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Le sei inglesi e due spagnole verso il ripensamento: la Superlega si sta sfaldando!

La Superlega si sta sfaldando. Il progetto presentato alla mezzanotte di due giorni fa sarebbe già al capolinea, con la decisione di sfilarsi di alcuni dei 12 club fondatori. Secondo indiscrezioni ha fatto un passo indietro l’Atletico Madrid e l’anticamera di una decisione simile da parte del Barcellona è la scelta dei catalani di subordinare la decisione all’approvazione dei soci. Ma sarebbero sul punto di sfilarsi anche tutti e sei i club inglesi, con in testa il Chelsea e il Manchester City. Gazzetta.it

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Clamoroso, la Superlega giá barcolla: City e Chelsea fanno marcia indietro. Voci anche sul Barça

Sarebbe il Chelsea il club che sta valutando la clamorosa marcia indietro sulla Superlega. Negli ultimi minuti dall'Inghilterra è circolata la voce di una società di Premier League vacillante, dove diversi membri del CdA avevano espresso la propria perplessità sul progetto, aumentata con la violenta reazione non solo dei sostenitori dei blues ma dell'opinione pubblica generale. Secondo quanto riportato dalla BBC i londinesi starebbero già preparando la documentazione necessaria per uscire definitivamente.

Giornata ricca di colpi di scena nel Regno Unito. Negli scorsi minuti è uscita la notizia del Chelsea disposto a una clamorosa inversione a U per quel che riguarda l'adesione alla Superlega. Ma non sarebbero solo i londinesi i grandi pentiti: infatti secondo quanto riportato dal Sun anche il Manchester City è pronto a fare un passo indietro. Il club avrebbe infatti già avvisato gli organizzatori di non voler far più parte del progetto.

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Nuovo Decreto Covid: pubblico negli stadi dal 1° giugno

Prende corpo il nuovo decreto legge anti Coronavirus, in vigore dal prossimo 26 aprile, nella cui bozza è previsto anche un parziale ritorno del pubblico per gli eventi sportivi. Dalla prossima settimana, per le regioni in zona gialla, gli spettacoli saranno aperti al pubblico in teatri, sale da concerto, cinema, live-club e in altri locali o spazi anche all'aperto, ma solo con "posti a sedere preassegnati" con distanza di almeno un metro: la capienza non può essere superiore al 50% di quella massima, ma al massimo con 1.000 spettatori all'aperto e 500 al chiuso. Alcuni eventi potranno essere riservati soltanto a chi avrà il certificato verde (il pass vaccinale). Dal 1° giugno si potrà assistere agli eventi sportivi con capienza degli stadi o palazzetti non superiore al 25% e non più di 1.000 spettatori all'aperto e 500 al chiuso. 

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Potenti ed indebitati contro resto del mondo: la Superlega ha già prodotto i suoi effetti

A colpi di dichiarazioni, di polemiche al cianuro, di tradimenti, bugie e omissioni, l'era della SuperLega è già iniziata e sta già producendo gli effetti (sperati). Da una parte i fondatori: dodici club indebitate oltre misura capaci di attribuire alle mancate riforme dell'Uefa le ragioni dei propri numeri in rosso, coadiuvati in questi ultimi mesi dal Covid 19, dall'altra il resto del mondo, fedele ad un sistema certamente difficoltoso e deficitario ma che non ha impedito loro, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, a rispettare quei paletti di economia e finanza che troppo spesso l'UEFA ha allargato per consentire alle ribelli di oggi di continuare a monopolizzare successi e avvenimenti. 

In questi schieramenti c'è poi una zona grigia, di club ricchi e potenti, autosufficienti ma che al momento restano alla finestra: il caso più evidente ha sede in Germania, dove Bayern, Borussia dichiarano di aderire al nuovo format di Ceferin, poi ci sono club che preferiscono studiare in silenzio e sottocoperta le evoluzioni, per trarre vantaggio tecnico o economico a seconda dello scenario più convincente. La minaccia di sospendere le 12 ribelli ed eliminarle subito dalla formula attrae club che vedono il traguardo di una finale o addirittura di un titolo in pectore prossimo, pur avendo tuttavia bisogno urgente di colmare casse vuote o di restituire i debiti in giro per i canali bancari. 

