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Scudetto 1974: il video inedito

Grazie all’amico Francesco Troncarelli è riemerso dalla polvere che lo seppelliva un filmato inedito in superotto dello scudetto della Lazio del 1974.

Opportunamente restaurato e convertito in digitale, è in libera fruizione su Youtube (lo trovate sotto). Racconta in sette minuti la storia di una giornata memorabile vissuta attraverso gli occhi e la cinepresa di una famiglia di laziali. La famiglia Sabatelli. Marito, moglie e due figli al seguito che raccontano e documentano attraverso riprese fatte alla buona, non solo la storica vittoria, ma anche uno spaccato di vita degli anni 70.

Panini, fiaschi di vino, bibite, cappellini regalati all’ingresso con lo sponsor sopra. E poi urla, sorrisi, sudore, bocche sporche di gelato, caldo, gioia. Voglia di viverla tutti attaccati. Ottantatremila persone impastate sugli spalti.

I Sabatelli riprendono tutto da posizione ottima: in curva Maestrelli, poco sopra il parterre della Tevere. Si vede l’ingresso allo stadio, l’attesa, il giro di campo di Lenzini osannato da una folla che lo dimenticherà troppo presto, il rigore di Chinaglia, l’apoteosi, il caos. Il finale non lo anticipiamo.

Un consiglio? Fazzoletti a portata di mano perché le lacrime scenderanno. Molte. Di gioia.

Alessio Buzzanca

Il filmato inedito della famiglia Sabatelli dello scudetto del 1974 da Francesco Troncarelli

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Scudetto 1915, Mignogna: “Lazio-Genoa, ricordiamo tutti insieme quegli Eroi fermati solo dalla guerra”

Il match Lazio-Genoa suscita sempre forti emozioni in tutti i tifosi laziali e gli appassionati di calcio. È un confronto dal sapore nobile e antico, che ha il potere di rimandare il pensiero indietro nel tempo, fino ad arrivare al Campionato 1914-15, quando solo l’insorgenza della Grande Guerra impedì alle due squadre di sfidarsi per la conquista del titolo di Campione di’Italia.

La S.S. Lazio del presidente Fortunato Ballerini, dell’allenatore Guido Baccani e di capitan Fioranti, però, si distinse per onore e gloria anche sui campi di battaglia, tanto da esser eretta Ente Morale con Regio Decreto del 2 giugno 1921.

Oggi e domani, allora, ricordiamoli tutti insieme quegli Eroi che furono costretti a lasciare i campi di gioco per schierarsi sui campi di guerra, senza poter disputare la Finalissima Nazionale del campionato italiano di football:

FORMAZIONE TIPO: Serventi; Bona, Levi, Zucchi, Coraggio, Faccani, Maranghi, Saraceni, Consiglio, Fioranti, Grasselli. 

ROSA LAZIO 1914-15: Forlivesi, Rossini, Serventi (portieri); Amici, Bona, Elios, Furia, Levi, Levi II, Maranghi, Terrile, Zoppi II (difensori); Caporali, Coraggio, De Gubertinis, Di Napoli, Di Napoli II, Donati, Faccani, Tizzoni, Zucchi (centrocampisti); Bocca, Consiglio, Corelli, Cella, Fioranti, Grasselli, Raffo, Saraceni, Varini, Zoppi (attaccanti).

Roma, 1° Maggio 2021

Avv. Gian Luca Mignogna- laziostory

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Memorie e gloria: quando Giorgio Vaccaro salvò la Coppa del Mondo dalle grinfie dei nazisti

