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Il 2020 di Inzaghi: sogno scudetto, famiglia e Champions. Ora il rinnovo?

Famiglia e Lazio, Lazio e famiglia. Il 2020 di Simone Inzaghi ruota intorno alle sue due solide realtà. Che spesso si sono contrapposte. Il tecnico biancoceleste è pronto a chiudere un anno incredibile fatto di gioie, qualche dolore, record, emozioni, ambizioni. La società in un anno terribile per via della pandemia ha trovato un'altra dimensione. E il nuovo capitolo ha un volto: quello di Inzaghi.

Sogno scudetto sfiorato, ma è Champions

Il 2020 verrà ricordato in casa Lazio come l’anno dello scudetto sfiorato. Nessuna medaglia, un po’ di delusione, ma anche consapevolezza di aver visto una squadra molto forte. Lo dicono i numeri: record di risultati utili di fila, 21. Mai così tanti punti dopo 26 giornate, nemmeno negli anni tricolore 1974 e 2000. Secondo posto sognando qualcosa di storico. Poi il Coronavirus ha cambiato le nostre vite, stop al calcio, la ripresa a giugno. La Lazio si è sgretolata, la Juve che era ad un solo punto prima dell’interruzione scappa via e con lei tutte le altre. Troppi infortuni, meno gioco entusiasmante, ma Inzaghi riesce a portare la Lazio in Champions League dopo 13 anni. Un grande piccolo passo.

Famiglia

In estate Simone Inzaghi diventa papà per la terza volta. Il piccolo Andrea è un altro dono arrivato dall'amore con Gaia. Il tecnico si rifugia sempre nella sua famiglia. Il fratello Pippo è arrivato in Serie A con il Benevento, papà Giancarlo si commuove vedendo i figli vincenti e felici. Simoncino si toglie la giacca e qualche sfizio. Riparte il campionato, si ritorna in Champions. Impresa contro il Borussia Dortmund: 3-1 all’Olimpico. Capisce che la sua Lazio è forte e vola agli ottavi. Squadra imbattuta nel girone, ma qualche sofferenza contro il Bruges all’ultima c’è stata. Normale, avrà pensato. Le difficoltà fanno parte del DNA della società. Da sempre. Lo sa, ne ha viste tante nei suoi 20 anni a Formello.

Rinnovo sotto l'albero?

E ora il regalo di Natale del presidente Claudio Lotito: il rinnovo. Inzaghi aspetta, il suo contratto è in scadenza nel giugno 2021. Ha portato la squadra tra le migliori sedici d’Europa. Da mesi se ne parla, l’incontro decisivo però, è sempre slittato. Dovrebbe trattarsi di una maxi-operazione per blindare il tecnico: accordo per altri due anni (scadenza nel 2023) e ingaggio a 3 milioni di euro più bonus. Il 2020 per l’allenatore biancoceleste si potrebbe chiudere così.

Corrieredellosport.it

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Con i soldi Champions ora Lotito prenda un difensore per un altro salto di qualità

I brividi, l’ansia, la paura, la traversa che diventa della Lazio quando De Ketelaere scarica l’ultimo sinistro e poi la festa, quella più attesa, quasi venti anni. Ottavi di Champions finalmente, un traguardo storico, inseguito, meritato non solo per quello che si è visto sul campo in un girone comunque competitivo ma soprattutto per il lavoro che è stato fatto dalla drammatica estate del 2004 fino a oggi, a traguardo raggiunto, seppure con un affanno ingiustificabile considerando che la squadra biancoceleste ha giocato con l’uomo in più quasi per un’ora. Ma nell’enciclopedia della Lazio non c’ è mai stata una conquista facile, un successo semplice, un colpo di fortuna improvviso, il destino che viene a prenderti per darti una mano. Anzi, capitolo dopo capitolo, nel racconto trovi sempre un imprevisto, qualcosa che gira storto, come se il ruolo di vittima le appartenesse di diritto. Stavolta no, stavolta qualcuno ha dato una spinta alla Lazio, proprio negli ultimi secondi, quando la storia le aveva quasi sempre voltato le spalle ecco quel pallone che sbatte sulla traversa e salva un passaggio del turno che sembrava al sicuro dopo l’uno-due firmato da Correa e Immobile. La Lazio, in undici contro dieci, aveva ormai messo le mani sull’obiettivo che inseguiva da una vita: il passaggio del girone di Champions.Lazio agli ottavi, non accadeva da vent'anni. Non le accadeva dai tempi del presidente Cragnotti, di Eriksson, di Veron, di Simeone, di Mancini, di Simone Inzaghi. Già di Inzaghino, autore di uno storico poker contro il Marsiglia nel Duemila: da quell’impresa a questa, covata nel tempo, sognata da una vita, raggiunta nonostante la paura gli avesse quasi tolto la voce. La svolta a poco più di un quarto d’ora dalla fine: il tecnico esenta dalla sfida, contemporaneamente, Immobile (che aveva appena sbagliato la più facile occasione del 3-1), Leiva e Luis Alberto.