Il caso più estremo è quello parigino: Al Khelaifi è fuori dal progetto Superlega, di fatto ha in mano la Champions League senza il verdetto del campo, ma potrebbe anche ricevere, aderendo alla nuova società di eventi di top class, premi e incentivi che fanno sempre gola. Al momento ha detto no, ma allo stesso tempo, non ha accolto invito dell'Uefa di sostituire Andrea Agnelli sulla poltrona dell'ECA. Solo i fatti concreti avranno potere di cambiare il verso di questa storia: a distanza di 48 ore dal comunicato di secessione, la sensazione che sarà molto complicato tornare indietro, almeno fino ad una prova di forza contraria. Sslazio.it

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A Napoli con Inzaghi? Simone ci prova, previsto per oggi un tampone decisivo

Tremendamente lontana fino a qualche giorno fa, dannatamente vicina da domenica notte. Così tanto da scombussolare e rompere l’ecosistema del calcio mondiale. La Superlega non è più un’ombra ma una realtà, concreta, pronta a vivere. L’eventuali sanzioni della Uefa ai club fondatori e partecipanti possono cambiare le carte in tavola già nelle prossime settimane e stravolgere le classifiche dei campionati nazionali. Per ora, quella di Serie A vede la Lazio al sesto posto con 58 punti (ma una partita in meno), Napoli a 60, Juve a 63, Atalanta 64 e Milan 66, oltre all’Inter capolista a quota 75. Se finisse oggi, la Lazio sarebbe fuori dalla zona Champions, così come la squadra di Gattuso. Quindi al di la di ogni discorso sulla Superlega e su eventuali ripercussioni, è evidente quanto sia importante la gara di giovedì al ‘Maradona’, dove il Napoli ospiterà la Lazio per uno scontro diretto con vista quarto posto. In una notte del genere, sarà fondamentale per la Lazio avere in panchina il proprio leader, Simone Inzaghi. Non che Farris non se la sia cavata bene, con due vittorie su due contro Verona e Benevento. In totale, l’allenatore in seconda dei biancocelesti non ha mai perso quando ha guidato la squadra: 7 successi e 3 vittorie. Ma avere Inzaghi è bordocampo è un’altra cosa. Il tecnico è ancora in quarantena e oggi svolgerà il secondo tampone dopo quello di sabato. Siamo a 13 giorni dall’annuncio della sua positività: lui freme e spera di poter tornare in campo, ma le speranze non sono molte. TuttoMercatoWeb/

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SuperLega, le radici dei tre “fondatori”: da dove arrivano Glazer, Agnelli e Perez