Roma, novembre del ’43, mattina come altre, fresca, luminosa, a casa Barassi suonano alla porta. È il custode, è salito per informare che ieri sono stati qui i tedeschi e cercavano proprio del dottor Barassi. Cosa volevano? Non lo sa, sono saliti hanno suonato e bussato anche se aveva avvisato che il commendatore non era in casa, nessun commento e se ne sono andati abbastanza seccati. Erano in due ma fuori c’era una camionetta con sopra altri soldati. Il giorno seguente è un dirigente della Federcalcio a far visita, dice che senza avviso si sono presentati in sede dei tedeschi in abiti civili, volevano sapere dove fosse la Coppa del Mondo, lui ha risposto che non lo sapeva, hanno girato per gli uffici, hanno aperto tutte le porte, guardato negli armadi e poi se ne sono andati abbastanza furiosi. Anni prima, 29 maggio 1928, la Federation International de Football Association si è riunita ad Amsterdam sotto la presidenza di Jules Rimet e ha deciso la nascita di una competizione per nazionali, in sostanza il primo Mondiale che si disputerà due anni dopo su proposta di Henry Delanue.
Rimet decide che la competizione avrà cadenza quadriennale e commissiona al francese Albert LaFleur un trofeo per premiare la vincitrice. LaFleur, abilissimo orafo di scuola Cartier, sceglie l’effige di una vittoria alata che regge una coppa di un chilo e ottocento grammi d’argento e oro 18 carati su base ottagonale di marmo tempestata di lapislazzuli. Il nome della neonata coppa è Victory, e Victory si chiama ancora nel ’43 quando a custodirla siamo noi campioni del Mondo in carica con altissime probabilità di detenerla definitivamente perché Rimet ha deciso che andrà per sempre alla nazionale capace di conquistarla tre volte e noi lo abbiamo già fatto nel ’34 e nel ’38. Insomma ce la sentiamo. Ma scoppia la seconda guerra mondiale, l’edizione del ’42 salta, e negli uffici della Figc c’è la coppa che i tedeschi non hanno trovato. A proposito, Ottorino Barassi è il segretario della federazione, è nato a Napoli, suo padre, colonnello di artiglieria, è trasferito a Cremona e qui Ottorino passa la gioventù, gioca a calcio nell’Unitas, combatte nella prima Guerra mondiale, si laurea in ingegneria elettrotecnica, frequenta il corso arbitri, diventa corrispondente sportivo per la Provincia, viene eletto vicepresidente dell’associazione arbitri, e in un periodo dove il calcio conquista sempre più popolarità, scala rapidamente le posizioni, entra in Figc e organizza il mondiale del ’34 di Roma. Ora, è evidente che la custodia della Coppa Victory sia di sua strettissima pertinenza. E lì non è più sicura. Barassi in tutta segretezza, con mille precauzioni e senza mettere al corrente alcun funzionario, la preleva e la deposita in una banca. Fin quando arriva la soffiata da un dirigente fidatissimo: i tedeschi sono furiosi, la vogliono. Anche la banca a quel punto non è più un posto sicuro, i tedeschi sono padroni in città qualunque porta si spalanca. Adolf Hitler la vuole, due chili d’oro e il simbolo della nazionale più forte del Mondo, due ragioni estreme, e al Platzkommandantur di Roma arriva l’ordine di portargliela, rapido. Barassi fa circolare la voce che la coppa sia a Firenze, ma i nazi non ci cascano e una mattina all’alba si presentano nella sua abitazione in Piazza Adriana, dietro Castel Sant’Angelo. La coppa è dentro una
scatola di scarpe sotto il suo letto. Il custode non ha trovato il tempo di avvisarlo, alla porta va la signora che in qualche modo li intrattiene nel tinello, poche chiacchiere, entrano, costringono i coniugi in un angolo, perquisiscono, Barassi è pallido, ma è un nuovo fiasco, non la trovano. Solo questione di tempo. Poco. La mattina seguente identica scena, la signora sulla porta a raccontarla, i tedeschi furiosi e Barassi sul balcone con la coppa avvolta in un panno fra le sue braccia. Ha preso accordi con il vicino, il generale della Milizia Giorgio Vaccaro, presidente della Federcalcio e membro del Cio, in caso di allarme gliela avrebbe passata dal balcone. Quando rientra si trova davanti il comandante sul nervoso e qui va in scena un teatro che fa scuola: Mi creda, non ne so niente, implora quasi in ginocchio con una lacrima che gli solca il viso, forse è stata portata al Coni di Milano, sono solo un povero segretario, a me certe cose non le dicono, queste sono decisioni che vengono prese molto più in alto. Il comandante tedesco vacilla. Ma così non si può continuare. E non finisce lì quella mattina, il comandante esce da una porta e entra nell’altra. Suona a Vaccaro, la coppa adesso è lì, nascosta sotto le lenzuola del lettino del figlioletto che ancora dorme. Anche Vaccaro parte con la commedia, mostra ai tedeschi la sua collezione di armi e una personalissima lettera ricevuta e firmata addirittura da Hermann Goring in cui si celebra la loro imprescindibile amicizia. La Gestapo desiste perché in casa di un così fidato alleato non può celarsi quello che stanno cercando. Si può vivere a questo modo? Viene presa la decisione definitiva, la Coppa Victory viene trasportata su un carro bestiame a Torremaggiore in provincia di Foggia presso l’abitazione in via Monte Grappa di Leonardo e Lisetta Barassi, parenti dell’ingegnere, e qui rimane nascosta per due anni in un fusto di olio extra vergine d’oliva. Quando nel ’46 in Lussemburgo si tiene il primo congresso Fifa del nuovo mondo libero, nessuno sa cosa ne sia della coppa, finché Ottorino Barassi con un colpo di scena spettacolare estrae da sotto il tavolo una scatola nera mostrando a tutti la Coppa Victory che da quel giorno si chiama Rimet. Trionfo.

C.D.C. – Il Giornale

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‘NMM’ – Urna proibitiva, l’unico precedente con il Bayern nel 1974: i ricordi di Giancarlo Oddi (AUDIO)

Probabilmente peggio di così non poteva andare. La Lazio di Simone Inzaghi pesca i campioni in carica del Bayern Monaco dall'urna di Nyon per gli ottavi di finale di Champions League. Dopo una qualificazione che mancava da vent'anni, adesso di impresa ne servirà un'altra. Stavolta ancor più grande. Dall'altra parte i tedeschi di Flick, che hanno stritolato la scorsa Champions (vinta in finale 1-0 contro il Psg) grazie anche allo storico 8-2 al Barcellona. Per la Lazio sarà una sfida inedita, visto che per risalire a una partita contro il Bayern bisogna risalire al 1974: non una gara ufficiale, ma un'amichevole disputata il 17 settembre, a pochi mesi dallo scudetto. Sarebbe dovuto essere il preambolo dell'allora Coppa dei Campioni, che però la Lazio non giocherà mai a causa della squalifica dopo gli incidenti dell'anno precedente in Coppa Uefa contro l'Ipswich Town. Ilmessaggero.it

