(SPECIALE DE 'LA REPUBBLICA') – Se vi capita di passeggiare a Villa Borghese la domenica mattina, nel parco alle spalle della Galleria Borghese, il Parco dei Daini, e veder giocare una partita di calcio da due squadre di amatori, melting pot di etnie e generazioni, non sottovalutate quel campo di terra e polvere. Romani di mezza età e giovani sudamericani o magrebini, le maglie di qualsiasi colore e le porte prefabbricate, si sfidano ogni domenica mattina in quello che loro stessi chiamano "Il tempio". Magari senza sapere perché. Lì c'è una radice storica dello sport italiano, lì ha mosso i primi passi il calcio della Capitale.
Inizio Novecento, fino ad allora il football nel nostro Paese lo hanno giocato soprattutto i marinai inglesi scesi dai bastimenti nei porti di Genova (dove nel 1893 hanno fondato il Genoa Cricket and Football Club), Livorno, Napoli, Palermo. A Roma c'è solo la Lazio, nata il 9 gennaio 1900 a Piazza della Libertà come società di podisti che apprendono i rudimenti del calcio dai seminaristi del Collegio Scozzese e del Collegio Irlandese, con i quali si sfidano prima in Piazza d'Armi nell'attuale quartiere Prati e, dal 1906, al Parco dei Daini (in quella che allora si chiamava Villa Umberto) nei pressi della sede sociale, uno scantinato della Casina dell'Uccelleria. Il 27 gennaio 1901 la prima partita di football sperimentale della Lazio: vittoria per 1-0 contro il Veloce Club sul campo del Velodromo Roma, appena fuori Porta Salaria, e il 13 maggio del 1904 a Piazza d'Armi il primo derby contro il Club Sportivo Virtus (3-0 con tripletta del capitano Sante Ancherani).
Le maglie biancocelesti, i colori della Grecia, per onorare lo spirito olimpico, lo stesso che in quegli anni di inizio secolo spingeva ogni società sportiva a battezzarsi con nomi classicheggianti (Virtus, Fulgur, Spes, Audace, Fortitudo…), tutte tranne la Lazio che si ispira all'antico Latium Vetus, culla della civiltà latina e romana. E l'aquila, emblema supremo dell'impero romano. Lo spirito olimpico è nel dna dei primi atleti laziali, i pionieri. Come Pericle Pagliani che segna molti record italiani, dai 10mila nel 1904 ai 5mila su strada l'anno successivo, ai 5mila nel 1908 quando vince anche i campionati italiani di corsa campestre. Partecipa alle Olimpiadi di Londra nel 1908, quelle della leggendaria maratona di Dorando Pietri. Qualche anno prima, durante una gara a Carpi, era stato proprio Pagliani a ispirare Pietri che, vestito da garzone, aveva inseguito il podista della Lazio per buona parte della competizione.
Ma torniamo al calcio, altrimenti finiremmo per perderci nella sterminata storia polisportiva della Lazio che vanta vicende e personaggi mitici. Negli anni Cinquanta, ad esempio, nelle piscine spopola Carlo Pedersoli (poi attore di successo con il nome d'arte Bud Spencer), primo italiano sotto il minuto nei 100 stile libero e centroboa nella pallanuoto. E nel ciclismo è Fausto Coppi a vestire la maglia della Lazio che nel 1945 accoglie il "campionissimo" reduce dalla guerra: quasi un anno di competizioni, con al fianco anche il fratello Serse, e sei vittorie prima del ritorno nella Bianchi. La mitica compagine ciclistica che, guarda caso, sfoggia una divisa da gara biancoceleste.
Torniamo al calcio dei pionieri, appunto (raccontato anche da un grande volume in libreria da qualche giorno: "S.S.Lazio. La Storia", di Fabio Argentini e Luca Aleandri, Goal Book Editore). Il drappello di ragazzi che nel 1908 partecipa per la prima volta a un torneo nazionale, superando i vari turni e aggiudicandosi le finali interregionali vincendo a Pisa tre partite in un solo giorno (alle 10, alle 14 e alle 16,30). Nel 1912 la Figc (Federazione italiana gioco calcio) vara il campionato italiano di prima categoria, cioè l'attuale serie A,e la Lazio conquista la finalissima nazionale in tre edizioni consecutive, aggiudicandosi il girone dell'Italia centrale e battendo la vincitrice del girone meridionale: nel giugno del 1913 perde per 6 a 0 con la Pro Vercelli, squadra simbolo dell'allora avanzatissimo calcio del Nord, sul campo neutro di Genova; nel 1914 la finale nazionale si gioca in due partite di andata e ritorno e in entrambi la Lazio viene sconfitta dal Casale (1-7 a Casale e 0-2 a Roma). La finalissima dell'anno successivo (mai giocata) è il cuore di questa storia, l'epopea dello "scudetto negato".
