese. Forse troppi visto il calendario che non lascia più margini d'errore alla Lazio. Immobile, gioca, segna ma ha il demerito di non buttarla dentro nella altre tre occasioni che ha a disposizione. Ne approfitta Pioli che gioca un'altro scherzetto alla sua ex squadra. Un punto che non dice nulla nemmeno alla Fiorentina che resta distante anche dall'Europa League. L'euforia derby c'entra poco o niente, la sensazione è che non abbiano retto le gambe. Tre gare in dieci giorni hanno pesato molto sulla tenuta psichica e fisica dei ragazzi di Inzaghi. 
NIENTE CINISMOApproccio molto simile a quello del derby. Inzaghi non si è discostato troppo nel preparare la sfida con la Fiorentina rispetto allo spartito interpretato sabato scorso. Due soli cambi: Patric invece di Bastos e Immobile al posto di Caicedo. Correa e Luis Alberto fanno la differenza a centrocampo sia come qualità sia come quantità. Sono praticamente ovunque nei primi minuti. Lo spagnolo parte dalla posizione di mezzala ed è più libero da marcature. L'argentino, invece, balla tra le linee ma viene sempre raddoppiato. Il dialogo tra i due è la chiave. Non è un caso che quando riescono a scambiarsi il pallone come sanno la Lazio è sempre pericolosa. Il terzo tenore lo fa Milinkovic che dà grande sostanza alla mediana usando il fisico per crearsi spazio. I biancocelesti aspettano la Viola e ripartono in contropiede. Non pressano in modo asfissiante come fatto con la Roma. Inzaghi riesce finalmente a dare una bella forma alla sua squadra. Il gol di Immobile nasce proprio da una palla rubata a centrocampo, scambio rapido con Correa e tiro a giro potente di Ciro che non lascia scampo a Terracciano. E pensare che poco prima il portiere viola è decisivo sempre su Immobile. La Fiorentina dopo un avvio frizzante si spegne un po'. Tanti gli errori della squadra di Pioli soprattutto in fase di ripartenza. Un primo tempo da applausi quello della Lazio, se non fosse che manca di cinismo. Quattro occasioni da gol enormi e una sola rete segnata. 
INERZIA CAPOVOLTANella ripresa la Fiorentina alza più il baricentro costringendo la Lazio a difendere di più. Simeone, entrato al posto dell'infortunato Chiesa, regala più vivacità in avanti. I biancocelesti accusano la pressione e vanno in confusione. Da mani nei capelli quello che fanno in successione Lulic, Radu e Acerbi in occasione del pari di Muriel. Il primo sale e lascia il buco, il secondo si fa saltare con facilità e il terzo si fa anticipare. Acerbi in difficoltà anche sul corpo a corpo con Simeone in velocità. Inzaghi urla in continuazione dalla panchina per risvegliare i suoi da uno dei classici black out che periodicamente li colpiscono. Simone manda dentro l'ex Badelj per un Lulic senza più benzina e passa alla difesa a quattro. La sostanza non cambia di molto perché i biancocelesti faticano da morire a costruire occasioni da gol. Finisce senza più acuti biancocelesti. Un punto piccolo piccolo per chi sogna in grande.

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Lazio, il miglior attacco ti fa la difesa

