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Uefa, niente sanzioni per i club di Superlega: “Vedremo in futuro”

Non è arrivata nessuna sanzione per i dodici club coinvolti nel progetto Superlega. Almeno per adesso. È quanto ha deciso la Uefa nel Comitato Esecutivo che si è riunito oggi. Il tema non era all’ordine del giorno, ma è ovvio che i massimi dirigenti della confederazione del calcio continentale abbiano affrontato l'argomento. Nella nota ufficiale, la Uefa si limita a sottolineare che il "Comitato Esecutivo è stato aggiornato sugli ultimi sviluppi riguardanti la cosiddetta Superlega, comprese le opzioni a disposizione dell'associazione e le possibili mosse che sta prendendo in considerazione". Corrieredellosport.it

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Flop SuperLega: ora i 12 “pirati” o ricapitalizzano o rinunciano alle superstar

Divisi da una rivalità sportiva e politica, uniti dal richiamo dei soldi. Real Madrid e Barcellona, irriducibili, il presidente blaugrana Joan Laporta fa da megafono a Florentino Perez. «La Superlega è una necessità. L'ultima parola spetta ai soci: investiamo, abbiamo ingaggi molti alti e di questo, pur salvaguardando il merito sportivo, si deve tenere conto». Il Barcellona è il numero uno per ricavi in Europa: 715 milioni, ma con il peso degli stipendi – il contratto di Messi da mezzo miliardo è la sintesi di un'epoca di follie – è in grave crisi. La Superlega come patto di mutuo soccorso fra club, per chiudere i buchi finanziari provocati dal Covid senza dover cambiare stile e tenore di vita. Ecco cos' era. Basta qualche dato a capire: il numero uno per debiti è il Tottenham: 685 milioni. Il numero uno per perdite è il Milan: 195 milioni. Il numero uno e basta si chiama Chelsea: ha cassa per 19 milioni; ha chiuso con 45 milioni di utile l'ultimo bilancio e in più il proprietario si chiama Roman Abramovich, patrimonio da 14,8 miliardi di dollari. A mettere insieme bilanci e statistiche si capisce che il denominatore comune tra i 12 club non è un indebitamento insostenibile. Per alcuni sì, per altri no: il totale fa 2,7 miliardi ma un quarto è del solo Tottenham. E non sono le perdite di bilancio devastanti: il Real, per esempio ha un piccolo utile e l'Atletico è in sostanziale pareggio. A unire tutti è stata l'idea commerciale e la prospettiva opportunistica di vendere un prodotto più attraente per le tv e quindi ottenere maggiori ricavi concentrandoli nel perimetro della presunta élite calcistica senza «disperderli» nei rivoli dei club «minori». Era anche, implicitamente, una sorta di sostegno alle società del gruppo che sono in difficoltà finanziaria: Tottenham, Inter e in parte anche Barcellona e Milan. Il Tottenham, che in due esercizi ha perso 220 milioni, l'anno scorso aveva ottenuto un prestito da 200 milioni dalla Banca d'Inghilterra e ora il debito netto è salito a 685 milioni. È la situazione più delicata insieme a quella dell'Inter dove però oltre al debito (322 milioni) pesano la debolezza di un azionista, la famiglia Zhang, azzoppata in patria, e il nodo contabile delle sponsorizzazioni cinesi che negli anni hanno sostenuto i conti. «Con il solo gettone d'entrata della Superlega (290 milioni circa ndr ), Suning avrebbe risolto subito i problemi finanziari» fa notare Andrea Sartori, responsabile dello sport di Kpmg. L'Arsenal, come il Tottenham, ha ottenuto a gennaio un prestito da 130 milioni dalla Banca centrale e lo rimborserà entro maggio ma ha una struttura patrimoniale solida: è in mano al miliardario americano Stan Kroenke, che colleziona squadre in Nba e Nfl, possiede cantine nella Napa Valley per una ricchezza personale di oltre 8 miliardi di dollari. La fotografia dei bilanci dei dodici club che hanno tentato il golpe non tiene conto di due fattori che fanno la differenza. Il primo è l'effetto Covid che a giugno 2020 (data di riferimento dei numeri qui riportati) era ancora solo parzialmente registrato. Chiudere i consuntivi quest' anno, per la maggior parte al 30 giugno, costerà a tutti i club, a ogni livello, lacrime e sangue. E qui interviene il secondo fattore che fa la differenza tra una società e l'altra e tra un conto economico e l'altro: la proprietà. I 12 del «Super flop», a differenza della gran parte delle società del calcio professionistico, hanno alle spalle i miliardi di paperoni americani (Manchester United, Arsenal, Liverpool) o arabi (Manchester City), russi (Chelsea), imperi industriali e familiari (Juventus, Tottenham, Inter, Milan, Atletico), mentre il Barcellona è una polisportiva da 180 mila associati e anche il Real un'associazione privata senza scopo di lucro. Ora che c'è da chiudere i bilanci, gli azionisti che hanno indirizzato le scelte di gestione (quindi anche sui costi) dovranno garantire la stabilità e continuità delle aziende. Cioè mettendoci il denaro dove è necessario, che vuol dire ricapitalizzare. E per chi ha riserve miliardarie, dai 3 di John Henry del Liverpool ai 23 dello sceicco arabo Mansour del Manchester City, sarà un fastidio ma non un problema. Del resto il Chelsea insegna che si può far calcio ai massimi livelli con bilanci in utile. Fallito il golpe, si dovrà ripartire da altri numeri, che fotografano lo squilibrio: le dieci società con il fatturato più alto in Europa hanno un giro d'affari superiore alle oltre 600 dei campionati al di fuori di Inghilterra, Spagna, Italia, Francia e Germania. Negli ultimi 20 anni soltanto tre squadre non appartenenti ai «big five» (Ajax, Porto e Psv) hanno raggiunto le semifinali di Champions: «Il grande errore è stato non intervenire sui costi del calcio, completamente fuori-controllo, un problema ingigantito dalla pandemia- sottolinea Sartori-. Nessuna azienda può reggere se un terzo del fatturato serve a coprire gli stipendi, basta un leggero calo dei ricavi ed è crisi. Serve un "salary cap" a livello nazionale ed europeo, più soft rispetto al modello americano: sarebbe comunque efficace». Dopo la Superlega una cosa è certa: i prossimi Messi e Ronaldo guadagneranno meno, molto meno.