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Lazio, vent’anni fa lo scudetto con un finale da film

Ore 18.04 del 14 maggio 2000. Uno scudetto così non si era mai visto. C’era già la tv a pagamento, ma non certo negli stadi. E i telefonini al massimo potevano mandare messaggini, mica la diretta streaming. E così stavano tutti attaccati alla vecchia cara radiolina di Fantozzi, che trasmetteva “Tutto il Calcio Minuto per Minuto” in edizione speciale.Nell’attesa i laziali dopo aver già festeggiato la fine del bellissimo campionato della Lazio, con i gol di Simone Inzaghi, Veron e Simeone alla Reggina, se ne andavano bighellonando qua e là per il campo, sbandierando e abbracciandosi. Già felici così. La squadra era rientrata negli spogliatoi per accalcarsi davanti alla tv, le immagini dell’epoca danno Orsi, Salas e tutti gli altri mentre guardano nei monitor tv cosa sta succedendo al Curi, dove si gioca ancora Perugia-Juventus. E’ scontato che la Juve vinca no?  Nessuno in quel momento poteva pensare che davvero arrivasse uno scudetto via radio.
 

Secondo scudetto Lazio, il video amatoriale di 20 anni fa: l'attesa sul prato dell'Olimpico e poi la festa

Succede invece. Lo scudetto alla Lazio arriva alle 18.04 di quella domenica pomeriggio di venti fa, perché il Perugia batte la Juve in una delle più controverse partite della storia del calcio italiano. Nell’intervallo della partita la pioggia era considerevolmente aumentata fino a diventare un uragano che ridusse il campo a un’immensa pozzanghera. L’arbitro Pierluigi Collina, ripreso con l’ombrello per fare le prove di rimbalzo del pallone, decise di aspettare un’ora, prima che la pioggia rallentasse e si potesse tornare a giocare tra mille difficoltà.

DI GIANNI MURA

La Juventus non glielo perdonerà mai e per una volta Moggi e Giraudo si videro tenuti distanti e messi al loro posto dal re degli arbitri italiani. Che cocciutamente portò al termine la partita, su un campo che del resto era lo stesso per entrambe le partecipanti. Si tornò sul campo sullo 0-0 e la Juventus ebbe un tempo intero per vincerla quella partita, ma non ci riuscì.

Per paradosso lo scudetto della Lazio porta soprattutto la firma di Alessandro Calori, difensori toscano, che al Perugia trascorse solo quella stagione e il cui ultimo ultimo gol per la squadra di Mazzone e Gaucci fu appunto quello decisivo. Quello che dette lo scudetto alla Lazio, 26 anni dopo il primo di Chinaglia e Maestrelli. E tutti gli scudetti che arrivano al di sotto della Milano-Torino sono a loro modo “storici”.
 

DI LUIGI PANELLA

Anche se, tutto sommato, fu una sorpresa abbastanza relativa. Gli equilibri del calcio allora erano differenti. L’anno precedente la Lazio aveva perso lo scudetto per un punto contro il Milan, l’anno successivo lo avrebbe vinto la Roma.

Quello scudetto ha le radici nel disegno folle  di Sergio Cragnotti, industriale precipitato nel calcio, poi coinvolto nel clamoroso crac Cirio e di molte altre aziende. La Lazio, grandissima squadra, un gruppo di campioni strappati a suon di miliardi alle tradizionali big del calcio, era la vetrina della sua malata e anche furfantesca grandeur. Rappresentava, Cragnotti, una borghesia sbrigativa e senza scrupoli che andò allo scontro, per non dire in guerra, con la nobiltà del pallone. Per poi finire di filato in carcere.

La Lazio di quegli anni vide lo sbarco a Roma di giocatori come Gascoigne, Signori, Mancini, Nedved, Boksic, Vieri, Simeone e tantissimi altri: un pantheon di campioni. Era come se la Milano da bere e degli yuppies si fosse trasferita a Roma.

Per dare la misura delle follie cragnottesche e dello spregiudicato clima da raider della finanza che si era impadronito del calcio, Christian Vieri viene comprato ad agosto ’98 dall’Atletico Madrid per 55 miliardi di lire e rivenduto a giugno ’99, dieci mesi dopo, all’Inter per 90 miliardi. L’anno dopo lo scudetto 2000, sarebbe stato acquistato Mendieta per 89 miliardi, un vero bidone il cui altissimo valore iniziale praticamente si dissolverà totalmente in breve tempo. E infatti da lì a poco la bolla cragnottesca sarebbe esplosa clamorosamente, facendo venire giù tutto. Anche la Lazio stessa.

L’apice di quella stagione, in una raffica di polemiche arbitrali al calor bianco con la Juve sempre al centro e Cragnotti sempre all’attacco, fu il 1° aprile con la notturna al Delle Alpi tra Juventus e Lazio. Mancano addirittura Marchegiani, Nesta, Mancini e Salas ma la Juventus di Zidane, Del Piero e Filippo Inzaghi, sbatte e si intestardisce contro il muro della Lazio e soprattutto di Marco Ballotta in porta. E Simeone segna così lo storico gol che diventa il fondamento principale dello scudetto laziale.
 