Mentre il nonno di Joel riparava orologi, il padre di Florentino vendeva profumi e il bisnonno di Andrea fondava la Fiat. I tre grandi vescovi scismatici del calcio europeo hanno storie che arrivano da lontano, solcano gli oceani, attraversano le pianure e tracciano la mappa stradale di alcune città, perché questa è anche un'avventura di asfalto e automobili. Joel Glazer, 54 anni, è l'americano del Manchester United. Lo ha comprato nel 2005, azione dopo azione, in tre lunghi anni e con i soldi di papà Malcolm, miliardario in Florida (impero immobiliare, banche), ma il segreto della fortunata genealogia si chiamava Abraham, ebreo di origini lituane che si stabilì a Rochester dove aprì un emporio di ninnoli e orologi. Tipo scaltro, nonno Abraham: nel 1936 trovò il modo di diventare l'orologiaio ufficiale della base militare di Sampson, e riparando i cronografi dei soldati mise da parte un bel gruzzoletto. Purtroppo, però, morì improvvisamente quando il figlio Malcolm aveva appena 15 anni. «Fu il terribile evento che mi rese uomo: non avevo scelta, o crescere o crescere ». Il padre del futuro presidente del Manchester United, che probabilmente non aveva mai visto una partita di pallone in vita sua, anzi di soccer, consegnò dunque al figlio un'eredità di intraprendenza e Malcolm non stette a dormire. Neppure suo figlio Joel dorme. Lo sport gli è servito per aggiungere la popolarità al denaro, trasformandolo in vero potere: abbiamo avuto esempi del genere anche in Italia. Joel scelse il football americano prima del soccer, acquistando i Tampa Bay Buccaneers e vincendo un paio di Superbowl. Poi è sbarcato in Inghilterra, dove gli è bastato togliere l'aggettivo americano al sostantivo football. A dispetto dei molti timori legati all'invasione statunitense nel tempio di Old Trafford, il "teatro dei sogni", va detto che i tifosi dello United non hanno certo smarrito con Joel radici e tradizione, e neppure la vocazione alla vittoria: cinque Premier League, una Champions e svariati trofei, anche se il campionato sfugge ormai dal 2013. Il nipote dell'orologiaio ha scandito il tempo dei Red Devils grazie a prestiti garantiti dal patrimonio del club, versando oltre 60 milioni di sterline all'anno di interessi. Anche per questo, forse, ha deciso che gli serve l'ossigeno della Superlega. Non meno complessa la scalata quasi dal nulla di Florentino Perez, 74 anni, faraone del Real Madrid, ingegnere e costruttore, patrimonio stimato da Forbes in 2,2 miliardi di dollari. Diventò presidente strappando Figo al Barcellona, e poi collezionando figurine e coppe: Ronaldo uno e due (il fenomeno brasiliano e CR7), Zidane, Beckham, Owen, forse tra un po' Haaland e/o Mbappé. Ha già vissuto più di mille partite da presidente, 5 trionfali Champions e 2500 gol. Suo padre Eduardo aveva un negozio di profumi e poi ne aprì un secondo. Narra la leggenda che nel 1959 acquistò uno dei primi televisori di Madrid, un gigantesco Grundig dentro il quale Florentino vide non poche corride, compresa quella che quasi costò la pelle al mitico El Cordobés. Con molti meno soldi di papà rispetto a Joel, studiò da ingegnere e iniziò nel ramo autostradale dove sarebbe diventato un boss planetario: ha appena presentato un'offerta da 10 miliardi di euro per Autostrade per l'Italia. En passant, ha costruito il treno sopraelevato all'aeroporto di Los Angeles, l'infinito ponte tra Detroit e il Canada, un bel po' dell'alta velocità inglese e le metropolitane di Brisbane e Montreal. Molto attivo anche in politica, una sponda nei primi anni da imprenditore ma non una vocazione assoluta, così come l'editoria nella quale non ha brillato, Florentino Perez è invece l'incontrastato sovrano della Liga. Lo chiamano Tinìn oppure Gafas, che vuol dire occhiali. Porta da vent' anni lo stesso orologio d'acciaio (però un Cartier) che un giorno comprò al duty free di un aeroporto, e amò moltissimo la moglie Maria Angeles, scomparsa nel 2012, che era maestra di tombolo. Ma nell'arte della tessitura e del ricamo è ancora più bravo il marito. Non si è fatto da sé ma ha già fatto molto Andrea Agnelli, 45 anni, che di Florentino potrebbe essere figlio. Lui lo era di Umberto Agnelli ed è il quarto della dinastia ad essere presidente della Juve dopo il nonno Edoardo, lo zio Giovanni e, appunto, il padre. Fratello di Giovannino, erede designato dell'impero che venne portato via da un tumore, Andrea si è fatto le ossa negli uffici commerciali di Piaggio, Auchan e Ferrari, dopo avere studiato a Oxford e alla Bocconi. I segreti del calcio li ha appresi da Antonio Giraudo e Luciano Moggi, maestri mai disconosciuti dal giovane Agnelli che dai due qualcosa di forte ha certo imparato. Per esempio a decidere senza voltarsi indietro, nel calcio e nella vita. La sua presidenza bianconera è già epocale: dopo Calciopoli, il ritorno allo scudetto con Antonio Conte (poi si sono lasciati malissimo) e nove campionati di fila, ben più degli storici cinque di suo nonno Edoardo. Il destino ha deciso che proprio Conte stia per interrompere il ciclo bianconero che egli stesso aveva riaperto, proprio con Andrea. L'ultimo degli Agnelli ha sfiorato la Champions nel 2015 e nel 2017, e a Cardiff gliel'hanno portata via proprio Florentino Perez e Cristiano Ronaldo. Il portoghese l'ha comprato, con Tinìn si è alleato per vincere finalmente in Europa, e non importa come si chiamerebbe il trofeo. 

la Repubblica

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SuperLega, Rumenigge: “Riprendere il dialogo ma diciamo no: dobbiamo ridurre i costi. Agnelli? Non sono riuscito a parlarci…”