Mezza Lazio, in pratica: dei colossi, confermato solo Milinkovic Savic e meno male. Gli ingressi di Escalante, Akpa Akpro e Caicedo (lui sì sempre sveglio e pronto quando viene chiamato in soccorso) hanno spento la Lazio. Un black out immediato. Il 2-2 del Bruges, facile facile, e la paura che il destino ancora una volta stesse per tradire i biancocelesti. Inzaghi ha provato in tutti i modi a dare una scossa alla squadra, ma il Bruges ormai aveva capito tutto, si è gettato nell’area di Reina sfiorando una clamorosa vittoria che, ovviamente, sarebbe entrata nella storia della Lazio. La paura, poi la festa: Inzaghi aveva quasi dominato il girone, conquistando punti anche con dodici giocatori a disposizione, in Belgio e in Russia, sarebbe stato un incubo retrocedere in Europa League e rinunciare ad altri 10 milioni che si aggiungeranno ai 35 già messi in cassa.

E nonostante le difficoltà provocate dal calcio ai tempi del Covid, dove i ricavi sono quasi svaniti, è da questo tesoro che la Lazio dovrà ripartire a gennaio, altrimenti rischia ancora una volta di rinunciare al salto di qualità. E’ evidente che la squadra ha bisogno di un rinforzo per una difesa a cui non basta più Acerbi, cioè il miglior centrale del campionato: dopo il fallimento di Vavro, la società aveva messo le mani su Kumbulla prima di spostare una cifra per lei inconsueta (18 milioni) su un attaccante come Muriqi, destinato a restare chissà per quanto tempo alle spalle di un Immobile infinito. Il recupero di Hoedt a costo zero e la sorprendente promozione di Patric non hanno migliorato il reparto più in sofferenza della squadra. Sarebbe un peccato non fare uno sforzo proprio adesso, correggendo gli errori estivi anche sulla corsia sinistra, dove Lulic da anni non trova un erede: dopo i fallimenti di Durmisi e Jony, le enormi difficoltà di Fares. Lo scudetto non ha ancora un padrone e in Champions, con i titolari veri, la Lazio può battere tutti o quasi, ma deve investire.

A.D.P. – Il Corriere dello Sport 

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Notte Champions, Luis Alberto per tornare stellare

Da quando è rientrato dopo la positività al CovidLuis Alberto non è più lo stesso. Ma oggi contro il Club Brugge deve tornare a brillare tra le stelle della Champions, in una notte che la Roma biancoceleste aspetta dall’autunno del 2000, ovvero l’ultima volta che la Lazio superò la fase a gironi. A dirla tutta, aveva iniziato la stagione su livelli altissimi il mago spagnolo, che sembrava lanciatissimo verso un’annata super. Poi, dopo l’eurogol contro il Bologna(tunnel e destro sotto la traversa), ha contratto il virus ed è rimasto in quarantena per due settimane. È entrato così in un novembre difficile, con più ombre che luci, tra una condizione da ritrovare e le polemiche che sembravano infinite per l’attacco alla società sugli stipendi arretrati. Il caso ora è chiuso, da quel momento ha sempre giocato, ma non ha mai fatto la differenza come prima.
C’è un dato che è emblematico ed è quello degli assist. Perché Luis Alberto, che l’anno scorso ha vinto la speciale classifica firmandone 15 (uno in più di Gomez), attualmente è fermo a quota zero. Non ne ha servito neanche uno, da agosto a oggi. E la casella vuota fa rumore, per uno specialista come lui (in totale con la Lazio è a quota 44). Un calo, fisico e mentale, è fisiologico ed era da mettere in conto. Salvo qualche settimana di sosta, da fine giugno si gioca ogni due giorni e il tempo per recuperare energie viene meno. Ma un top player come lui deve venire fuori nei momenti cruciali, quando conta, come oggi contro il Club Brugge, ancora in corsa per la qualificazione in Champions. Competizione in cui non ha mai segnato, così come l’alto big del centrocampo biancoceleste, Milinkovic, anche lui chiamato a riprendersi la squadra sulle spalle dopo l’incubo della positività. TuttoMercatoWeb