DI MAURIZIO CROSETTI

La Lazio aveva in panchina l’ineffabile Sven Goran Eriksson, ottimo allenatore, abile gestore dei tanti campioni, gran navigatore della vita e del pallone, buon viveur da trovare nella capitale la sua bambagia. E soprattutto la Lazio aveva una squadra straordinaria: Marchegiani, Nesta, Mihajlovic, Simeone, Stankovic, Nedved, Veron, Salas, Simone Inzaghi, Mancini, Boksic. Roberto Mancini che ne fu la mente in campo – e infatti un anno dopo era già l’allenatore della Fiorentina – vinse con la Samp prima e con la Lazio poi. Uno straordinario rivoluzionario col ciuffo, la sciarpa al collo e i vestiti dei migliori atelier della Capitale.
 

repubblica.it

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Luis Alberto torna alle origini: tutto inizió nella Marassi rossoblu

Dolci ricordi per Luis Alberto. A Genova infatti lo spagnolo ha segnato il suo primo gol in Serie A. Era il campionato 2016/2017, quando l'ex Liverpool, con un tiro da fuori, segnò il definitivo 2-2 nel finale. Adesso il numero 10 cercherà un altro gol pesante, magari da tre punti, per continuare a far volare la Lazio. Agenzia biancoceleste

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In lotta per lo Scudetto dopo 24 giornate, nel 2000 era a -4 dalla Juve

L'ultima volta che la Lazio era in corsa per il titolo dopo 24 giornate? Nel 2000: vincendo 1-0 a Lecce, con uno strepitoso destro di Nedved dal limite dell’area, era seconda a -4 dalla Juve (e, come oggi, l’Inter era terza). Come finì, lo ricordano tutti: con il secondo scudetto, strappato ai bianconeri affogati a Perugia. L’anno dopo, col triangolino tricolore sulle maglie, alla 24ª Zoff perse 1-0 in casa del Milan ed era 3° lontano (-12) dalla Roma: una striscia di 7 vittorie e 2 pareggi gli servì solo ad avvicinarsi a -3, prima dell’ultima giornata, ai giallorossi che comunque vinsero il campionato. Nell’era Lotito il distacco minimo, a questo punto, era di Reja: 4° a -7 dal Milan nel 2011. Ma in molti altri campionati la Lazio era lontanissima: a -29 dall’Inter nel 2010, quando lo stesso Reja (appena subentrato a Ballardini) vinse 2-0 a Parma e lasciò un preoccupante terzultimo posto; a -31 dalla Juventus nel 2014, ancora col friulano; a -34 dall’Inter nel 2008 con Rossi, record negativo di questi ultimi 15 anni. E Inzaghi? Nei suoi precedenti 3 campionati questi i distacchi alla 24ª: -16 dalla Juventus, -17 dal Napoli, -28 dai bianconeri. Per vedere il primo posto, ci voleva il binocolo. Nel 2000, alla giornata numero 25, fu proprio Simone ad evitare la sconfitta contro l’Inter: entrato sullo 0-2 a 15’ dalla fine (al posto di Negro), ribadì in rete un tiro sulla traversa di Stankovic e poi… tenne Peruzzi a terra permettendo a Pancaro di pareggiare. Vent’anni dopo, domenica prossima, Inzaghi sarà in panchina a Marassi. Sognando una volata come quella con Eriksson. CorriereDellaSera

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Napoli in Coppa Italia, la storia dice Lazio

Il Napoli è la squadra contro la quale la Lazio ha registrato il maggior numero di vittorie nella storia della Coppa Italia. Sono 20 i precedenti tra le due squadre, con un bilancio di 9 vittorie biancocelesti, 4 pareggi, e 7 sconfitte. I partenopei sono i più battuti: chiudono il podio Juventus e Milan (8 successi). Prendendo in esame solo le partite giocate al San Paolo, poi, la storia racconta di 4 vittorie per la Lazio, 2 pareggi e 4 sconfitte. Negli anni 2000, però, si registra solo un successo partenopeo (29 gennaio 2014, Napoli-Lazio 1-0), poi 2 vittorie Lazio e 2 pareggi. In totale i capitolini hanno siglato 27 reti agli avversari, subendone 22.

 

Le vittorie più larghe sono due 4-0 rifilati dalla Lazio al Napoli. Il primo il 6 luglio 1958, l’altro all’Olimpico il 15 ottobre 1997 (doppietta di Boksic, Mancini e Signori). Tra le partite più recenti giocate al San Paolo si possono ritrovare due curiosità. Una riguarda un Napoli-Lazio del 17 gennaio 2008. Il match finì 1-1, un risultato che premiò i capitolini dopo il 2-1 fatto registrare all’andata all’Olimpico. Il gol della qualificazione lo segnò Igli Tare. L’altro riguarda l’ultimo Napoli-Lazio giocato in Coppa Italia, l’8 aprile 2015. Semifinale di ritorno (andata finita 1-1), la Lazio vince 1-0 al San Paolo, con un gol di Senad Lulic al 79′. L’uomo delle coppe ha colpito anche gli azzurri nella sua “decina” di minuti preferita.

