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Milinkovic e il riscatto in ‘serbo’

ROMA L'aria di casa potrebbe essere la migliore medicina, se solo Milinkovic non avesse iniziato in Serbia a non sopportare più la pressione mediatica. Torna in Nazionale, Sergej, per mettersi alle spalle le critiche biancocelesti anche dopo la vittoria sulla Fiorentina. Il problema è che, dopo il mondiale sotto tono e la sostituzione nel 2 a 2 con la Romania, gli erano piovute critiche addosso anche in patria durante la prima sosta. Sergej aveva addotto questa scusa: «Il mio ruolo in campo viene frainteso. Quando sono sotto porta cerco di sfruttare ogni occasione, ma non è il mio compito metterla dentro». La sua fortuna ora è la sua condanna: 12 reti in campionato la scorsa stagione, la laurea di miglior centrocampista goleador della storia biancoceleste. Ecco perché un gol e un assist in 10 gare sono nulla per questo baby campione. A Formello ha provato a liberarlo da questo male Inzaghi. Gli ha chiesto di fare le cose più semplici, ma domenica nessuno si è accorto della prestazione d'interdizione di Milinkovic: top player per duelli aerei vinti (4), dribbling (3) e soprattutto palloni recuperati (12). Soddisfatto, il tecnico: con Immobile e Caicedo in campo c'è un lavoro diverso da fare. Niente tacchi e punte, Sergej ha pensato solo a correre e trottare, eppure il pubblico si aspettava sempre le sue giocate. 
PRESSIONEL'impegno insomma non basta. Può e deve fare di più mister 150 milioni, ma la Lazio ora ha capito che purtroppo è questa valutazione a determinare in Milinkovic un'ansia da prestazione. Dopo il derby perso gli è stato comunque rinnovato il contratto, ma a Francoforte è rimasto spaesato e distratto. Quindi è stato ripreso a brutto muso e poi contestato, ma Milinkovic non ci sta a passare come Luis Alberto per un mercenario. Lo striscione esposto a Ponte Milvio ha toccato entrambi, ora insieme devono rialzarsi. La società e lo staff tecnico stanno coccolando Sergej, con lo spagnolo sono invece meno clementi. Anche perché non sta piacendo l'uso social dei video per far vedere a tifosi le cure esterne per la sua malattia, visto che a Formello coi medici non si era mai lamentato di alcuna pubalgia.
RECUPERODopo averlo punito a Francoforte e anche con la Fiorentina (preferito l'ingresso di Correa), Inzaghi dovrà comunque studiare una strategia di recupero per Luis Alberto. E' fondamentale, dal punto di vista tattico, anche per la ripresa di Milinkovic il suo ritorno. Sergej riesce a inserirsi e ad essere più decisivo sotto porta solo quando gioca con lo spagnolo: i due si intercambiano fra la trequarti e il centrocampo, uno senza l'altro non riesce a sfoderare numeri e magie dello scorso anno. Lotito è stato applaudito in estate per averli trattenuti, ma senza le giuste motivazioni a certe cifre quasi quasi andavano venduti.   

Il Messaggero

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Inzaghi sulle orme di Al Pacino: ecco i passaggi fondamentali della sua tesi a Coverciano

Nel 2014 Simone Inzaghi allenava la primavera biancoceleste, ma già sognava in grande. Proprio 4 anni fa infatti, il piacentino scriveva la sua tesi per laurearsi allenatore. Una tesi che – come riporta oggi il Corriere dello Sport – inquadra perfettamente quelle che sono le logiche del gruppo a lui molto care. L'ispirazione arriva dal film 'Ogni maledetta domenica' (Any Given Sunday) con Al Pacino, nelle vesti di un head coach di football americano e protagonista di uno dei monologhi più famosi della storia del cinema. Ironia della sorte, il film viene distribuito nel 1999, anno in cui Simone Inzaghi comincia la sua avventura alla Lazio. 