Il Corriere della Sera

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UEFA-Superlega, è il giorno delle sanzioni? Cosa rischiano i club

«Club matters». Due parole semplici semplici ovvero «problemi dei club». Eccola l’unica riga nell’ordine del giorno del Comitato Esecutivo dell'Uefa programmato stamani, dalle 10 alle 12. Il riferimento al fallimento della Superlega e alle possibili conseguenze per i 12 fondatori della lega “nata, ma mai sviluppata” è chiaro. Da Nyon però ribadiscono che lo scopo principale dell'Exco è defi nire le 12 città che ospiteranno Euro 2020. Decisioni sul resto non sono sicure. Le 6 inglesi, le 3 spagnole e le 3 italiane terranno comunque le antenne ben dritte in attesa di eventuali comunicazioni.

SENTENZA SCUDO – Le diplomazie sono al lavoro e gli exit poll della vigilia non sono attendibili perché si va dall'amnistia per chi ha chiesto scusa (questa la versione buonista) alla squalifica per un anno dalle coppe europee (i più pessimisti abitano in Spagna). Esiste anche la via di mezzo di una multa. Di certo c'è una sentenza del tribunale di Madrid che intima a Fifa, Uefa e a tutte le federazioni calcistiche associate di non adottare «alcuna misura che proibisca, restringa, limiti o condizioni in alcun modo» la creazione della Superlega.

corrieredellosport.it

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Diritti tv 2021-24 Serie A, Sky ha presentato ricorso contro l’assegnazione a DAZN

La questione relativa ai diritti tv della Serie A per il triennio 2021-2024 è tutt'altro che chiusa e Sky non ha intenzione di arrendersi dopo l'assegnazione a DAZN. Secondo quanto riportato da Milano Finanza l'emittente satellitare sta provando a bloccare l’assegnazione dei diritti televisivi alla piattaforma di sport in streaming, che lavorerà in partnership con Tim per le prossime tre stagioni. In particolare, pay-tv ha presentato un ricorso d’urgenza in tribunale contro la delibera con cui la Lega Serie A ha approvato l’offerta da 840 milioni di euro per dieci partite del massimo campionato italiano a giornata, delle quali sette in esclusiva e tre in co-esclusiva.