Kalle Rummenigge, Ceo del Bayern Monaco e predecessore di Agnelli alla guida dell'Eca: perché si è arrivati a tutto questo? «Se ne parlava da dieci anni e abbiamo sempre deciso di mantenere il modello esistente. Poi il coronavirus ha danneggiato tutto il calcio europeo, soprattutto le grandi squadre, che senza tifosi allo stadio hanno perso tanto. Alcuni club hanno pensato che fosse quindi il momento buono per fare una Superlega. Ed è nato un grande casino…». Le modalità colpiscono. Il presidente Ceferin ha avuto parole molto dure contro Agnelli, che ne pensa? «Mi dispiace che sia successo quel che è successo, perché hanno sempre avuto un rapporto amichevole e hanno collaborato bene. L'importante adesso è riprendere un certo dialogo. La mia speranza è quella di trovare ancora una soluzione, perché la Superlega danneggia tutto il calcio europeo. E dobbiamo evitarlo». La soluzione qual è? «La soluzione è ridurre i costi. Con la Superlega i club cercano di risolvere il problema dei debiti, peggiorati con la pandemia. Ma la strada non può essere quella di incassare sempre di più e pagare sempre di più giocatori e agenti. Dobbiamo ridurre un po' le cose, non metterne altre sul tavolo. Abbiamo esagerato con le spese: tutti, nessuno escluso. È il momento di fare un calcio meno arrogante». Anticipare la Super Champions è una possibilità? «No, quella del 2024 non si può anticipare, perché i diritti del marketing sono stati venduti. Le riforme sono confermate dal 2024: venerdì anche Agnelli era d'accordo». Un presidente che fa gli interessi contrari dell'associazione che rappresenta non le sembra grave? «Purtroppo volevo parlare con lui, ma non sono riuscito a trovarlo al telefono. Non so le sue motivazioni e senza saperle non voglio criticarlo. Forse c'è una motivazione che non conosco: magari riesco a parlarci e a capire meglio». Il fatto che oltre a Juve e Milan aderisca anche l'Inter alla Superlega la sorprende? «Si dice che anche l'Inter abbia grossi problemi finanziari e magari pensa di risolverli così. L'incasso di cui parlano per la Superlega sembra enorme, ma non so se alla lunga i problemi saranno risolti. Io non ci credo. Non si può incassare sempre di più per compensare le spese». Anche l'Uefa ha fatto i suoi errori, non trova? «Il mercato è esploso nell'anno di Neymar, ma eravamo già sulla via sbagliata e non è colpa di Uefa e Fifa. Adesso abbiamo la grande chance di trovare soluzioni per tornare a un calcio più razionale. Tutte le aziende in Italia, Giappone, Germania o Usa pensano a ridurre i costi: solo nel calcio si pensa di risolvere tutto con l'aumento dei ricavi». Lei ad agosto si aspetta di giocare la Champions senza Real, Juventus, Liverpool? «Sinceramente spero di no, fatico ad immaginarlo. È un danno, su questo non si discute: senza dodici grandi squadre la competizione è danneggiata». Conferma che il Bayern non entra nella Superlega? «Non siamo dentro perché non vogliamo farne parte. Siamo contenti di giocare in Bundesliga, un business 'pane e burro', come dicono gli inglesi. Siamo contenti di fare la Champions e non dimentichiamo la responsabilità verso i nostri tifosi, che sono generalmente contro una riforma del genere. E sentiamo anche la responsabilità verso il calcio in generale». Con un miliardo di debiti come il Barcellona è più difficile fare certe scelte? «Noi fortunatamente non abbiamo questi debiti». La scelta delle squadre inglesi è dovuta alle proprietà americane? «Sì, perché in Europa si spende tanto e magari non si vince. Negli Usa si pensa per prima cosa a guadagnare». Klopp, tecnico del Liverpool, è nemico storico della Superlega. Se venisse al Bayern sarebbe un colpo anche simbolico, non trova? «Non abbiamo ancora deciso sull'allenatore, prima vinciamo il campionato e poi decidiamo cosa fare. Certo lui ha parlato pesantemente contro la sua società».