 

 “Il noi viene prima dell’io: se il conflitto produce confronto diventa risorsa”

– “Nessuna tattica può essere efficace se all’interno non c’è interazione”

– “Le dinamiche di gruppo cambiano esisto e successo di una stagione”

– “L’analisi del 90’ va condivisa sul campo. Vedi i tuoi giocatori come si posizionano”

– “Responsabilità e meriti, contano tutte le opinioni. Il mister è giudice”

Sono questi i punti chiave della stesura della tesi, non a caso ripresi proprio da quel celebre monologo prima della partita decisiva. Il gruppo come elemento portante, l'essere squadra per azzerare gli individualismi. Inzaghi da studioso di questi concetti, è diventato professore.

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Luis Alberto e la settimana della svolta: in campo si attende la reazione dello spagnolo

Lo hanno visto in forma, alla Fontana di Trevi, con la moglie Patricia e i figli Lucas e Martina: è lì che ha deciso di trascorrere la seconda giornata di riposo concessa da Inzaghi, a gustarsi il fascino di Roma. In campo, invece, lo vedono poco e – soprattutto – male: il giocatore che un anno fa accendeva Immobile e si illuminava anche di luce propria, capace di segnare dodici gol e creare ventuno assist, non esiste più. È un mistero, Luis Alberto, perché le radici dei suoi problemi sono sconosciute e dibattute. Problema di testa, dicono: avrebbe voluto andarsene in Spagna, a guadagnare di più e giocarsi la Nazionale, e vive la Lazio come una prigione, benché dorata. Questione di gambe, sostiene lui: ho la pubalgia, tanto che ho dovuto far venire in Italia l’ex fisioterapista del Liverpool, Ruben Pons Aliaga, a cercare di rimettermi in piedi. La verità è che molti, dentro e attorno alla Lazio, cominciano a ritenere il suo atteggiamento discutibile: un po’ indolente, un po’ disamorato. Ha rinnovato il contratto a febbraio, con cospicuo aumento d’ingaggio (gliel’hanno quasi raddoppiato, arrivando a due milioni netti a stagione con scadenza nel 2022), eppure non dà abbastanza, quasi si fosse pian piano offuscato fino a spegnersi. All’interno della società qualcuno sta perdendo la pazienza, i tifosi l’hanno invece esaurita quasi completamente: lo striscione che hanno dedicato a lui e Milinkovic-Savic prima della partita contro la Fiorentina, «finti talenti solo a caccia di contanti», è il segnale chiaro di un allontanamento repentino. Reagirà, Luis Alberto? In realtà non sembra un combattente: qualche mese fa dichiarava di essere uscito da una grave crisi psicologica che lo aveva colto dopo la sua prima stagione laziale, quando aveva addirittura pensato di lasciare non Roma, ma addirittura il calcio, perché non ne poteva più della panchina. Inzaghi per il momento lo ha fatto fuori. Un modo per proteggerlo, forse, ma anche per metterlo davanti alle sue responsabilità: qui nessuno ha il posto assicurato, dai di più altrimenti vado avanti con Caicedo e Correa. I quali, per ora, non sono certo ciò che era Luis Alberto fino a qualche mese fa. E a rimetterci è soprattutto la Lazio.

Fonte: Il Corriere della Sera

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Luis Alberto, mistero pubalgia: per i medici sta bene ma lui si cura a casa

ROMA Un video al giorno per togliere la pubalgia di torno. Luis Alberto continua le cure per smaltire l'infiammazione all'inguine. Terapie a domicilio e sedute personalizzate. Lo spagnolo si allena nella sua casa dell'Olgiata sotto lo sguardo di Ruben Pons Aliaga, ex fisioterapista del Liverpool che segue anche Lucas Leiva. «Un'altra volta incinta» scherza su Instagram il numero 10 della Lazio mentre viene sottoposto ad un'ecografia. L'ennesima per monitorare il problema fisico che, per sua stessa ammissione, ne limita movimenti e prestazioni. Già contro l'Apollon Limassol aveva denunciato davanti ai microfoni la sua difficoltà, tuttavia non ancora riscontrata dalle parti di Formello. La prestazione contro la Roma ha deluso le aspettative e Inzaghi lo ha spedito in panchina. Prima contro il Francoforte in Europa League, poi con la Fiorentina in campionato. Due esclusioni che lo spagnolo non ha gradito. Senza contare lo striscione di contestazione esposto a Ponte Milvio. Luis è convinto che, smaltito il fastidio, tornerà ad incantare con le sue giocate. Intanto, sui social network, tra esercizi e manipolazioni, il trequartista ha postato ben undici video. Quasi a voler dimostrare urbi et orbi l'entità della sua patologia. Mentre Milinkovic, Immobile e Caicedo domenica sera pubblicavano foto per celebrare la vittoria sui viola, Don Luis mostrava ai suoi followers, immagine dopo immagine, le fasi del protocollo riabilitativo. Cure live, documentate sul web da tre giorni, ma iniziate già in estate. Il lavoro extra però continuerà anche durante il break per le nazionali. Inzaghi ha concesso 48 ore di riposo ai suoi e riprenderà gli allenamenti domani pomeriggio. Luis Alberto, invece di volare in Spagna dalla famiglia, come sua consuetudine durante la sosta, ha preferito restare a Roma. L'obiettivo è tornare a disposizione il prima possibile e con l'ennesima magia far sparire panchina e pubalgia.