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Ripensando a Felice: “La Lazio non è una squadra di calcio. La Lazio ti entra dentro, ti cattura, è lei che ti sceglie”

Non so a quanti giocatori sia capitato di diventare papà e vincere uno scudetto nello stesso giorno. Non so a quanti portieri sia capitato di incassare cinque gol in una partita eppure essere ingaggiati a fine campionato proprio dalla squadra più blasonata che glieli aveva segnati. Non so a quanti sportivi sia capitato di rispondere con una prestazione da 10 in pagella al dolore più grande della propria vita, la perdita imminente e ineluttabile di un “padre”. Non so a quanti uomini sia capitato di iniziare da operaio, studiare da geometra e diventare avvocato. Che è cosa diversa da nascere povero e arricchirsi strada facendo, quello capita e capita spesso. Significa avere dentro dell’altro, puntare su se stessi, credere in alti valori e vivere ogni attimo della propria vita e del proprio lavoro con gli stessi slanci di generosità, la stessa adrenalinica partecipazione.
Non  vi racconterò  nel dettaglio di chi sia stato Felice Pulici per la Lazio. Un campione d’Italia tra i pali prima e dietro la scrivania poi. Non c’è tifoso che non ne conosca le gesta in campo, non foss’altro per le immagini salienti e indelebili della cavalcata strepitosa del ’74 . Ricorderò solo che nella stagione precedente subì solo 16 reti in 30 partite, record ormai imbattibile nel calcio dei super-attacchi e del Var che li protegge. Merito condiviso con una difesa di ferro e un impenetrabile centrocampo. E che resta poi l’essenza di tanti siparietti successivi con Oddi e Wilson: “Non ci fossi stato io…”, diceva; “Senza di noi sai i gol che avresti preso!”, la risposta.

Era lui il capitano nella partita emblematica della stagione trionfale della banda Maestrelli: quel Lazio-Verona senza intervallo, maglie biancocelesti rimaste in campo invece di rifugiarsi negli spogliatoi, ad aspettare a pié fermo chi aveva osato sfidarle chiudendo il primo tempo in vantaggio all’Olimpico, quasi una lesa maestà. Lui concentrato tra i pali nel brusio di sorpresa, nel destino sospeso. Uno dei tanti eventi singolari, uno dei mille aneddoti che ancora accompagnano vividi quei nove mesi esaltanti. Il più gettonato la corsa di Felice verso il Santo Spirito al fischio finale di Lazio-Foggia:  mentre la Roma laziale impazzisce di tricolore, Pulici sta cercando in giro per l’ospedale le sue scarpe che l’emozionato magazziniere Esposito, detto “Pisello”, ha infilato per sbaglio tra la roba di Gigi Martini, portato d’urgenza dallo stadio in sala raggi per una clavicola malconcia e che ha due numeri di piede di meno. E Felice ha fretta di riprendersele, le sue scarpe, e di arrivare subito a Fiumicino per volare a Milano dove gli è appena nato il secondogenito, Gabriele. Il dottor Ziaco, il medico sociale vero alter ego dell’allenatore Maestrelli, scambierà quella visita “interessata” in ospedale per un encomiabile gesto di solidarietà verso il compagno malconcio. Ci hanno riso per anni, i reduci.

La scheda tecnica dice di Pulici Felice Mosè (sì, un nome spensierato e uno biblico) che fu il prototipo del portiere moderno, chiuso in nazionale da scelte geopolitiche e da colleghi eccelsi come Superdino Zoff e Castellini “il giaguaro”, due modi opposti di interpretare il ruolo che lui invece racchiudeva.  La parata più bella un volo che sembrava infinito fino all’incrocio dei pali e oltre a difendere il gol di Giordano in un derby vincente del ’76. Finito con una dedica strozzata dal pianto negli spogliatoi: non riuscì a dirlo proprio quel nome, Tommaso Maestrelli. Era il 28 novembre, il “maestro” sarebbe spirato quattro giorni dopo. Pulici continuerà a pagare ogni volta con il groppo alla gola il ricordo del suo allenatore, o di Cecco, o del Frusta, o di Giorgio, di quella trafila infinita di compagni strappati prematuramente alla vita.Non vi racconterò del come e del perché fu costretto a lasciare la Lazio, del come e perché poi vi ritornò a chiudervi la carriera da dodicesimo. Ci vorrebbero pagine e pagine di una storia che lui non amava raccontare. Troppe amarezze.