Il Corriere della Sera

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Superlega, Schinàs, Vicepresidente della Commissione Europea: “Guadagno sicuro? Ai tifosi questo progetto non piace”

Subito dopo l'annuncio della nascita di una Superlega tra i primi a stoppare il progetto Margarìtis Schinàs, Vicepresidente della Commissione Europea che, in un tweet molto fermo, ha difeso il modello di sport europeo. In questa intervista esclusiva al Messaggero ricorda che «nessuna tifoseria difende questo progetto, solo gli organizzatori», perché «veicola un messaggio sbagliato in un momento sbagliato».
Commissario, l'annuncio della nascita di una Superlega da parte di dodici club del calcio internazionale è una vera e propria rivoluzione
«È una rivoluzione di pochi a danno di molti. Ed è una rivoluzione che ribalta tutti i punti di riferimento e i valori del modello europeo di sport. Un modello che è parte del nostro stile di vita, poiché il calcio in Europa non riguarda le élite e neanche i magnati arabi e americani. È una conquista della gente ed è giocato nei paesi e nei quartieri delle nostre città. Questa iniziativa costituisce una minaccia per le regole fondamentali dello sport europeo». 
Che reazioni ha avuto dopo il suo tweet?
«Mi sono sentito con il Presidente Uefa Aleksander eferin e con molti presidenti delle Federazioni nazionali. Ma anche con tanti semplici cittadini. È una delle poche volte in cui le reazioni in Europa sono state tutte concordi. Non mi viene in mente nessun altro tema d'attualità che abbia suscitato reazioni tanto unanimi. In tutto il continente i cittadini dicono che questa non è una decisione europea. È in disaccordo con i nostri valori. Non ho visto nessuno che abbia difeso questa iniziativa ad eccezione dei pochi organizzatori».
Teme anche che in un momento così difficile con la pandemia, il calcio possa veicolare valori sbagliati?
«Sì, è una decisione che va contro il nostro spirito di solidarietà e coesione, si contrappone al bagaglio valoriale dell'Europa. Direi che è una decisione che va anche contro la realtà del nostro tempo dando un messaggio sbagliato nel momento sbagliato. Se c'è una cosa positiva che come europei abbiamo imparato in questi difficilissimi mesi di pandemia, è che la nostra società riesce a resistere molto più di quanto non ci aspettassimo. Siamo stati solidali, abbiamo sostenuto i più deboli, non abbiamo cannibalizzato nessuno e abbiamo esportato vaccini in tutto il mondo. Queste conquiste non hanno niente a che fare con la realtà che questa iniziativa vuole creare».
È innegabile, però, che dal punto di vista dello spettacolo il progetto potrebbe avere un forte richiamo: tutti Big Match. Non crede?
«Guardi, c'è un precedente in cui è stata già seguita questa strada e non sono arrivati i risultati attesi. La creazione di una Eurolega chiusa nel basket dove gli stessi club giocano sempre tra loro ogni anno, non ha fatto conquistare alla pallacanestro le vette dell'interesse televisivo e sportivo. E non credo neanche quello economico. Se il progetto non è riuscito nel basket perché mai dovrebbe funzionare nel calcio?».
Neanche per i tifosi?
«Nessuna tifoseria dei club che vogliono aderire al progetto della Superlega difende questa iniziativa. Invece è successo il contrario: in Inghilterra tutti i tifosi si sono espressi in modo molto negativo». 
Ma questo è un progetto che vale, secondo molti, circa 10 miliardi di euro
«Non sono per nulla certo che questa nuova ricetta dove gareggiano sempre gli stessi, dividendosi cifre colossali sottratte ai campionati nazionali e al calcio dilettantistico possa portare a risultanti interessanti. Vedo cosa toglie, ma non cosa aggiunge all'Europa». 
Che strumenti ha la Commissione per bloccare un progetto così forte e ambizioso?
«Guardi, alla Commissione non compete questo. L'Europa riconosce ormai da anni il diritto alle federazioni e alla Uefa di decidere autonomamente. Sono loro che dovranno trovare soluzioni a questi problemi. Sia la Uefa, sia le leghe calcio nazionali, hanno preso decisioni nette e chiare riguardo alle conseguenze di questa iniziativa».
Sarebbe davvero possibile eliminare dalle altre competizioni i club aderenti e impedire ai giocatori di giocare i Mondiali?
«La reazione migliore è quella che verrà decisa in piena autonomia dagli organi di governo del calcio europeo. Se i dodici club insisteranno nella strada intrapresa è probabile che si arrivi anche alle vie legali, non sarebbe la prima volta».
Commissario, il tema la appassiona parecchio ed è evidente che segue il calcio. Per che squadra tifa?
«Tifo per l'Aris Salonicco. Vorrei che anche in futuro le squadre greche, italiane o francesi, avessero la possibilità di gareggiare e incontrarsi e che possa essere premiato il talento e il merito. Io non so se potrò vederlo, ma vorrei che i miei figli potessero vedere la mia squadra giocare nella Champions League in base al suo valore agonistico e alla capacità di distinguersi nel campionato greco. Perché dobbiamo perdere l'ambizione e la speranza di vedere la nostra squadra tra le grandi in Europa? Chi ha il diritto di negarcelo? Questa Superlega europea rischia di prosciugare i campionati nazionali Il modello del calcio europeo è quello che abbiamo imparato a conoscere in trasmissioni come La Domenica sportiva». 
Allora avrà anche una squadra italiana del cuore
«Il Napoli e, ovviamente, il suo indimenticabile Maradona». 