Il Messaggero

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Ciro il grande: migliore della storia biancoceleste per media gol

ROMA – Nessuno come Immobile nella storia della Lazio. Di solito si contano i gol, non le presenze. E’ arrivato a 73 in 98 partite stendendo la Fiorentina, l’unico club di Serie A a cui non aveva ancora segnato. Impressionante la media, da primo posto: 0,7444. E’ la più alta tra i più forti di sempre con la maglia biancoceleste. Chiamatelo Ciro il Grande. Ha messo in fila Crespo, Piola, Signori, Chinaglia, Giordano, Vieri, Salas, Klose e Rocchi, compresi tutti gli altri che si perdono nella notte dei tempi. Poco meno di un gol a partita e su un arco di tempo considerevole, perché è appena entrato nella terza stagione consecutiva in biancoceleste. Segna con una costanza e una continuità spaventosa, uno ogni 110 minuti in campo con la Lazio. Ha festeggiato come doveva il rinnovo del contratto e certi numeri giustificano lo sforzo di Lotito, capace di portare il suo ingaggio a 3,2 milioni di euro più bonus. Raggiungerà il massimo (550 mila euro) se dovesse trascinare la Lazio in Champions superando la soglia dei 30 gol stagionali, comprese Coppa Italia ed Europa League. Il primo anno si era fermato a quota 26, nella passata stagione era salito sino a 41 interrompendo la corsa verso la Scarpa d’Oro solo perché bloccato da un infortunio muscolare. 

 

 TOP – Meno di tre anni per entrare nella storia della Lazio. E’ settimo nella top ten dei bomber più prolifici di sempre della società biancoceleste. Lo precedono Piola (159), Signori (127), Chinaglia (122), Giordano (108), Rocchi (105), Puccinelli (78) ed ha appena raggiunto il pioniere Fulvio Bernardini (almeno 73 in un centinaio di presenze tra il 1919 e il 1926, dati non sicuri anche per gli storici più pignoli). E’ primo se consideriamo la media gol nel rapporto generato tra reti e presenze ufficiali, prendendo in esame chi ha segnato almeno 14 gol (il parametro di partenza è Vieri nella stagione 1998/99) a partire dal 1929, anno di nascita della Serie A. Sono cifre fenomenali perché Ciro sta già distanziando tutti i suoi predecessori. Ad esempio Crespo, capocannoniere del campionato nel 2001 con la Lazio realizzando 26 gol. Hernan, nel suo biennio, raggiunse quota 48 reti in 73 presenze alla media di 0,657. Tre decimillesimi davanti alla leggenda Silvio Piola (159 gol in 243 presenze). Appena fuori dal podio Beppe Signori, tre volte capocannoniere con la Lazio in Serie A.