Secondo Sky l'assegnazione ha violato la Legge Melandri, che vieta a un singolo operatore "di acquisire in esclusiva tutti i pacchetti relativi alle dirette", considerando che DAZN trasmetterà appunto tutte le partite. tuttomercatoweb.com

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Reina, il ritorno a Napoli è speciale

Per Pepe Reina è un po’ come tornare a casa. Affronterà il Napoli, il suo passato, con la maglia della Lazio in una partita importantissima in chiave quarto posto. Per la prima volta, da titolare, sfiderà gli azzurri al Maradona. Da calciatore del Milan gli era già successo, senza però scendere in campo.A Napoli nessuno lo ha dimenticato: 182 presenze, una Coppa Italia vinta, tanta simpatia. Il popolo napoletano lo ricorda con affetto, lui stesso non ha mai nascosto il bel legame con la città. A 38 anni è tornato protagonista con la Lazio e ora con l’aquila sul petto è pronto a sfidare il suo passato. Troppo importante vincere per l’assalto al quarto posto. Ha scalzato Strakosha, si è preso i gradi da titolare giocando 32 volte nelle 40 partite stagionali, tra cui quella dell’andata all’Olimpico contro la sua ex squadra, la prima in assoluto in campo da avversario. Papà Miguel Reina, qualche giorno fa, ha ammesso felice: “Napoli è un luogo dove Pepe sa di essere sempre amato. Ci ha lasciato un pezzo di cuore, non c’è dubbio che un giorno gli piacerebbe tornare da allenatore o da dirigente”. Il legame è rimasto forte, ma ora con la maglia della Lazio, Reina vuole solo vincere e continuare a sognare. Corrieredellosport.it

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Caso tamponi Lazio, ieri esami del Dna a Napoli per Immobile e Strakosha

L'edizione odierna del Corriere dello Sport scrive sul caso tamponi Lazio: "L’appuntamento era fissato alle 18. Immobile e Strakosha, prima di raggiungere il ritiro, si sono fermati in un laboratorio all’Università di Napoli per sottoporsi all’esame del Dna disposto dal Gip della Procura di Avellino. Dovrebbe essere l’ultimo atto probatorio dell’inchiesta sui tamponi eseguiti dal Laboratorio Diagnostica di Avellino di Massimiliano Taccone (unico indagato) con l’accusa di frode e falso in atti pubblici. Il reato di epidemia colposa sarebbe caduto. A maggio scadranno i sei mesi e l’indagine dovrà essere chiusa o prorogata. Dipenderà dalle decisioni del pm D’Onofrio".

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Dalla Spagna: “Non solo le pressioni subite, la UEFA ha offerto denaro alle inglesi per ritirarsi”

Tanta pressione politica, unanime "no" dei tifosi: le squadre inglesi coinvolte nella Superlega hanno optato per un netto dietrofront sul progetto Superlega. Liverpool, Tottenham, Arsenal, Chelsea, Manchester City e United sembrano infatti aver definitivamente abbandonato l'idea del nuovo torneo "anti-Champions", fondato assieme a Real Madrid, Barcellona, Atlético, Juventus, Inter e Milan. Le questioni "ambientali" non sembrano però gli unici motivi: secondo quanto riportato da Mundo Deportivo, ci sarebbe anche una motivazione economica: un'offerta di denaro da parte della UEFA. Corrieredellosport.it

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Immobile-Strakosha, test del DNA oggi a Napoli