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Eriksson: “Col Bruges vita o morte. Lazio superiore ma la testa fa la differenza”

L'ultimo, o meglio l'unico, a portare la Lazio tra le migliori 16 d'Europa è stato Sven Goran Eriksson. Che poi, a dir la verità lo svedese nell'anno dello scudetto (1999-00) arrivò fino ai quarti, fermato dal Valencia di Cooper. La formula, infatti, prevedeva che dopo il primo girone non ci fossero gli ottavi ma un altro girone da 4 squadre. La stagione successiva (2000-01) i biancocelesti si fermarono proprio a questa seconda fase. A distanza di 20 anni Simone Inzaghi può eguagliare il suo maestro
«Mi renderebbe molto orgoglioso. La Lazio sta facendo molto bene con Simone in panchina. Ormai sono molti anni che allena la Lazio e ha fatto crescere molto la squadra. Domani gioca in casa e sono convinto che possa riuscire a tagliare questo traguardo. Il Bruges è inferiore ai biancocelesti come potenzialità, per questo dico che sono i favoriti e io farò il tifo per loro».
Eriksson come si affrontano queste partite? Su cosa di deve puntare?
«Rispetto al campionato giochi contro squadre che conosci meno. Inoltre non c'è tempo per recuperare se sbagli. E' una partita da vita o morte. Conta tantissimo l'aspetto mentale. E' la testa che farà la differenza. La Lazio è in casa e anche se non c'è il pubblico sarà comunque un fattore determinate. E poi diversi giocatori di questa rosa lavorano da anni per andare in Champions e ora che hanno davanti un grandissimo obiettivo non credo che sbaglieranno partita».
A proposito di testa, in molti hanno criticato la Lazio per i blak out prima delle gare di Champions. Come si evitano?
«Se lo sapessi ora sarei l'allenatore del Barcellona. E' impossibile pensare di vincere tutte le partite. Serve la testa ma non è sempre possibile quando c'è un grande incontro all'orizzonte. E' successo a tutti di perdere. Anche ai più grandi. Bisogna evitarlo ma non è un dramma». 
Per anni si è detto che la Lazio non era in grado di fare il salto di qualità, vedendola in queste ultime due stagioni secondo lei ci è riuscita?
«Credo proprio di sì. Non è facile imporsi in Europa come sta facendo. Non ha perso nessuna partita del girone. Vedo un atteggiamento diverso e una maggiore consapevolezza nei giocatori». 
Vuole dare un consiglio a Simone?
«Simone non ha bisogno di consigli, sa benissimo come si fa a raggiungere il maestro (ride, ndr)».
Guarda spesso le partite della Lazio?
«Quest'anno me ne sono persa qualcuna ma lo scorso anno le ho viste tutte. La squadra gioca alla grande. Il miglior calcio d'Italia. Una squadra imprevedibile e divertente. Poi è sparita quando c'è stato il lockdown. Non so cosa sia successo, non posso dire io se è stato un problema di testa o di altra natura. Però sono convito di una cosa: senza lo stop la Lazio avrebbe vinto lo scudetto».
Occasione persa?
«C'è stata una pandemia, nessuno poteva prevedere questo. C'è rimpianto certo, ma vedo la Lazio pronta per vincerlo. Sono sicuro che prima o poi ci riuscirà».
C'è un giocatore che avrebbe voluto nella sua Lazio?
«Ciro Immobile, facile. Uno che fa 30 gol a stagione chi non lo vorrebbe?».
Eppure qualcuno lo critica
«Ha vinto la Scarpa d'Oro come si può criticarlo? Io l'avrei voluto nella mia Lazio e lo avrei fatto giocare molte volte».
Se lo aspettava un Inzaghi così bravo in panchina?
«Se me lo avessi chiesto 20 anni fa avrei detto di no (ride ancora, ndr). Ma ha fatto un grande lavoro partendo dal settore giovanile. Non mi sorprende che stia facendo così bene, né lui e né suo fratello. Hanno sempre vissuto di e per il calcio».
Da Inzaghi a Mancini, un altro suo discepolo
«Ecco Roberto non è una sorpresa per me. Di lui avrei detto 30 anni fa che sarebbe diventato un grandissimo allenatore. Già ai tempi della Sampdoria. Seguiva tutto. Era giocatore, allenatore, presidente… guidava anche il pullman».
Ha riportato l'Italia a grandissimi livelli
«Ha fatto un super lavoro. Dopo l'eliminazione con la Svezia l'Italia era crollata, lui non solo l'ha riportata in alto ma ha riportato il calore della gente. Credo che sia una delle favorite per vincere l'Europeo». 
Quanta differenza c'è tra fare il ct e l'allenatore?
«Tanta. Quando alleni un club li ha tutti i giorni a disposizione, mentre in Nazionale devi tirare fuori il meglio in quelle poche finestre in cui li alleni. C'è poco tempo a disposizione e per questo non si riescono a fare delle rivoluzioni. Mancini è stato grande anche in questo perché la sua Italia è come se fosse una squadra di club».
Inzaghi, Mancini, Simeone, Conceicao, Mihajlovic… che effetto le fa vedere così tanti suoi giocatori diventare allenatori di successo?
«Non sono stato mica il loro unico allenatore (ride, ndr). Mi fa molto piacere che abbiano fatto tanta strada. E' bello vedere che oltre a quello che abbiamo fatto sul campo ho lasciato in loro qualcosa che gli è stato di aiuto per il futuro».
Tornando al campionato italiano, c'è una favorita quest'anno?
«Mi sembra ci sia molto più equilibrio. La Juve, dopo aver vinto 9 scudetti di fila non sta dominando».
Una serie A più bella?
«Sì, decisamente. Magari i tifosi della Juventus non saranno d'accordo ma per me se ci sono più squadre che lottano è meglio».
Ci faccia una classifica
«Ora c'è il Milan che sta andando molto forte. La Lazio ha recuperato. E comunque occhio sempre alla Juventus. Sono abituati a vincere e anche quando non partono bene poi riescono sempre a rifarsi». 
A proposito di Milan: Ibrahimovic sta facendo cose incredibili
«Nessuno avrebbe immaginato una stagione così a 39 anni. A questa età quello che fa lui credo che possano farlo in pochissimi. Sta sorprendendo tutto il mondo. Anzi dirò di più: sta giocando meglio di 2-3 anni fa».
Eppure non ha mai vinto il Pallone d'Oro
«La sua sfortuna è aver incontrato nella sua epoca due come Messi e Cristiano Ronaldo, altrimenti lo avrebbe vinto quasi sempre lui».
Potrebbe tornare in Nazionale?
«In Svezia sono tutti orgogliosi di lui. Zlatan è il più grande di tutti in patria e per questo in molti stanno facendo il tifo per rivederlo in Nazionale. Glielo stanno chiedendo tutti. Questo però dipenderà da lui e dal Ct Janne Andersson. Credo che sia un peccato che per tutti questi anni non abbia vestito la maglia della Svezia. Ma penso che ora sia arrivato il momento di fare pace».
Finita la pandemia che desiderio ha per il calcio?
«Rivedere i tifosi allo stadio. Il pubblico e gli stadi colorati sono il vero spettacolo. Tornerà per forza perché il calcio è gioia. 
E.B. – Il Messaggero