Corrieredellosport.it

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Il ritorno di Radu: la grinta di un capitano senza la fascia

ROMA Torna Radu, la Lazio vince. E, forse, non è solo una coincidenza. Per tutti i tifosi laziali è il romeno romano e quando è in campo mette tutto quello che ha, cuore, grinta, tempismo e precisione. Ringhia a tutti ed è dappertutto, pronto a chiudere una volta su Pjaca, poi su Simeone e soprattutto su Chiesa nel finale. Spesso e volentieri da solo ha neutralizzato le folate offensive del tridente viola. Dalla sua parte, non si passa. E quando ci vuole, rimbrotta qualche compagno, come Wallace che a metà del primo tempo, pressato, invece di dare la palla in verticale, decide di passarla in orizzontale nella zona di Radu. Una cosa che è meglio non fare, quando gli avversari ti pressano. Il centrale, addomestica il pallone, con la complicità di Lulic sbroglia la matassa, ma qualche secondo dopo sgrida il brasiliano e lo esorta ad essere più concentrato. Ecco, al derby, probabilmente, è mancato uno come lui. Uno che desse la scossa e che svegliasse la squadra dal torpore. E contro la Fiorentina, oltre a marcare stretto gli attaccanti, quando si accorgeva che la tensione calava un po', sbraitava, richiamando l'attenzione. Una specie di allenatore in campo. Stefan e Parolo sono dei maestri. 
UNA SECONDA GIOVINEZZANon fa sobbalzare la gente per qualche tocco alla Luis Alberto, ma quando è in giornata, è uno dei difensori più tosti e duri da superare. Tra un paio di settimane, Radu compirà la bellezza di trentaquattro anni, ma per quello che ha fatto vedere soprattutto negli ultimi tre anni, ovvero da quando è arrivato Inzaghi, sembra proprio non sentirli e non averli. Anzi, nonostante non si più un ragazzino, da un paio di stagioni, brilla per la sua costanza di rendimento. Basti pensare che negli ultimi due anni ha giocato oltre sessanta partite e con ottime prestazioni. Uno score che, con la partita di ieri con la Fiorentina, gli ha permesso di arrivare a 320 partite con la maglia della Lazio. A diciotto in meno di un mostro sacro come Vincenzo D'Amico. Ad impreziosire l'ultima prestazione, il suo ritorno da un infortunio fastidioso alla coscia. Un incidente che gli ha costretto a saltare il derby, una partita a cui non rinuncerebbe mai. Pensare che alla vigilia aveva dato il suo assenso a giocare, ma il rischio di restare fermo per mesi era troppo, quindi ha dovuto rinunciare, lasciando Formello, senza dire niente a nessuno e scuro in volto. Ora che è tornato vuole riprendersi il tempo perduto e aiutare la Lazio a centrare il sogno Champions. Lui, Stefan, è convinto che questo sia l'anno buono e da senatore e giocatore più anziano, nonostante sia restio a farlo, qualche giorno ha fatto un discorso davanti a tutti. E, vedendo quanto accaduto con la Fiorentina, qualcosa di buono è successo. 

Il Messaggero

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Inzaghi e un sogno Champions impossibile senza i due tenori

Al culmine di una delle settimane più tribolate e difficili degli ultimi tempi, Simone Inzaghi, ha ritrovato sorriso e tre punti. Il successo sulla Fiorentina ha assunto un peso specifico immenso perché ha cancellato le scorie del derby, ha dato un colpo di spugna alla disfatta in Germania e ha riproposto una Lazio da primi posti. Però il tecnico non può ritenersi né soddisfatto, né tranquillo dalla squadra che, pur trattando ogni zolla di campo come se fosse lo sbarco in Normandia, non ha la stessa baldanza, la personalità e la capacità realizzative di una volta. Di certo esibisce maggiore concretezza e cuore ma è costretta a soffrire più del dovuto per portare a casa i punti. Inzaghino temeva la sfida con l'ex Pioli che, in caso di sconfitta, avrebbe aperto una crisi profonda. L'ha preparata con meticolosità, ritrovando la sicurezza di Radu e optando per le due punte dall'inizio. Una scelta dettata dalla scarsa condizione di Luis Alberto, più che da vere convinzioni tattiche. Lo scorso anno la squadra poteva contare su 3 certezze, quelle che incanalavano e risolvevano gli incontri, con giocate scintillanti e gol. 
UNICA CERTEZZA
In questo momento all'allenatore è rimasta un solo vocalist nel coro: Ciro Immobile, il trascinatore che non tradisce mai e che ha mortificato le speranze dei viola con colpo di karate. Il bomber che segna contro tutti e che ha messo anche la Fiorentina nei suoi trofei. Però sono venuti meno gli altri due punti di riferimento: Milinkovic e Luis Alberto. Il serbo, quasi sempre anonimo nei momenti cruciali, sembra essersi smarrito sotto il peso di una valutazione fuori della realtà, lo spagnolo è ancora avviluppato nei problemi del post-pubalgia. Senza parlare della fragilità della difesa, confermata da altri marchiani errori. Un reparto che andava potenziato e che resta il vero punto debole. La vittoria ha scacciato i fantasmi senza risolvere i problemi strutturali che impediscono il salto di qualità. Inzaghi è costretto a inseguire il sogno del suo passato, quello che i biancocelesti hanno cullato fino all'ultimo minuto del campionato passato. E' questo l'ostacolo più duro: quello che agita il sonno del tecnico, rimasto anche senza voce. Aspetta di riavere la squadra opulenta e divertente ma, in queste condizioni, deve pensare a gestire al meglio il territorio e i punti anche con decisioni strambe, come quella di togliere Immobile nel momento più caldo. Deve distillare serenità nel gruppo ma deve ritrovarla soprattutto lui in questa lunga pausa.
Gabriele De Bari – Il Messaggero 