La vicenda legata ai tamponi non è ancora terminata, ma la trasferta di Napoli servirà anche a chiudere questa querelle. Infatti, come riporta il Corriere dello Sport, Immobile e Strakosha si sottoporranno all’esame del Dna richiesto dalla Procura di Avellino nell’ambito dell’inchiesta scattata a Novembre. Leiva già a fine marzo ha effettuato il test, quando l’attaccante ed il portiere erano impegnati con le rispettive Nazionali.laziopress.it

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UFFICIALE – Superlega sospesa: “Riconsidereremo i passaggi per rimodellare il progetto”

Comunicato ufficiale della Superlega Europea che ha deciso di fare un passo indietro rispetto al progetto originale, prendendo una pausa per riconsiderare il progetto. Insomma, l'iter è bloccato.

"La Superlega Europea è convinta che l'attuale status quo del calcio europeo debba cambiare. Proponiamo un nuovo concorso europeo perché il sistema esistente non funziona. La nostra proposta è finalizzata a consentire allo sport di evolversi generando risorse e stabilità per l'intera piramide calcistica, anche aiutando a superare le difficoltà finanziarie incontrate dall'intera comunità calcistica a causa della pandemia. Fornirebbe anche pagamenti di solidarietà materialmente migliorati a tutte le parti interessate del calcio.

Nonostante l'annunciata partenza dei club inglesi, costretti a prendere tali decisioni a causa della pressione esercitata su di loro, siamo convinti che la nostra proposta sia pienamente allineata alla legge e ai regolamenti europei come è stato dimostrato oggi da una decisione del tribunale per proteggere la Superleague da azioni di terzi. . Date le circostanze attuali, riconsidereremo i passaggi più appropriati per rimodellare il progetto, avendo sempre in mente i nostri obiettivi di offrire ai tifosi la migliore esperienza possibile, migliorando i pagamenti di solidarietà per l'intera comunità calcistica".

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La guerra mondiale del calcio dichiarata e persa in 48 ore: “I sogni non possono essere comprati”

Doveva essere un ‘48. Doveva essere la rivoluzione del calcio dei ricchi. Sembrava ineluttabile e invece potrebbe essere già finita. Come i fuochi d’artificio a Capodanno. Come un temporale estivo. La Superlega si sgretola. In 48 ore.

Nella notte tra domenica e lunedì era iniziata ufficialmente, con l’annuncio di un’agenzia di comunicazione arrivata sulla posta elettronica. “I PRINCIPALI CLUB EUROPEI DI CALCIO ANNUNCIANO LA NUOVA SUPER LEAGUE”. Diceva così quel comunicato. Un po’ tronfio, un po’ impreciso. Perché tra quei 12 convitati mancavano le finaliste dell’ultima Champions League. Niente Bayern, né PSG. C’erano però, confermando le voci corse lungo tutta la domenica sei inglesi, tre spagnole e tre italiane. Come nelle barzellette che raccontavamo una volta. Questa però non faceva ridere. Pochi minuti dopo erano apparsi i comunicati ufficiali dei singoli club. Prima la Juve, poi le altre. C’era tutto: organigramma della Superlega, un logo, una formula e soprattutto le cifre. Tanto alte da sembrare un Everest per il calcio di tutti. Il boato e i fulmini. Tutti insieme.

Ok, ma i soldi chi li mette? La risposta era arrivata lunedì mattina: Jp Morgan, garanzia di liquidità per i 12, anzi no 15, anzi 20. Venti di tempesta, 15 club fondatori – ma 3 ancora misteriosi – e 5 invitate. Criteri ancora da definire. Lunedì mattina eravamo tutti zombie, aggrappati alla retorica e ai ricordi. Al pensiero che riapriranno gli stadi presto ma chissà se rivedremo la Juve perdere sul campo di una provinciale. Dubbio legittimo, perché intanto dalla UEFA era arrivata la reazione. Si facciano la loro Lega quella “sporca dozzina” (copyright cinematografico Ceferin), ma nelle competizioni nazionali non giocheranno più. E scordatevi di vedere i tesserati di quei club nelle nazionali. Una guerra mondiale. Iniziata di notte e proseguita in Svizzera, stato neutrale per definizione. Lì, nella pace di Montreux, si era riunita l’Uefa. Per annunciare la Champions che verrà dal 2024. Quella a 36, più larga e più ricca. Non abbastanza, secondo i 12 club riottosi. E indebitati. Troppo da proseguire con il sistema UEFA.