Il Messaggero

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Clamoroso UEFA, possibile esclusione dei 5 club fondatori della Superlega ancora impegnate in Champions ed EL

Venerdì 23 aprile, la UEFA prenderà una decisione in merito alla partecipazione delle cinque squadre tra le fondatrici della Supelega, che sono ancora impegnate tra Champions League ed Europa League. La federazione europea potrebbe decidere di escludere Manchester City, Chelsea e Real Madrid dalla Champions e Manchester United e Arsenal dall'Europa League dopo la nascita della Superlega annunciata nella notte di ieri. A riportarlo è Sky Sport.

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Lazio, filotto compiuto: ora piano Champions al bivio degli scontri diretti

Il piano Champions della Lazio giunge al bivio decisivo. Nei prossimi 180 minuti, gli scontri diretti in casa del Napoli (giovedì) e il Milan all’Olimpico (lunedì) diventano veri esami per i biancocelesti. In due gare il progetto di agganciare il quarto posto può rafforzarsi o anche sfaldarsi. Dopo la vittoria sul Benevento la Lazio si è portata a quattro punti dalla Juventus che è quarta. In mezzo, a due lunghezze, c’è proprio il Napoli. Il Milan naviga lontano, a quota 66: ben otto punti in più della Lazio. Ma qui entra in ballo la gara casalinga con il Torino che è ancora in sospeso in attesa di poter essere recuperata. Contando sui quei tre punti potenziali le prospettive della squadra di Inzaghi assumono altre dimensioni.

NUOVE RISORSE —   Molto più sofferta di quanto non si possa desumere dal 5-3 finale la vittoria sul Benevento. La Lazio sembrava avere la gara in pugno dopo essersi portata sul 3-0. Il secondo tempo ha però fatto emergere vecchi problemi e nuove amnesie. A ogni modo, con molta tenacia, è stato conquistato il quinto successo di fila (nono interno consecutivo). Una striscia di risultati che ha riportato in quota la Lazio dopo le sconfitte contro Inter, Bologna e Juventus intervallate dal successo con la Sampdoria. Da gennaio era partito un ciclo di sei vittorie di fila tra cui quelle nel derby e sul campo dell’Atalanta. In pratica una Lazio diventata senza mezze misure. L’ultimo pareggio contro il Genoa, il 3 gennaio. Una squadra che ha imparato a giocarsi le sue chance sino all’ultimo istante: non solo per le vittorie ottenute al fotofinish. Contro il Benevento, è tornato al gol Ciro Immobile dopo 9 gare di digiuno (una di Champions). E contro i campani si è rivisto da goleador pure Correa, a segno per la prima in questo campionato all’Olimpico dopo aver realizzato tre reti fuori casa. Dalla prossima settimana, molto probabilmente, Inzaghi (a casa causa Covid da 12 giorni) potrà contare sul ritorno di Luiz Felipe in difesa dopo l’operazione di gennaio alla caviglia. E per Napoli torna disponibile Caicedo, reduce da un turno di squalifica. Sulle prossime due partite grava però il rebus sulle difficoltà espresse più volte dalla Lazio nel doppio impegno settimanale. Anche sotto questo aspetto per la squadra di Inzaghi l’esame Champions diventa ancora più probante e impegnativo.gazzetta.it