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Squadra, allenatore e dirigenti: la Lazio fa gruppo per ripartire

Non è sicuramente un momento facile, quello che sta vivendo la Lazio. Le sconfitte contro Roma ed Eintracht hanno lasciato scorie sia nella squadra che nell’ambiente, stufo di venire deluso nei momenti più importanti. Ci vuole una scossa, per sventare una crisi e lasciare questa settimana nel dimenticatoio. Lo sa Inzaghi e lo sa la squadra. Ecco perchè a Francoforte è stato siglato un patto di ferro: la promessa di ripartire subito, con la grinta dello scorso anno. A cena dopo la pesante sconfitta in Europa League, squadra, dirigenti e staff si sono confrontati apertamente, mettendo le cose in chiaro. Inzaghi non rischia niente, lo ha ribadito anche Tare. La squadra si è compattata attorno al suo allenatore, vuole ripartire tutti insieme per raggiungere quell’obiettivo sfumato sul più bello lo scorso anno. Quella Champions League da raggiungere, lottando e sudando fino all’ultimo minuto.cittaceleste/corrieredellosport.it

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FIGC, per la Divisione Calcio Femminile una sola candidata: Martina Colombari

Sul suo nome, e sull’accelerazione che la Figc ha impresso alla sua probabilissima elezione, si è scatenato l’ennesimo scontro politico. Ma lei, che a casa mastica sport e calcio da una vita, ha già le idee chiare. Martina Colombari parlerà ufficialmente a tempo debito. Ora sta studiando, consapevole che la sfida è affascinante ma proibitiva. In un modo o nell’altro, comunque, sa che può passare alla storia: primo presidente della nascente Divisione calcio femminile della Figc. Martedì, a Cremona, l’assemblea elettiva convocata dalla Federcalcio dovrebbe sceglierla alla guida di un Consiglio direttivo che sarà composto da altri 6 membri, 3 in rappresentanza della Serie B, 2 della B e 1 indipendente. La Colombari è al momento la sola candidata alla presidenza, mentre l’unico nome in lizza per la casella indipendente è Walter Veltroni.

PROGRAMMA La scelta, che in un primo tempo aveva indicato l’ex segretario del Pd per la presidenza, è ricaduta poi sulla Colombari al termine di un vertice tra il direttore generale della Figc, Michele Uva, ispiratore di tutta la recente operazione sul calcio femminile, il responsabile dei settori giovanile e femminile della Juventus Stefano Braghin, e Alessandro Costacurta, che della Colombari è il marito da 14 anni, ancora per qualche giorno sub commissario della Figc. Lei in queste ore ha confidato agli amici di sentirsi lusingata dalla designazione e intrigata da una sfida che può rivelarsi davvero epocale. Il calcio, nel programma a cui sta lavorando la Colombari, potrebbe diventare strumento prezioso di una battaglia per le pari opportunità che non potrà prescindere, il futuro presidente lo sa, da un progresso del trattamento economico e contrattuale delle calciatrici, a tutt’oggi ancora su livelli molto bassi. La popolarità di altri paesi europei e degli Usa è un’ambizione comprensibile, ma per arrivarci il movimento dovrebbe essere visibile anzitutto in Italia: la Figc oggi dà un contributo a Sky Sport perché trasmetta in diretta una partita alla settimana, peraltro soltanto delle big. Ecco, allargare la platea delle beneficiarie sarebbe già una mossa molto popolare, che aiuterebbe la Colombari, il cui incarico sarà a titolo gratuito, a smorzare la sensazione diffusa soprattutto tra le società più piccole di una candidatura calata dall’alto, senza una reale condivisione con le vere protagoniste del movimento. Il modello futuro, probabilmente, sarà qualcosa che somigli ad una Superlega con i corrispettivi femminili delle big di A, ma la strada è ancora lunghissima.