Il campionato italiano inizia il 4 ottobre 1914 e tra vari gironi del Nord, del Centro e del Sud, partecipano più di 50 squadre comprese Genoa, Juventus, Torino, Milan, Bologna, Internazionale, Hellas Verona, Naples e, appunto, la Lazio che da quell'anno disputa le partite casalinghe nello Stadio della Rondinella appena costruito in classico stile inglese sotto i colli dei Parioli e inaugurato il primo novembre 1914. L'addio al Parco dei Daini dipendeva da un incidente dell'anno precedente, che era costato la revoca della concessione per l'uso del "tempio": una pallonata involontaria del calciatore Fernando Saraceni alla figlia del prefetto di Roma, Angelo Annatarone, che passava in carrozza nel parco durante una partita della Lazio.
Dopo i sei gironi eliminatori e i quattro gruppi di semifinale, al girone finale del Nord approdano Torino, Inter, Genoa, Milan e in quest'ordine di classifica si presentano al giro di boa tra le partite d'andata e di ritorno, tanto che il quotidiano L'Italia sportiva titola a tutta pagina: "Anche quest'anno il campionato ad una squadra piemontese?". A fine maggio, quando rimangono da giocare solo i ritorni di Inter-Milan e Torino-Genoa, la classifica recita: Genoa punti 7, Torino 5, Inter 5, Milan 3. Nel frattempo il girone finale del campionato dell'Italia Centrale, dopo i due gruppi iniziali che avevano qualificato rispettivamente Pisa, Lucca, Roman e Lazio, se lo erano aggiudicato i biancocelesti conquistando così automaticamente il diritto a partecipare per il terzo anno consecutivo alla finalissima nazionale perché Naples e Internazionale di Napoli (le due squadre che si giocavano il titolo del Sud) erano state squalificate dalla Figc per irregolarità di tesseramento.
Con la Lazio prima finalista del campionato nazionale e in attesa di conoscere il nome della concorrente settentrionale, la storia (quella con la "S" maiuscola) il 23 maggio 1915 volta drammaticamente pagina: l'ambasciatore a Vienna, Giuseppe Avarna, consegna la dichiarazione di guerra dell'Italia all'impero austroungarico. E' l'inizio della Grande Guerra, la carneficina che perderà per sempre 650mila soldati italiani, ferendone e mutilandone oltre un milione."Concordia parvae res crescunt" è il motto della Lazio: "Nell'armonia le piccole cose crescono" dice la frase di Sallustio, che come un tragico monito nella versione completa prosegue con il suo opposto, "nel contrasto anche le più grandi svaniscono". Tra il 1915 e il 1918 svanirà ancora una volta l'innocenza del mondo e nel baratro finiranno anche i ragazzi del football. Mobilitazione generale e campionato sospeso. A casa torneranno in pochi.
Tra atleti e dirigenti delle varie sezioni sportive della Lazio, scrivono Emiliano Foglia e Gian Luca Mignogna nel libro "Lo scudetto spezzato" (Goalbook Edizioni), in circa 300 partirono per la Grande Guerra: secondo le ricerche di LazioWiki contenute nel volume "Dal Tevere al Piave" (Eraclea) ne morirono 32 e altri 12 rimasero feriti. Tutti si coprirono di una gloria agli antipodi di quella delle vittorie sportive: 25 Medaglie d'Argento al Valore Militare, 38 di Bronzo e 14 Croci di Guerra. Tra i caduti laziali, quattordici avevano giocato nelle squadre di calcio delle varie categorie, alcuni parallelamente ad altri sport.