Proverò piuttosto a dirvi cosa sia stata la Lazio per Felice Pulici. Un’amica dolcissima, l’amica del cuore, l’amica di una vita, l’amica segretamente amata nonostante i capricci, gli sbuffi, le sbandate, i tradimenti, le scenate, le rotture unilaterali che lo allontanarono a intermittenza, prima da calciatore e poi da dirigente. Una vecchia amica che oggi compie 120 anni. C’è una frase molto significativa che gli appartiene e che la famiglia ha voluto fosse per sempre impressa nell’immaginetta distribuita al suo toccante funerale: “La Lazio non è una squadra di calcio. La Lazio ti entra dentro, ti cattura, è lei che ti sceglie, e come i giovani figli di Sparta attrae a sé solo chi è disposto a soffrire, perché quando c’è la Lazio di mezzo non c’è mai nulla di facile”. Quel giorno, ai titoli di coda, nella solita chiesa gremita come fosse San Pietro, la Lazio capì perché “aveva scelto” Felice, catapultandolo giù dal profondo Nord, un milanese che si è fatto romano, incredibile a dirsi.
Per questa amica, dicevo, Felice ha combattuto con le armi più efficaci. Mani nude e gambe potenti da giocatore, voce tonante da dirigente. Quello di cui ti fidi, quello che ti difende. Nessuno meglio di lui ha cavalcato la polemica, contro chiunque sporcasse la Lazio. Con i giornalisti cui, maniacalmente preciso com’era, non ha mai fatto passare una sbavatura. Ma era così esigente prima di tutto con se stesso, da farsi assolvere ampiamente, sempre stimare se non amare. In un libro che ho scritto sulla Lazio avevo ricordato come nel 2001 da dirigente avesse pagato lui per tutti nella vicenda del “passaporto falso” di Juan Sebastian Veron con qualche mese di inibizione. Per non farmela passare liscia, aveva perfino messo il post-it giallo alla pagina: “Ti sei dimenticato però un particolare – quasi mi aggredì appena mi vide – Che sono stato assolto in tribunale per non aver commesso il fatto…". Aveva ragione, ovviamente.

Teneva alla propria integrità morale. Ma in realtà per me era scontato, quella notazione era solo il passaggio di un discorso più ampio, perché volevo sottolineare che Felice ha sempre pagato di tasca sua, perfino letteralmente quando Chinaglia, da presidente, era oberato di debiti e non sapeva a quale santo votarsi. Ha sempre pagato lui il conto per eccesso d'amore. E quella volta, finito il rimbrotto, mi regalò una sua foto con dedica, perché il rancore non faceva per lui.

Una Lazio amica e a volte ingrata, ho scritto. Non un’amante: della serie “ha tradito la famiglia per il lavoro”. Raccontano che la signora Paola, sua moglie, appena partorito Gabriele si vide dunque portare in dono da Felice la maglietta nera col numero 1, ancora intrisa del sudore e del sogno degli ottantamila dell’Olimpico. E che la gettò a terra. E che quella maglietta sparì per anni in fondo a un cassetto. Ma lui era Felice solo accanto a lei, a Michela, a Raffaella, le due figlie, le donne della sua vita. Anche se è vero, a un’altra famiglia è davvero appartenuto, cominciava per Pulici e finiva per…Maestrelli. Per chi è laziale una filastrocca diventata mantra.

Vincenzo Cerracchio – Repubblica.it

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Piazza della Libertà, la Lazio dei pionieri e la “Spoon River” dello scudetto negato

(SPECIALE DE 'LA REPUBBLICA') – Se vi capita di passeggiare a Villa Borghese la domenica mattina, nel parco alle spalle della Galleria Borghese, il Parco dei Daini, e veder giocare una partita di calcio da due squadre di amatori, melting pot di etnie e generazioni, non sottovalutate quel campo di terra e polvere. Romani di mezza età e giovani sudamericani o magrebini, le maglie di qualsiasi colore e le porte prefabbricate, si sfidano ogni domenica mattina in quello che loro stessi chiamano "Il tempio". Magari senza sapere perché. Lì c'è una radice storica dello sport italiano, lì ha mosso i primi passi il calcio della Capitale.

Inizio Novecento, fino ad allora il football nel nostro Paese lo hanno giocato soprattutto i marinai inglesi scesi dai bastimenti nei porti di Genova (dove nel 1893 hanno fondato il Genoa Cricket and Football Club), Livorno, Napoli, Palermo.  A Roma c'è solo la Lazio, nata il 9 gennaio 1900 a Piazza della Libertà come società  di podisti che apprendono i rudimenti del calcio dai seminaristi del Collegio Scozzese e del Collegio Irlandese, con i quali si sfidano prima in Piazza d'Armi nell'attuale quartiere Prati e, dal 1906, al Parco dei Daini (in quella che allora si chiamava Villa Umberto) nei pressi della sede sociale, uno scantinato della Casina dell'Uccelleria. Il 27 gennaio 1901 la prima partita di football sperimentale della Lazio: vittoria per 1-0 contro il Veloce Club sul campo del Velodromo Roma, appena fuori Porta Salaria, e il 13 maggio del 1904 a Piazza d'Armi il primo derby contro il Club Sportivo Virtus (3-0 con tripletta del capitano Sante Ancherani).

Le maglie biancocelesti, i colori della Grecia, per onorare lo spirito olimpico, lo stesso che in quegli anni di inizio secolo spingeva ogni società sportiva a battezzarsi con nomi classicheggianti (Virtus, Fulgur, Spes, Audace, Fortitudo…), tutte tranne la Lazio che si ispira all'antico Latium Vetus, culla della civiltà latina e romana. E l'aquila, emblema supremo dell'impero romano. Lo spirito olimpico è nel dna dei primi atleti laziali, i pionieri.  Come Pericle Pagliani che segna molti record italiani, dai 10mila nel 1904 ai 5mila su strada l'anno successivo, ai 5mila nel 1908 quando vince anche i campionati italiani di corsa campestre. Partecipa alle Olimpiadi di Londra nel 1908, quelle della leggendaria maratona di Dorando Pietri.  Qualche anno prima, durante una gara a Carpi, era stato proprio Pagliani a ispirare Pietri che, vestito da garzone, aveva inseguito il podista della Lazio per buona parte della competizione.