REAZIONIL’accelerazione che la Figc ha impresso all’elezione della Colombari, piazzata proprio a ridosso del voto federale, ha scatenato la reazione delle componenti che candidano Gravina, per le quali questo passo è un nuovo affronto. Il presidente della Lnd Cosimo Sibilia ha inviato una diffida al commissario Fabbricini invitandolo ad annullare l’assemblea elettiva di martedì, che va ben oltre «l’espletamento dell’ordinaria amministrazione cui è chiamato». Tesi ribadita da Gabriele Gravina: «Il commissario straordinario dovrebbe rispettare la decisione del Collegio di Garanzia e attenersi alla “ordinaria amministrazione”. Così non si agisce con saggezza».

Fonte: La Gazzetta dello Sport

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Tor di Valle, Parnasi 5 ore dai pm: ancora case e donazioni ad esponenti politici

Precisazioni e nuovi spunti su capitoli di indagine ancora aperti. Luca Parnasi parla per poco meno di cinque ore nel nuovo interrogatorio fiume tenutosi ieri pomeriggio.  Il passaggio di maggior rilievo nel verbale che è stato secretato su richiesta degli avvocati Giorgio Tamburrini ed Emilio Ricci riguarderebbe quello di un immobile concesso in comodato d’uso gratuito a Dario Rossin, ex capogruppo in consiglio comunale per Forza Italia. Circostanza che aprirebbe la strada a una possibile contestazione di finanziamento illecito, sulla quale già ragionano anche per altri casi simili il pm Barbara Zuin e l’aggiunto Paolo Ielo. Rossin avrebbe inoltre ricevuto 10mila euro perla sua campagna elettorale. Un metodo, quello racchiuso nella frase emblematica «Pago tutti come negli anni ‘80» che lo stesso imprenditore ha di fatto resa esplicita. Tra i suoi «beneficiati» ci sono, secondo la procura, anche i tesorieri di Pd e Lega, Francesco Bonifazi e Giulio Centemero, già finiti tra gli indagati. E tra le acquisizioni portate all’interrogatorio dai carabinieri del Nucleo investigativo ci sono i pagamenti emessi da alcune società del gruppo Eurnova, che secondo gli inquirenti avevano all’interno della galassia imprenditoriale proprio la funzione di «fatturare» spese non ufficiali. Parnasi, arrestato il 13 giugno scorso nell’ambito dell’inchiesta sul nuovo stadio della Roma è attualmente agli arresti domiciliari. In completo blu, si è allontanato da piazzale Clodio senza commentare. Al pm ha però anche illustrato di nuovo, arricchendoli di dettagli, i rapporti con la funzionaria della soprintendenza archeologica Anna Buccellato, che — sostiene l’imprenditore — voleva imporre ad Eurnova archeologi di «sua fiducia» per i sondaggi preventivi nell’area dello stadio. «Non è più il tempo in cui il funzionario ti suggerisce di mettere una persona e rischi di andare sotto processo — si sfogava Parnasi, intercettato con i suoi collaboratori — La Buccellato vuole una persona che non conosciamo, un certo Emanuele Giannini, che la va prendere a casa con la macchina… questo chiede 220 euro al giorno». La funzionaria, secondo l’imprenditore, avrebbe provato a imporre anche una società, la Elma, senza passare da una gara pubblica. Circostanza che sembra confermata dalla stessa Buccellato, intercettata: «Siccome tutti vogliono andare a fare i carotaggi là, ho scelto un nominativo… volete fa voi?… non fa nessuno!».

Fonte: Il Corriere della Sera