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Pereira, 20’ per prendersi la fiducia di Inzaghi

A Dortmund sono bastati venti minuti, ad Andreas Pereira, per dimostrare di essere un giocatore di un livello superiore. È entrato per Correa al minuto 25' della rirpesa, fornendo una prestazione quasi perfetta, e ora si candida per una maglia da titolare contro lo Spezia.
Ha creato superiorità, con uno contro uno continui e verticalizzazioni, e nel finale ha costretto Burki a un miracolo per togliere la sua punizione chirurgica da sotto l'incrocio dei pali. Ha sorpreso, come non aveva mai fatto in questi tre mesi alla Lazio (ha collezionato appena 98' in Serie A, con un gol segnato): oltre che sotto l'aspetto tecnico, già ampiamente noto, sopratutto per la personalità e il modo in cui ha approcciato l'importante partita, in una fase cruciale. Dimostrando un'abitudine non scontata e non comune a esibirsi in prestigiosi palcoscenici. Ma d'altronde non deve stupire troppo, perché il suo background calcistico parla da sé. È cresciuto nel PSV e nel Manchester United, luoghi dove il calcio è sacro, così come la cultura della vittoria. Che per la Lazio è fondamentale raggiungere alle 15 contro lo Spezia, per poi entrare in ottica Champions a tre giorni dalla decisiva sfida col Bruges. Inzaghi oggi darà fiducia a Pereira, provato nella rifinitura accanto a Immobile, con Correa e Caicedo inizialmente in panchina (Muriqi è out, proverà per il Milan il 23 dicembre). "Il futuro è nelle nostre mani", ha scritto sui social dopo Dortmund il brasiliano, che dopo un primo periodo di adattamento ha la possibilità di scalare gerarchie e provare a imporsi nella Capitale. Tuttomercatoweb.com