Pensiero prima paventato nei comunicati e poi esplicitato da Florentino Perez nella notte tra lunedì e martedì al Chiringuito. “Saremo i salvatori del calcio”, diceva il numero uno del Real Madrid e della nuova Superlega. Eppure quel miliardo di tifosi sbandierato dalla sera prima sembrava già avergli voltato le spalle. Prima sui social, poi davanti agli stadi. Addirittura dentro. Non con i tifosi, ma con i giocatori del Leeds che affrontavano il Liverpool. La squadra di Bielsa contro quella di Klopp. Due sognatori improvvisamente catapultati su due mondi paralleli ma ancora per 90 minuti tangenti. “Guadagnatevelo”, urlavano le scritte sulla maglia di quelli del Leeds nel riscaldamento. Portavoci universali di un malumore montante.

Alfieri di un sentimento tradito, quello interpretato nel pomeriggio da Ceferin con parole durissime contro il suo ex amico Agnelli. Che intanto aveva lasciato l’Eca, chiudendosi in un silenzio rumoroso. Il Leeds aveva pareggiato nel finale, manifesto di resistenza. E mentre il mondo si dibatteva in analisi finanziarie, i governi alzavano la voce. Boris Johnson, Macron, Draghi, tutti contro chi aveva deciso di abolire il merito sportivo, declassando il calcio a esibizione ben retribuita. Una comunione d’intenti ribadita nelle ore successive da quei tifosi che in tutt’Europa faticavano a vedersi come “clienti”. Impauriti e arrabbiati, improvvisamente investiti dalle minacce di esclusione da qualcosa che era sempre stato loro. Il calcio domestico, la religione laica, ma anche le coppe europee di questo finale di stagione.

L’Uefa deciderà venerdì”, si ribadiva da Montreux, corroborata dall’intervento della Fifa, totalmente solidale con l’Uefa. Intanto le parole di Guardiola suonavano come pietre: “Non è più sport se il successo è assicurato”. Anche i giocatori iniziavano a parlare, seguendo l’esempio di Bruno Fernandes, primo fra tutti lunedi a postare che “i sogni non possono essere comprati”. Poche ore per decidere, mentre fuori la pressione popolare continuava a salire. Dai pochi striscioni del lunedì alla folla di Stamford Bridge, antipasto di un Chelsea-Brighton che i tifosi blues hanno provato anche a non far giocare.

Con gli strumenti delle proteste di una volta: mobilitazione e sit-in. Eccola l’aristocrazia in difficoltà. Schiacciata da una presa della Bastiglia globale. Petr Cech in mezzo a quella folla sembrava un re nudo. Un portiere senza mani, un dirigente senza gente. Era lui a pregare quei tifosi di lasciar passare la squadra. Ma quella gente ormai aveva già vinto. Perché intanto il Chelsea stava preparando i documenti per andarsene dalla Superlega. Fuori uno. Intanto Gary Neville, commentatore di Sky Sport ed ex simbolo del Manchester United, postava le caselle di un domino. Domenica era stato il primo a vomitare rabbia contro gli “impostori”. Neanche 48 ore dopo era fra i primi a capire cosa stava per succedere. Le dimissioni di Woodward, ceo dello United, e piano piano le uscite di tutte gli inglesi dal progetto. Anche l’Atletico Madrid mollava. Rivoluzione naufragata. Anche nel silenzio delle italiane. E in parte degli italiani. Che forse, abituati al grottesco, non hanno mai creduto davvero ai ricchi che fanno le rivoluzioni. Non si pronuncia il Barcellona e neanche il Real. Indebitatissimi e pionieri. Eterni rivali e adesso scomodamente vicini. Pensavano di fare un ‘48. Tutto sta per finire. In 48 ore.

Gianlucadimarzio.com