Ma torniamo al calcio, altrimenti finiremmo per perderci  nella sterminata storia polisportiva della Lazio che vanta vicende e personaggi mitici. Negli anni Cinquanta, ad esempio, nelle piscine spopola Carlo Pedersoli (poi attore di successo con il nome d'arte Bud Spencer), primo italiano sotto il minuto nei 100 stile libero e centroboa nella pallanuoto. E nel ciclismo è Fausto Coppi a vestire la maglia della Lazio che nel 1945 accoglie il "campionissimo" reduce dalla guerra: quasi un anno di competizioni, con al fianco anche il fratello Serse, e sei vittorie prima del ritorno nella Bianchi. La mitica compagine ciclistica che, guarda caso, sfoggia una divisa da gara biancoceleste.

Torniamo al calcio dei pionieri, appunto (raccontato anche da un grande volume in libreria da qualche giorno: "S.S.Lazio. La Storia", di Fabio Argentini e Luca Aleandri, Goal Book Editore). Il drappello di ragazzi che nel 1908 partecipa per la prima volta a un torneo nazionale, superando i vari turni e aggiudicandosi le finali interregionali vincendo a Pisa tre partite in un solo giorno (alle 10, alle 14 e alle 16,30). Nel 1912 la Figc (Federazione italiana gioco calcio) vara il campionato italiano di prima categoria, cioè l'attuale serie A,e la Lazio conquista la finalissima nazionale in tre edizioni consecutive, aggiudicandosi il girone dell'Italia centrale e battendo la vincitrice del girone meridionale: nel giugno del 1913 perde per 6 a 0 con la Pro Vercelli, squadra simbolo dell'allora avanzatissimo calcio del Nord, sul campo neutro di Genova; nel 1914 la finale nazionale si gioca in due partite di andata e ritorno e in entrambi la Lazio viene sconfitta dal Casale (1-7 a Casale e 0-2 a Roma). La finalissima dell'anno successivo (mai giocata) è il cuore di questa storia, l'epopea dello "scudetto negato".

Il campionato italiano inizia il 4 ottobre 1914 e tra vari gironi del Nord, del Centro e del Sud, partecipano più di 50 squadre comprese Genoa, Juventus, Torino, Milan, Bologna, Internazionale, Hellas Verona, Naples e, appunto, la Lazio che da quell'anno disputa le partite casalinghe nello Stadio della Rondinella appena costruito in classico stile inglese sotto i colli dei Parioli e inaugurato il primo novembre 1914. L'addio al Parco dei Daini dipendeva da un incidente dell'anno precedente, che era costato la revoca della concessione per l'uso del "tempio": una pallonata involontaria del calciatore Fernando Saraceni alla figlia del prefetto di Roma, Angelo Annatarone, che passava in carrozza nel parco durante una partita della Lazio.

Dopo i sei gironi eliminatori e i quattro gruppi di semifinale, al girone finale del Nord approdano Torino, Inter, Genoa, Milan e in quest'ordine di classifica si presentano al giro di boa tra le partite d'andata e di ritorno, tanto che il quotidiano L'Italia sportiva titola a tutta pagina: "Anche quest'anno il campionato ad una squadra piemontese?".  A fine maggio, quando rimangono da giocare solo i ritorni di Inter-Milan e Torino-Genoa, la classifica recita: Genoa punti 7, Torino 5, Inter 5, Milan 3. Nel frattempo il girone finale del campionato dell'Italia Centrale, dopo i due gruppi iniziali che avevano qualificato rispettivamente Pisa, Lucca, Roman e Lazio, se lo erano aggiudicato i biancocelesti conquistando così automaticamente  il diritto a partecipare per il terzo anno consecutivo alla finalissima nazionale perché Naples e Internazionale di Napoli (le due squadre che si giocavano il titolo del Sud) erano state squalificate dalla Figc per irregolarità di tesseramento.

Con la Lazio prima finalista del campionato nazionale e in attesa di conoscere il nome della concorrente settentrionale, la storia (quella con la "S" maiuscola) il 23 maggio 1915 volta drammaticamente pagina: l'ambasciatore a Vienna, Giuseppe Avarna, consegna la dichiarazione di guerra dell'Italia all'impero austroungarico. E' l'inizio della Grande Guerra, la carneficina che perderà per sempre 650mila soldati italiani, ferendone e mutilandone oltre un milione."Concordia parvae res crescunt" è il motto della Lazio: "Nell'armonia le piccole cose crescono" dice la frase di Sallustio, che come un tragico monito nella versione completa prosegue con il suo opposto, "nel contrasto anche le più grandi svaniscono". Tra il 1915 e il 1918 svanirà ancora una volta l'innocenza del mondo e nel baratro finiranno anche i ragazzi del football. Mobilitazione generale e campionato sospeso. A casa torneranno in pochi.

Tra atleti e dirigenti delle varie sezioni sportive della Lazio, scrivono Emiliano Foglia e Gian Luca Mignogna nel libro "Lo scudetto spezzato" (Goalbook Edizioni),  in circa 300 partirono per la Grande Guerra: secondo le ricerche di LazioWiki contenute nel volume "Dal Tevere al Piave" (Eraclea) ne morirono 32 e altri 12 rimasero feriti. Tutti si coprirono di una gloria agli antipodi di quella delle vittorie sportive: 25 Medaglie d'Argento al Valore Militare, 38 di Bronzo e 14 Croci di Guerra. Tra i caduti laziali, quattordici avevano giocato nelle squadre di calcio delle varie categorie, alcuni parallelamente ad altri sport.