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Maradona, svuotata la cassaforte. Gialli medici: costituita una commissione apposita

BUENOS AIRES – Diego Maradona era circondato dagli sciacalli, in vita e in morte. Lo hanno derubato quando il suo cuore si era appena fermato, forzando la cassaforte che aveva in casa. Lo hanno abbandonato, lo hanno sedato ma non curato e alla fine lo hanno quasi ammazzato. Qualcuno rischia la galera, per questo: il primo è Leopoldo Luque, il "dottor morte" come lo chiama la stampa argentina. Faccia da serie tv, barbetta fintamente incolta, 39 anni, sempre nei giri della Baires che conta:«Papà non poteva neanche prenotare il dentista o il podologo senza passare da lui», hanno detto a imagistrati le figlie di Maradona. Il dottore è indagato per omicidio colposo ma non si esclude il dolo eventuale. Ha firmato le dimissioni di Diego dopo averlo operato al cervello, ha coordinato un'assistenza medica domiciliare solo teorica: neppure un farmaco per il cuore ma antidepressivi a pioggia prescritti dall'altra indagata, la psichiatra Agustina Cosachov. «Mi vogliono vedere morto»,disse Diego qualche settimana fa all'amico giornalista Luis Ventura. Gravemente depresso e con un disturbo bipolare, iperteso, cardiopatico e vittima di sostanze e alcol, Maradona non aveva neppure il libero uso del cellulare: ne possedeva soltanto uno a schede e gli dovevano fare la ricarica, come aun ragazzino. Non si curava, non mangiava più, dormiva su un materasso gettato in terra, accanto al wc chimico portatile chiuso da un pezzo di cartone: Maradona riposava così e così è morto, a poch icentimetri dai propri bisogni.
Dalma e Gianinna si erano accorte che la situazione stava precipitando. Lo avevano fatto presente a Luque e scritto nelle chat ora sotto sequestro: «Papà ha le caviglie,l'addome e gli occhi gonfi, dobbiamo cercare un altro medico». Ma non accadde. Un quadro accusatorioaggravato dalle dichiarazioni dell'infermiera Gisela Madrid, anche lei contro il dottor Luque e la dottoressa Cosachov. Diego Maradona era un'azienda con 60 dipendenti e decine di persone che vivevano sulle sue spalle. Il suo avvocato, Matias Morla, altro personaggio inquietante, ne gestiva da qualche anno il patrimonio e aveva registrato 56 marchi riferibili a Maradona, tipo "La mano de Dios", "El10", "Diegol", in una società chiamata "Sattvica" ("sattva" in sanscrito vuol dire luce): ma il campione ne era fuori. Quanto denaro è stato sottratto nel tempo a Maradona? Aveva 60 anni e ne dimostrava 80, non era in grado neppure di salire tre gradini da solo. Minacciava di lasciare tutti i suoi averi in beneficenza, e chissà che non abbia fatto in tempo: lalettura del testamento già si annuncia come una delle puntate più sorprendenti di questa "serie"purtroppo reale, sulla pelle di uomo e non di un personaggio di fantasia. Per capire, e nel caso punire, i magistrati hanno stabilito un supplemento di indagini patologiche e tossicologiche, e hanno costituito un'apposita commissione medica. Nel corso dell'autopsia sono stati prelevati 6 frammenti di Dna per eventuali cause di riconoscimento di paternità. Gli ultimi a chiederlo sono Santiago Lara, 19anni e Magali Gil, 24, quasi la sosia di Jana Maradona, forse la sua sorellastra. Ma quanti figli aveva Diego? Ai 5 riconosciuti, alcuni dopo anni, se ne potrebbero aggiungere altri 2 in Argentina,uno in Spagna e 3 a Cuba. Ma Diego è morto totalmente solo.
 