ROMA La miglior difesa è l'attacco. Concetto semplice, ma vincente per la Lazio. Una squadra a trazione anteriore che sembra aver trovato finalmente la sua vera identità: segnare più gol e prenderne meno. L'elisir ideale di Inzaghi per rimettere in sesto e in corsa la sua squadra per la Champions e la Coppa Italia. Pochi ma significativi e dirompenti cambiamenti. Atteggiamento tattico da formazione spagnola, dal reparto avanzato fino alla difesa, un corpo unico, stretto e compatto, più l'inserimento di giocatori offensivi e di qualità. E il gioco è fatto, con la condizione fisica ritrovata e con tanto di principio di giocare sempre o quasi palla a terra. Una mossa spavalda e coraggiosa. L'arretramento di Luis Alberto, al fianco di Milinkovic-Savic, più Immobile e uno tra Caicedo e Correa sta dando i frutti sperati, nonostante lo sbilanciamento. Quattro giocatori di fantasia e d'attacco che organizzano la manovra e la finalizzano ma che partecipano anche (e tanto) alla fase difensiva. Un assetto e un modo di stare in campo che, forse, ha sorpreso perfino lo stesso allenatore, ancora rammaricato per gli undici infortuni capitati nel momento più delicato della stagione. 
DIFESA PIU' SOLIDAOra, azzeccata l'alchimia e trovato l'allineamento giusto, difficilmente il tecnico tornerà indietro come ha fatto qualche volta in passato, vedi a Napoli, più per timore di sbilanciarsi che per necessità. A farne le spese potrebbe essere Parolo, da sempre un intoccabile, ma se i risultati continuano ad essere questi, sarebbe delittuoso ripensarci e coprirsi. Una mossa che ha consentito all'allenatore pure di allargare la rosa a centrocampo, ma anche in difesa, considerato che Parolo in primis più Badelj e Cataldi sono alternative più che valide, senza dimenticare che in infermeria c'è l'ex Salisburgo Berisha che prima o poi dovrà rientrare. Il dato più sorprendente però non riguarda tanto il reparto avanzato, quanto quello arretrato. Nelle sei partite dove Inzaghi ha schierato una Lazio a trazione anteriore (Cagliari, Bologna, Torino, Juventus, Inter e Roma) i gol realizzati sono stati 10, con un trend superiore rispetto all'inizio di campionato e più vicino a quello della passata stagione; mentre le reti incassate sono state appena 4. Una netta trasformazione e allo stesso tempo quasi un paradosso, visto che nello schieramento, oltre ai quattro Milinkovic, Luis Alberto, Correa e Immobile, ci sono pure Marusic e Lulic, d'atteggiamento più votati a spingere che altro. La condizione fisica ritrovata aiuta, tanto che il segreto è che di recente tutta la squadra spesso resta costante in venticinque metri sia in fase di spinta che di ripiegamento. E l'ultimo derby ne è stata la dimostrazione. 
AMBIZIONIA giovarne tanto di questo nuovo schieramento è Felipe Caicedo che in questa stagione si sta prendendo più di una rivincita. Il gol nel derby l'ha consacrato e lui ora si sente più integrato. Al punto che con due emoticons sorridenti ha pubblicato un tweet di sfottò per l'eliminazione della Roma dalla Champions. I tifosi giallorossi non l'hanno presa bene e ci sono anche stati pesanti insulti razzisti. Ai quali non ha replicato, pensando a come mettere ancora in difficoltà Inzaghi, che a Firenze potrebbe schierarlo ancora dall'inizio.

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Sergej, bacioni a Firenze

ROMA La porti un altro bacione di Giuda a Firenze. E' indimenticabile il primo gol in Serie A per lui e per la sua gente. Era un sabato sera di gennaio 2016, quando Milinkovic spedì la cartolina dagli Uffizi. Sergej mostrò fiero al novantatreesimo il suo affresco con l'aquila sul petto. Come a schernire l'allora ds Pradé: «Non sposto gli equilibri? Li distruggo». Era l'inizio dell'esplosione di un talento in serbo. Sono passati ormai quasi quattro anni da quando Milinkovic completò così quel meraviglio tradimento: da allora 28 gol e 22 assist fra campionato e coppe in biancoceleste. Nel 2015, 5,2 milioni prima, altri 10 poi per il restante 50% al Genk, più le commissioni (intorno ai 3 milioni) al procuratore Kezman. Fondamentale proprio per la mancata firma di Sergej coi viola e per il rinnovo sino al 2023. Promesse mantenute alla Lazio, anche se c'ha messo parecchio per ritrovarsi quest'anno. Praticamente tutto il girone d'andata, ma nel derby ha confermato come la sua classe sia tutt'altro che sparita. Con numeri, assist e magie è tornato uomo decisivo nell'ultima stracittadina, domenica vuole confermare d'essere anche la bestia nera della Fiorentina. 
AMULETO E GIALLOFinalmente ringhia di nuovo e morde, ma sotto porta deve tornare ancora più forte. Alla 26esima giornata gli mancano addirittura 6 reti (3 a 9 il confronto) rispetto alla scorsa stagione. E allora quale migliore occasione? La Fiorentina gli porta fortuna, già un gol e due assist in carriera. Non solo, con Milinkovic titolare la Lazio in sette precedenti non ha mai perso contro i viola. Sei vittorie e un pareggio, nelle uniche due sconfitte (4-2 e 3-2) Sergej era in panchina oppure in infermeria. Insomma, domenica sarà fondamentale per il destino biancoceleste la sua presenza. Poi bisognerà fare i conti con la sua diffida: paradossalmente meglio un giallo che gli farà saltare Parma, che un altro successivo che lo escluderebbe contro l'Inter al rientro dalla sosta. Milinkovic vuole esserci a tutti i costi in quel big match dove potrebbero di nuovo decidersi le sorti della Champions. 
FUTURO CHAMPIONSA 24 da poco compiuti, la Champions è diventata la sua ossessione. Milinkovic vuole giocarla per dimostrare a tutti d'essere un campione. Per questo in estate c'era rimasto male che tanti grandi club lo avevano sedotto, salvo poi tirarsi indietro. Eppure se la Lazio dovesse riuscire a centrare il quarto posto, Sergej e Lotito potrebbero sconvolgere di nuovo un addio rimandato solo a giugno. In fondo il serbo sta bene a Roma, quasi da imprenditore immobiliare ha già comprato una terza casa. Marotta (ora all'Inter), ma soprattutto il Milan però restano alla finestra. I rossoneri l'ultima volta all'Olimpico hanno pure provato a rigettare le basi per evitare l'asta: hanno messo sul piatto Cutrone e tanti milioni per accontentare Lotito, ma è presto per capire quale sarà l'esito. Lo sanno bene a Firenze che Milinkovic può cambiare all'ultimo secondo il suo destino. 