Ecco la "Spoon River" del football biancoceleste: Giorgio Bompiani, 26 anni, tenente dei bersaglieri caduto in combattimento a Castelnuovo di Sagrado, Gorizia; Ernesto Bonaga, 21 anni, sottotenente di fanteria morto a Dosso Faiti (Slovenia); Alberto Canalini, 35 anni, battaglione ciclisti, disperso a Jamiano sul Carso; Manlio Cianconi, 24 anni, ufficiale di fanteria caduto a Col d'Asiago; Renato De Censi, 26 anni, marinaio cannoniere morto nel 1919 nell'affondamento del piroscafo San Spiridione; Orazio Caggiotti, 25 anni, capitano dei bersaglieri, caduto nella battaglia del Monte Pecinka (Slovenia); Lorenzo Gaslini, 28 anni, sergente dei granatieri di Sardegna e poi pilota d'aviazione, deceduto per una malattia contratta in guerra; Enrico Laviosa, 19 anni, sottotenente d'artiglieria, Monte Vodice Zagomilla (Gorizia); Fulvio Massini, 20 anni, aspirante ufficiale di fanteria caduto sulle alture del Solber; Andrea Teodoro Molina, 20 anni, fante disperso nei combattimenti sul Col di Lana; Camillo Monetti, 26 anni, sergente maggiore di fanteria, morto per le ferite nell'ospedale militare di Udine; Luigi Riccardi, 22 anni, sottotenente di fanteria morto a San Martino del Carso; Pier Italo Rivalta, 26 anni, tenente di fanteria morto in un campo di prigionia ungherese; Mario Rotellini, 24 anni, tenente di fanteria caduto sull'Altipiano di Asiago.
Oltre ai 14 calciatori, 18 caduti tra i dirigenti e gli atleti biancocelesti delle altre discipline: Arnaldo Ausenda, podista; Gaetano Chiesa, podista; Carlo Giovanni Colombo, dirigente; Ugo Conti, dirigente; Rodolfo De Mori, podista; Federico Di Palma, dirigente; Giovanni Kustermann, nuoto; Mario Malnate, podista; Armando Marcucci, podista; Florio Marsili, nuoto e canottaggio; Mario Massetti, podista; Ottorino Massetti, podista; Valerio Mengarini, nuoto e podismo; Pietro Nazari, podista; Giovani Pandolfi De Rinaldis, podista; Clemente Pansolli, podista; Gaetano Piergallini, podista; Paolo Spingardi, dirigente.
In memoria di tutti i caduti della Lazio nella Grande Guerra, allo Stadio della Rondinella nel 1925 viene collocata una targa poi andata perduta. Il campo durante il conflitto era stato trasformato in "orto di guerra" per sfamare i romani e per questo, ma anche per aver creato una sezione femminile che accudiva i figli dei soldati, nel 1921 un Regio Decreto del governo Giolitti assegna alla Lazio la qualifica di "ente morale" riconoscendone i meriti sociali, culturali e sportivi. Anche il campo che oggi ospita le partite del Genoa, l'altra candidata alla vittoria del campionato "spezzato", cela un piccolo-grande segreto in onore dei calciatori scomparsi in guerra: la Medaglia d'Argento al Valore Militare di Luigi Ferraris, primo giocatore genoano caduto in combattimento sull'Alpe di Malegna, interrata sotto la porta ai piedi della Gradinata Nord dello Stadio Marassi intitolato alla memoria del centrocampista rossoblù nel 1933.
Altri sei genoani non tornarono dalla Grande Guerra, come molti calciatori di tutte le squadre italiane. Quando alla fine del 1919 la Figc si riunì per deliberare l'esito del campionato 1914/15, la scelta fu quella di non disputare le due partite mancanti del girone finale del Nord e la finalissima nazionale, omologando la classifica provvisoria settentrionale con il primo posto del Genoa al quale venne assegnato d'ufficio anche il titolo nazionale, senza prendere in considerazione inspiegabilmente la Lazio, campione del Centro-Sud. Il beneficio d'inventario in questa ricostruzione è d'obbligo perché, come dimostrato da una enorme mole di studi, della delibera con la quale la Figc consegnò lo scudetto al Genoa parlarono solo i giornali dell'epoca e non esiste alcun documento ufficiale. L'unica certezza è che la finale nazionale non fu mai giocata.
Il dilemma potrebbe essere sciolto ora, dopo più di un secolo, dalla stessa Federazione gioco calcio che, spinta da una petizione popolare per l'assegnazione ex aequo del titolo italiano 1914/15 a Genoa e Lazio, ha incaricato una propria commissione storica di studiare e risolvere ufficialmente il caso. In tempi di svilimento della memoria e di effimere contrapposizioni calcistiche, sarebbe un bel segnale. Soprattutto pensando a chi, nell'assurdità di tutte le guerre del mondo ha bruciato e brucia ancora la propria gioventù.
La Repubblica