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Immobile: di gol in gol sulla strada della Leggenda

 Eurobomber. Superata sua maestà Signori pure dal dischetto. Non si ferma più, Ciro. Spara. Ed è sempre più cecchino. Alla faccia degli scettici, anche in Champions. Se qualcuno voleva la controprova nel maggior torneo europeo, Immobile mette subito un altro sigillo. Anzi, chissà cosa sarebbe stato se la Uefa causa dubbio Covid non lo avesse bloccato per un doppio turno. A Dortmund avrebbe potuto rimpolpare ben due volte il bottino, Burki glielo ha negato al volo e all'angolino. Ciò nonostante lo score dell'attaccante napoletano rimane galattico: ha già timbrato il cartellino quattro volte in Champions, un gol ogni 63 minuti, praticamente ogni ora di gioco. Haaland sarà pure il futuro, ma il presente incorona re Ciro. Bucato l'ex Borussia all'andata e al ritorno, doppietta allo Zenit, aspettando il prossimo centro col Bruges, che potrebbe valere lo storico traguardo degli ottavi, vent'anni dopo. Immobile raggiunge quota 8 reti in totale (su 12 gare giocate) intanto nella competizione più importante: ogni 90' si conta un suo centro. Insomma questo Ciro si conferma assolutamente la Scarpa d'oro, anche per chi voleva vederlo su un più alto palcoscenico. Nessuna differenza con l'Europa League per chi, il gol, ce l'ha nel sangue da quando è nato. E con la voglia e la massima dedizione è persino migliorato oltre ogni limite tecnico originario: «Quando arrivò alla Juve, stoppava a fatica il pallone», scherza l'ex capitano bianconero Del Piero, al posto del quale entrò per la prima volta in campo Ciro. 
SCALATAAlla Lazio è diventato uomo, ora è fenomeno. A fine campionato potrebbe già essere mito assoluto. Sono 9 i gol messi a segno in stagione in 10 presenze, 5 in campionato e 4 in Champions. Negli ultimi 7 incontri disputati il suo ruolino è da giocatore inarrestabile: 8 centri e 2 assist. E' ripartito con un ritmo vertiginoso, è arrivato a quota 134 con la maglia della Lazio, gli mancano sedici gol per agganciare Piola (149) nella classifica dei marcatori biancocelesti di ogni secolo. Domani avrebbe bisogno di riposo: da quando è risultato finalmente negativo dopo 16 giorni di isolamento e calvario, Immobile è tornato in campo con un solo allenamento e non è mai più uscito. Inzaghi ha sfruttato la rabbia e voglia di riscatto. Ci penserà a tenerlo fuori, non può mai rinunciare a Ciro. Calamita del gol e trascinatore di gruppo. Anche a Dortmund più di un altro indizio. 
REMUNTADANel secondo tempo si sveglia Immobile e la Lazio diventa arrembante, devastante. Non è una coincidenza, è il carattere biancoceleste. Mai mollare. Così i ragazzi d'Inzaghi stanno continuando a sorprendere e a ribaltare le partite. Tra l'altro domani, dopo lo smacco in campionato contro l'Udinese, affronteranno a Cesena uno Spezia che ha perso 6 punti nel passaggio dal primo al secondo tempo: da 16 a 10 (peggio solo il Torino con un -11). La Lazio, al contrario, ne ha guadagnati 7 nelle riprese: da 7 a 14 (meglio solo il Sassuolo con un +8). Diventano 16 se si considerano nel computo anche le gare europee contro Zenit e Borussia dell'altro ieri. Immobile ingaggia un duello con Burki, ma i subentrati Lazzari e Pereira sembrano indemoniati, contagiati. La grinta e la forza d'Immobile si trasmettono per osmosi. 