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Strakosha in dubbio, tocca a Proto?

ROMA E' qui la festa, ma ora resta pure qualche scoria nella testa. Perché sino all'ultimo sabato aveva chiuso la porta, ma già alza bandiera bianca Strakosha. Lo scontro con Dzeko gli ha lussato la spalla, non riesce a muoverla, ieri il portiere ancora quasi piangeva. Il dolore è forte, i medici gli hanno detto che sarà impossibile farcela per domenica. Questo vuoto, quindi, dovrà colmarlo Proto. Per il belga sarà l'esordio in Serie A, toccherà a lui scendere fra i pali contro la Fiorentina. Sinora era stato scelto solo nella fase a gironi in Europa. Esattamente quattro volte (360') e 9 gol subiti. Tanti, troppi per Inzaghi, che quindi lo aveva fatto fuori negli appuntamenti più importanti, con Marsiglia e Siviglia nei sedicesimi. Domenica però il tecnico non potrà fare altrimenti, ma d'altronde Proto era stato preso come garanzia in estate al posto di Vargic. Eppure ce lo ricordiamo quasi solo in foto, il secondo portiere Proto. Lo avevamo lasciato a Francoforte con altre due reti incassate, era il 12 dicembre. Silvio tornerà fra i pali tre mesi dopo a Firenze. Sembra quasi un segno del destino rivederlo in porta dopo il derby. Gli era successo pure all'andata dopo la sconfitta all'Olimpico, Proto aveva vissuto inerme la disfatta per 4 a 1 contro l'Eintracht e aveva trovato questa spiegazione: «Avevamo ancora la testa alla stracittadina». Chissà che allora stavolta non possa essere decisiva la vittoria. 
PRIMA VOLTAIn porta per la rivincita. Una vita spesa tra i pali, una passione trasmessa dalla famiglia: dal nonno e dal papà, che sognavano per il giovane Silvestro un futuro in Serie A. Lui stesso aspettava da anni questo momento: «Ho sempre voluto giocare nel campionato italiano e quando si è presentata la possibilità non ho avuto mezzo dubbio. Sono innamorato di Roma, ogni giorno lavoro al meglio con il preparatore Grigioni, ma anche con Strakosha e gli altri portieri, mi piacciono le sedute qui alla Lazio. A 35 anni continuo a crescere, non mi sono mai allenato così prima d'ora, è una cosa positiva per me, così continuo ad imparare». Adesso ha l'occasione per dimostrare davvero il suo valore. Silvio è pronto a volare.
DIFESANelle ultime due gare gli è stata lasciata un'eredità ingombrante, ma preziosa. Proto dovrà cercare di mantenere inviolata la porta di Strakosha. Col derby confermata per la Lazio la mutazione genetica. Dopo 26 giornate e una partita da recuperare, sono 6 le reti incassate in meno (27 contro 33) in campionato rispetto alla scorsa stagione. La difesa biancoceleste è la sesta dopo Juve, Napoli, Milan, Inter e Torino. E incredibilmente ora Inzaghi deve pure ringraziare il rincalzo Bastos. Domenica, con Acerbi e Radu, dovrebbe essere riconfermato, visto che Luiz Felipe (ieri accertamenti in Paideia) ha svolto ancora con Immobile un lavoro differenziato. Domani però tutti faranno parte della festa a Formello, quando verrà spalancato ai tifosi il cancello. Con questo derby non si è aperta solo una porta, ma un portone per la Champions. 

