Il volto disteso, un sorriso aperto e le dita che fanno il segno della V. Vittoria. L’ennesima per Igli Tare che oggi a Dubai è in pole per ricevere il premio Globe soccer award come miglior direttore del 2019. Insieme a lui Andrea Berte dell’Atletico Madrid, Eirc Abidal del Barcellona e Marc Overmars dell’Ajax. Un anno, il decimo, chiuso alla grande per il ds della Lazio con il successo in Supercoppa Italiana contro la Juventus a Riad. Una vittoria che rappresenta l’essenza di Tare. Le idee e il mestiere opposte all’opulenza. La vecchia Signoria dalla borsa piena e con il gioiello CR7 sconfitta dal gruppo biancoceleste fatto di intuizioni, scommesse e giocatori in cerca di riscatto. Non è un caso che Tare fosse il nome in cima alla lista di Paolo Maldini investito del compito di riportare il Milan in alto. Il ds albanese ha ringraziato e declinato l’offerta. Affetto, alchimia, forse riconoscenza? Sicuramente avrà pesato la figura del presidente Lotito, «il migliore che si possa avere» secondo lo stesso Tare. Insieme stanno portando la Lazio a livelli altissimi. Lavoro, lavoro e ancora lavoro. Nessuna scorciatoia per il dirigente nato a Valona 46 anni fa.
IL VALORE DEL SACRIFICIO
Il padre Isa lo svegliata tutte le mattine alle 6,30 per fargli fare ginnastica insegnandogli così il significato della parola sacrificio. Ha saputo trasformare i pregiudizi (in Albania scrivevano «Ma davvero può fare il ds?») in applausi. Non si lascia andare a smancerie, è un uomo duro e sa riconoscere il valore di chi sa tenergli testa. Non ama i lecchini. È un passionale, l’ha dimostrato più volte. L’ultima a Cagliari quando è sceso in campo al fischio finale per difendere i suoi ragazzi. Non vuole essere chiamato direttore ma semplicemente Igli. Si fida di pochissime persone e fa quasi tutto da solo. Anche se a sue spese (nel 2015 è rimasto 9 giorni in terapia intensiva rischiando la morte) ha capito che l’ossessione è un mostro da evitare. Serve ricaricare le pile come sta facendo questi giorni in compagnia della sua famiglia a Dubai. Studia in continuazione. Il suo successo è un mix di bravura, applicazione, intuizione e una grande attitudine al rischio. E’ l’artefice di colpi visionari come quello di Luis Alberto, è stato il più lesto a prendere Milinkovic, a riportare in Italia Correa, seppur pagandolo a peso d’oro (acquisto più caro dell’era Lotito), ha scovato Strakosha e Lulic e convinto il veterano Leiva. In passato con 400 mila euro ha soffiato Keita al Barcellona, ha portato il giovane De Vrij, il fenomeno Klose e i talenti Hernanes e Felipe Anderson. Stelle luminose a cui però si affiancano abbagli clamorosi. L’ultimo mercato estivo non va certo annoverato tra i migliori: Vavro, Jony, Adekanye. Dei tre, al momento, nemmeno uno è sbocciato. A questi vanno sommati altri Carneadi passati per Formello senza lasciare traccia: Pereirinha, Alfaro, Perea, Braafheid, Morrison, Neto e Jordao solo per citarne alcuni. I rischi del mestiere che in taluni casi però pesano ancora sul bilancio.
BRESCIA PARTITA DEL CUORE
Ma il tempo sta dando ragione a Lotito e Tare un duo tra i più vincenti della serie A. «Igli è un valore aggiunto» ha rimarcato con forza il patron biancoceleste che insieme al ds ha costruito un progetto virtuoso e con una chiara identità nella quale i tifosi si iniziano a riconoscere. Soprattutto grazie ai volti dei protagonisti come Simone Inzaghi, altro grande artefice dei successi della Lazio. Lunedì a Formello cancelli aperti per festeggiare con i tifosi la Supercoppa. Poi testa subito al Brescia, settore ospiti già esaurito. Una partita del cuore per Tare. Il Rigamonti la sua prima casa italiana. Lì, ha condiviso lo spogliatoio con Baggio e Guardiola. Due da cui ha saputo rubare parecchio.
Il Messaggero