Il Messasggero

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Inzaghi uomo Champions, serve l’ultimo sforzo ma ora la sfida è restare protagonista anche in campionato

Non è un punto che vale ancora una storica qualificazione ma l’1-1 di Dortmund può rappresentare una base di ri-partenza dopo l’indecoroso crollo con l’Udinese all’Olimpico. Con una personalità e un coraggio da grande squadra, la Lazio ha recuperato un pareggio di prestigio dopo essere andata sotto per il consueto svarione difensivo: il gol, neanche a dirlo, di Ciro Immobile, a segno già quattro volte in tre partite, a conferma che la Champions non gli mette alcun timore, anzi. Un punto che va anche stretto ai biancocelesti, capaci di dominare il Borussia nell’ultimo quarto d’ora. Prima il rigore del capitano, che avrebbe potuto raddoppiare poco dopo se il portiere non avesse fatto il fenomeno intercettando il pallone nell’angolino, e poi la punizione conclusiva di Pereira, intercettata ancora a un centimetro dalla porta: ai punti, la partita è stata vinta dalla Lazio, avvantaggiata dall’assenza improvvisa di Haaland, ma comunque così tosta da reggere l’urto della marea gialla, quasi sempre inarrestabile al Westfalenstadion. Dopo cinque giornate, la squadra di Simone Inzaghi è l’unica italiana ancora imbattuta: record che dovrà mantenere anche nel prossimo appuntamento casalingo contro il Bruges perché avrebbe il sapore di una meritatissima qualificazione agli ottavi. Da 19 anni la Lazio non passa il girone: alle medaglie già messe sul petto in fuori, il tecnico potrebbe aggiungere anche questa, davvero prestigiosa. Che Simone avesse un certo feeling con la Champions era già noto dall’indimenticabile notte contro il Marsiglia, datata 14 marzo 2000: poker di gol storico proprio come storico potrebbe diventare il possibileù passaggio del turno. Dopo aver visto il pareggio di Dortmund, conquistato con il gioco e lo spettacolo, viene da chiedersi come la Lazio possa aver perso contro l’Udinese nel sabato delle grandi occasioni buttate: un successo avrebbe rilanciato i biancocelesti al vertice, la sconfitta li ha invece lasciati a galleggiare in una zona che può spegnere anche le più importanti ambizioni. Il campionato riprenderà a La Spezia, tra poco più di 48 ore: dopo aver speso tutti i bonus negativi (già 3 sconfi tte in 9 giornate), Inzaghi dovrà ripartire e non fermarsi più per riproporsi in zona scudetto, ma senza dimenticare l’appuntamento dell’8 dicembre contro il Bruges, crocevia di una stagione che non ha ancora preso un indirizzo preciso. Bene bene o male male: la Lazio alterna gioco, vittorie e spettacolo a sconfi tte pesanti e assenza totale di energie. Sarebbe un peccato non sfruttare un Immobile come quello di Dortmund: un gigante anche a livello internazionale, nuova risposta a chi sosteneva il contrario. Alberto Dalla Palma – Corrieredellosport.it

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L’ultimo saluto ad Arturo Diaconale: presenti anche Lotito e Peruzzi

L’ultimo saluto ad Arturo Diaconale. Nel pomeriggio, presso la chiesa San Pio X di Roma, quartiere Balduina, sono state celebrate le esequie del giornalista, scomparso l’altro ieri all’età di 75 anni. Portavoce e responsabile della comunicazione della Lazio, Diaconale stava lottando contro un male incurabile. Nel corso della sua carriera Diaconale era stato membro del Consiglio di amministrazione della Rai (dal 4 agosto 2015 fino a luglio 2018), direttore de L’Opinione e aveva lavorato, fra gli altri, anche per Il Giornale con Indro Montanelli. Ai funerali erano presenti diversi personaggi del mondo della politica, dello sport e del giornalismo, tra cui Antonio Tajani, Cesare Previti, Maurizio Gasparri, Paolo Liguori e Guido Paglia. Più una delegazione della Lazio con il presidente Claudio Lotito, il club manager Angelo Peruzzi e alcuni giocatori delle giovanili. Ilmessaggero.it

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Le combinazioni per gli ottavi: pass con una vittoria, ma può arrivare anche perdendo

A una vittoria dagli ottavi di finale di Champions League. La Lazio, che questa sera scenderà in campo contro il Borussia Dortmund, staccherebbe il pass con un successo dei tedeschi, a prescindere dal risultato di Brugge-Zenit. Ma, per superare la fase a gironi potrebbe bastare addirittura un pareggio o anche una sconfitta, purché i belgi perdano contro i russi: a quel punto, entrambi sarebbero a -4 dai biancocelesti. In caso di sconfitta a Dortmund e contestuale vittoria o pareggio del Bruges, infine, i ragazzi di Simone Inzaghi sarebbero costretti ad aspettare l’ultima giornata per superare il girone: basterebbe comunque non perdere all’Olimpico.