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Lazio, è il momento della verità: adesso lo sprint per la Champions

ROMA Adesso o mai più. Questo è il tempo di vincere con te, per dirlo come farebbe la curva Nord. Il quarto posto è lì. Inter e Roma sembrano in crisi profonda e non approfittare della situazione sarebbe un reato. Questo non vuol dire che la Lazio è favorita per la corsa al quarto posto, ma di sicuro ha diverse chance in più rispetto a qualche tempo fa. Il derby ha questo potere: sovvertire i pronostici. Biancocelesti rilanciati e giallorossi in caduta. A rendere tutto più goloso è il fatto che anche i nerazzurri stiano attraversando un momento disastroso. Lite Icardi. Spalletti nel panico. Il caos regna sovrano. A Formello però squadra e staff tecnico tengono i piedi ben piantati per terra. Sanno benissimo che la corsa non è così facile come possa sembrare. La Lazio ha sempre qualcosa in meno rispetto alle altre. Qualcosa in meno dal punto di vista dei numeri. Mancano le riserve. Inzaghi ha insistito sempre sugli stessi non solo perché non sente propriamente suo il mercato ma anche perché certi giocatori non gli hanno dato le garanzie chieste. Berisha e Lukaku possono considerarsi a tutti gli effetti due casi. La stracittadina però ha detto che può contare anche su Caicedo e Cataldi, ora in cerca di continuità.
BLACK-OUTDetto questo l'occasione resta grande. Nonostante i biancocelesti siano in una posizione più arretrata nella griglia di partenza hanno il dovere di sfruttare l'impasse delle altre. L'Inter deve affrontare ancora tutte le prime sei della classe. In ordine sfiderà Milan, Lazio, Roma, Juve e Napoli. E sono ancora in corsa in Europa League. I giallorossi, invece, hanno un percorso più agevole dovendo sfidare solo Napoli, Inter e Juventus. La Champions è la fatica in più. Una eventuale eliminazione potrebbe rappresentare la mazzata decisiva sui sogni di Dzeko e compagni. Inzaghi e i suoi proprio in queste pieghe dovranno infilarsi. Delle big devono sfidare solo le due milanesi e sempre a Milano. Praticamente due scontri diretti. Le altre insidie, almeno sulla carta, potrebbero arrivare con più probabilità dalle trasferte di Firenze (domenica prossima), Genova contro la Sampdoria, Cagliari e Torino, all'ultima giornata. Insomma, la Champions si gioca in trasferta, anche se negli ultimi tempi il popolo della Lazio ha sempre seguito in massa i propri beniamini. Il vero problema della squadra potrebbe riguardare la fragilità psicologica e non più, come successo lo scorso anno, singoli black-out. Il 3-0 contro la Roma ha portato tutti in paradiso. Il derby è il primo successo contro una grande, preceduto dall'eliminazione dell'Inter in coppa Italia e dallo 0-0 in emergenza con il Milan. L'importante sarà non abbattersi alle prime difficoltà. Come già detto squadra e staff si sono guardati in faccia nello spogliatoio, tutti d'accordo nel dire che è dura ma che bisogna crederci. D'altronde il quarto posto è l'obiettivo fissato dal presidente Lotito e dal ds Igli Tare. Quest'ultimo tempo fa aveva specificato che la Champions «non deve essere una ossessione». La classifica però impone di provarci, soprattutto con una partita da recuperare in casa contro l'Udinese che potrebbe accorciare il divario con il quarto posto.