Ecco la "Spoon River" del football biancoceleste: Giorgio Bompiani, 26 anni, tenente dei bersaglieri caduto in combattimento a Castelnuovo di Sagrado, Gorizia; Ernesto Bonaga, 21 anni, sottotenente di fanteria morto a Dosso Faiti (Slovenia); Alberto Canalini, 35 anni, battaglione ciclisti, disperso a Jamiano sul Carso; Manlio Cianconi, 24 anni, ufficiale di fanteria caduto a Col d'Asiago; Renato De Censi, 26 anni, marinaio cannoniere morto nel 1919 nell'affondamento del piroscafo San Spiridione; Orazio Caggiotti, 25 anni, capitano dei bersaglieri, caduto nella battaglia del Monte Pecinka (Slovenia); Lorenzo Gaslini, 28 anni, sergente dei granatieri di Sardegna e poi pilota d'aviazione, deceduto per una malattia contratta in guerra; Enrico Laviosa, 19 anni, sottotenente d'artiglieria, Monte Vodice Zagomilla (Gorizia); Fulvio Massini, 20 anni, aspirante ufficiale di fanteria caduto sulle alture del Solber; Andrea Teodoro Molina, 20 anni, fante disperso nei combattimenti sul Col di Lana; Camillo Monetti, 26 anni, sergente maggiore di fanteria, morto per le ferite nell'ospedale militare di Udine; Luigi Riccardi, 22 anni, sottotenente di fanteria morto a San Martino del Carso; Pier Italo Rivalta, 26 anni, tenente di fanteria morto in un campo di prigionia ungherese; Mario Rotellini, 24 anni, tenente di fanteria caduto sull'Altipiano di Asiago.
Oltre ai 14 calciatori, 18 caduti tra i dirigenti e gli atleti biancocelesti delle altre discipline: Arnaldo Ausenda, podista; Gaetano Chiesa, podista; Carlo Giovanni Colombo, dirigente; Ugo Conti, dirigente; Rodolfo De Mori, podista; Federico Di Palma, dirigente; Giovanni Kustermann, nuoto; Mario Malnate, podista; Armando Marcucci, podista; Florio Marsili, nuoto e canottaggio; Mario Massetti, podista; Ottorino Massetti, podista; Valerio Mengarini, nuoto e podismo; Pietro Nazari, podista; Giovani Pandolfi De Rinaldis, podista; Clemente Pansolli, podista; Gaetano Piergallini, podista; Paolo Spingardi, dirigente.

In memoria di tutti i caduti della Lazio nella Grande Guerra, allo Stadio della Rondinella nel 1925 viene collocata una targa poi andata perduta. Il campo durante il conflitto era stato trasformato in "orto di guerra" per sfamare i romani e per questo, ma anche per aver creato una sezione femminile che accudiva i figli dei soldati, nel 1921 un Regio Decreto del governo Giolitti assegna alla Lazio la qualifica di "ente morale" riconoscendone i meriti sociali, culturali e sportivi. Anche il campo che oggi ospita le partite del Genoa, l'altra candidata alla vittoria del campionato "spezzato", cela un piccolo-grande segreto in onore dei calciatori scomparsi in guerra: la Medaglia d'Argento al Valore Militare di Luigi Ferraris, primo giocatore genoano caduto in combattimento sull'Alpe di Malegna, interrata sotto la porta ai piedi della Gradinata Nord dello Stadio Marassi intitolato alla memoria del centrocampista rossoblù nel 1933.

Altri sei genoani non tornarono dalla Grande Guerra, come molti calciatori di tutte le squadre italiane. Quando alla fine del 1919 la Figc si riunì per deliberare l'esito del campionato 1914/15, la scelta fu quella di non disputare le due partite mancanti del girone finale del Nord e la finalissima nazionale, omologando la classifica provvisoria settentrionale con il primo posto del Genoa al quale venne assegnato d'ufficio anche il titolo nazionale, senza prendere in considerazione inspiegabilmente la Lazio, campione del Centro-Sud. Il beneficio d'inventario in questa ricostruzione è d'obbligo perché, come dimostrato da una enorme mole di studi, della delibera con la quale la Figc consegnò lo scudetto al Genoa parlarono solo i giornali dell'epoca e non esiste alcun  documento ufficiale. L'unica certezza è che la finale nazionale non fu mai giocata.

Il dilemma potrebbe essere sciolto ora, dopo più di un secolo, dalla stessa Federazione gioco calcio che, spinta da una petizione popolare per l'assegnazione ex aequo del titolo italiano 1914/15 a Genoa e Lazio, ha incaricato una propria commissione storica di studiare e risolvere ufficialmente il caso. In tempi di svilimento della memoria e di effimere contrapposizioni calcistiche, sarebbe un bel segnale. Soprattutto pensando a chi, nell'assurdità di tutte le guerre del mondo ha bruciato e brucia ancora la propria gioventù.

La Repubblica