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Il Derby capolavoro di Simone Inzaghi

ROMA Un capolavoro. Non c'è altro modo per descrivere il derby vinto dalla Lazio per 3-0. Una tela stesa con cura in settimana. Inzaghi maestro. In campo lampi di colore. E che colori. Una vittoria del gruppo, nessuno escluso. Mai la Lazio negli ultimi tempi aveva affrontato un derby in maniera così perfetta: cuore e cervello. La sfida con la Roma ha alle spalle una preparazione mentale di sette giorni, mentre sull'aspetto tattico si è lavorato dopo la gara di Coppa Italia con il Milan. Quattro giorni in cui Inzaghi è stato un martello. E non solo lui perché Simone è uno e trino nel senso laico della frase. Farris e Cecchi sono un tutt'uno con il tecnico laziale. Attacco, difesa e centrocampo. Un ruolo attivo lo hanno avuto anche tutti i magazzinieri e massaggiatori. Dopo il ko dell'andata c'era voglia di riscatto. L'esultanza di Kolarov e le battuta di Totti su instagram che profetizzava una doppietta di Dzeko non sono passate inosservate. Immagini fissate e rievocate. Eccolo quel lavorìo costante sulla testa. 
ANGELO CUSTODEDeterminate l'apporto di Peruzzi. Angelo, che di derby ne ha giocati diversi, sapeva bene quali corde toccare. Tutti a tavola. Racconti di storie passate come quel gol di Di Canio il 6 gennaio 2005. Ha sfruttato il fatto che la squadra fosse in ritiro già da lunedì sera, proprio per la Coppa Italia. Era fondamentale l'approccio alla partita. D'altronde nelle ultime stracittadine era stato proprio questo il tallone d'Achille: poca cattiveria. Sabato invece la Lazio ha menato. Grinta e combattività, espresse su ogni pallone. E soprattutto pressing alto. In settimana Inzaghi a Formello ha sottoposto la squadra a sessioni infinite di video sulla Roma, inclusi quelli relativi ai match contro Bologna e Frosinone. Aggressione e ripartenze. Così voleva che la Lazio giocasse il suo derby. E così è stato. Ma c'è di più perché Simone e il suo staff l'hanno preparata contando sull'assenza di Manolas – durante il riscaldamento pre-partita sono cresciute non poco la consapevolezza e l'autostima del gruppo-. 
LINEA A TREIl problema principale poteva essere la difesa. Dzeko, Zaniolo ed El Shaarawy sono tre clienti scomodi. E qui c'è lo zampino del tecnico in seconda Farris. È lui a curare i movimenti del reparto arretrato. A Bastos ha detto di rimanere sempre concentrato perché aveva tutti i mezzi per vincere il duello con l'egiziano. Tienilo sempre d'occhio, anche se perdi un metro lo puoi recuperare, la raccomandazione. A Radu, invece, di giocare sul tempo e non sulla forza nel duello con Zaniolo. Tradotto, il romeno aveva l'obbligo di cercare sempre l'anticipo. Strakosha quello di richiamare costantemente i suoi. Acerbi quello più complicato: marcare Dzeko. E lo ha annullato. 
CENTROCAMPO E ATTACCOA centrocampo c'è la mano di Cecchi. Il tattico. Milinkovic ha vinto tutti i duelli aerei. Doveva far valere il fisico nelle spizzate di testa e nelle sponde. Gli è stato consigliato di sfruttare molto il busto e le braccia. Cosa che ad esempio Badelj fa molto bene. Luis Alberto doveva preoccuparsi solo della qualità delle giocate. Molto semplici invece i compiti in avanti: movimento di Caicedo alle spalle dei difensori per propiziare le imbucate di Correa. Caricato a molla anche l'attaccante ecuadoregno. Il suo gol era stato predetto in settimana anche da Lotito. Ma al fischio finale, l'abbraccio del presidente ad Inzaghi non c'entra con i singoli: «Vittoria del tecnico? No, è la vittoria del gruppo».

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Cataldi, sogni e dolci risvegli

ROMA Ha conservato la maglia con cui ha segnato al derby e la farà incorniciare. Danilo Cataldi sa già dove appendere la numero 32 e non vede l'ora di mostrarla orgoglioso al figlio, che nascerà il prossimo maggio. Al futuro primogenito il ragazzo di Ottavia racconterà le emozioni della notte del 2 marzo, dall'attesa della vigilia alla festa sotto la Curva Nord. Attimi indimenticabili che resteranno per sempre nella sua mente e in quelle di chi lo ha sempre sostenuto fin dai primi allenamenti. Sabato sera allo stadio c'erano tutti: i suoi genitori, la moglie Elisa al settimo mese di gravidanza e i suoceri. Uscendo dall'Olimpico papà Francesco sembrava un centralino: il telefono squillava in continuazione. Messaggi, WhatsApp e chiamate. Impossibile rispondere a tutti i complimenti per quel tiro dalla distanza che ha chiuso i conti della stracittadina. 
PRESENTIMENTO«Se entro, sono sicuro che qualcosa di bello succede», la confidenza ai magazzinieri nelle ore prima del match. Eppure l'impiego di Luis Alberto dal primo minuto come mezzala, sembrava aver ridotto le speranze di un suo ingresso. Il destino, invece, è arrivato puntuale all'appuntamento con Danilo. Minuto 77: Simone Inzaghi lo inserisce al posto di Correa. Minuto 89: dopo una combinazione tra Parolo e Immobile, Milinkovic appoggia il pallone al limite dell'area. Il resto è storia: sinistro da tre punti alle spalle di Olsen, boato del pubblico ed esultanza incontenibile. «Era da una vita che aspettavo una notte e una Lazio così», svela il centrocampista cresciuto nelle giovanili biancocelesti. 
IL POST GARADopo la partita si è concesso una cena con la famiglia in un ristorante vicino al centro sportivo di Formello. Insomma, festa sì, ma senza eccessi. Ubriaco solo di felicità. La testa è già all'impegno di domenica sera al Franchi con la Fiorentina di Stefano Pioli. Una partita dai mille intrecci: nel 2015 contro i viola (all'Olimpico) Danilo indossò per la prima volta la fascia da capitano. All'epoca sulla panchina della Lazio c'era Pioli che per primo lo lanciò in prima squadra proprio con quella maglia bandiera numero 32 che il centrocampista indossa ancora. Il classe '94 è il settimo giocatore del vivaio biancoceleste ad aver segnato alla Roma. 
RECORD E NAZIONALEPrima di lui, tra gli altri, ci sono riusciti D'Amico, Giordano, Di Canio e Keita. Trovando continuità, Cataldi spera di ritrovare anche la maglia Azzurra. Con l'Under 21 di Luigi Di Biagio ha disputato due Europei da protagonista, con la Nazionale di Antonio Conte ha partecipato a diversi stage, mentre ha esordito in un test sotto la guida tecnica di Giampiero Ventura. «Quello che accadrà sarà sicuramente una conseguenza di quello che faccio sul campo» ricorda Cataldi. E con il nuovo corso attento ai giovani inaugurato dal ct Roberto Mancini le chance aumentano.

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Pericolo rosso, il derby è la gara delle espulsioni

Il derby non è una partita come le altre. La pressione, la voglia di vincere e l’agonismo in campo, fanno sì che sia una delle gare più sentite, e di conseguenza anche più combattute. Tutto questo agonismo porta spesso espulsioni nel derby, come dimostrano anche i dati Opta. Dalla stagione 1994/1995, nessuna partita di Serie A ha fatto registrare più cartellini rossi: 33. Sono 20 quelli a carico della Lazio, mentre 13 quelli per la Roma. In casa biancoceleste, dal 1994/1995, Ledesma ha ottenuto 3 espulsioni, Favalli 2 a “pari merito” con Radu. Un’espulsione poi per Negro, Mauri, Stankovic, Hoedt, Mihajlovic, Nesta, Cataldi, Biava, Scaloni, Signori, Liverani, André Dias e Matuzalem. In casa giallorossa invece sono tutti ad un’espulsione. I nomi “incriminati” sono: De Rossi, Delvecchio, Di Biagio, Giannini, Kjaer, Mexes, Panucci, Paulo Sergio, Perrotta, Pizarro, Peruzzi, Rudiger, Stekelenburg. Lazionews.eu