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Tegola per Inzaghi, lesione per Radu: niente derby per il mancino

Dopo le critiche e i dubbi ora solo elogi per il portiere albanese decisivo a Empoli Lesione muscolare per il romeno: 20 giorni di stop Quando la parata vale un gol. Per la Lazio il miracolo di Thomas Strakosha su Caputo, all’ultimo secondo della partita di Empoli, resterà nella storia di questo campionato: una respinta disperata che ha salvato la vittoria e nello stesso tempo è servita al giovane portiere albanese per spazzare via critiche e dubbi. Il finale di stagione balbettante, figlio anche di problemi alla schiena che ne avevano condizionato lavoro e rendimento, aveva incrinato la fiducia dell’ambiente nei suoi confronti. Non quella di Tare e Inzaghi, però, che hanno sempre puntato su di lui senza remore. L’intervento su Caputo è stato il modo migliore per ringraziare l’allenatore. I quasi 4000 tifosi presenti a Empoli hanno invece ringraziato lui, a fine partita, con applausi frenetici. Così sono tornati gli elogi, quelli che lo avevano accompagnato per tanto tempo, prima delle incertezze della scorsa primavera. Ora per Strakosha turno di riposo: giovedì in Europa League contro l’Apollon tra i pali debutterà Proto. In difesa tegola Radu: lesione muscolare al flessore della gamba sinistra e stop di almeno 20 giorni, quindi niente derby per il romeno. Inzaghi giovedì dovrebbe affidarsi a Bastos, Acerbi e Caceres. Sulle fasce Marusic e Lulic lasceranno il posto a Basta e Durmisi; a centrocampo Murgia ( favorito su Cataldi), Badelj e Milinkovic; in attacco Luis Alberto ( Correa è squalificato) a sostegno del centravanti Caicedo. Non verrà convocato Berisha, che sta aumentando i carichi di lavoro: il kosovaro in pratica sta svolgendo la preparazione atletica saltata quasi interamente per l’infortunio muscolare ormai guarito. Migliora Luiz Felipe: nel derby sarà a disposizione.

la Repubblica

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A Empoli secondo 1-0 di seguito: Lazio avara ma vincente

Con la vittoria di Empoli i biancocelesti superano i giallorossi. Il tecnico: "Abbiamo sofferto Bene Correa, peccato per il palo". Radu ko muscolare Al bivio di Empoli la Lazio sceglie la strada giusta. Ci riesce soffrendo, sbuffando e arrancando, ma quel che conta è la sostanza. Inzaghi mette altri tre punti in classifica, sorpassa la Roma e batte l’ex giallorosso Andreazzoli, punito ancora da Lulic, autore dell’assist decisivo. La differenza la fanno un gol di Parolo e un paio di miracoli di Strakosha. Al Castellani finisce 1-0, esattamente come a Frosinone prima della sosta. La Lazio di Inzaghi sta scoprendo un cinismo mai avuto prima solo 3 volte in campionato aveva vinto con questo risultato nelle stagioni passate – nei suoi due anni e sette partite alla guida della squadra biancoceleste: «Dobbiamo cercare di aggiustare la mira – dice l’allenatore – e continuare a fare risultati. L’anno scorso vincevamo le partite con più gol, ma ne subivamo altrettanti». Vero, i progressi in fase difensiva sono evidenti, grazie anche all’eccezionale inserimento di un leader come Acerbi nei meccanismi tattici. Ma qualche problema resta, come conferma l’errore grossolano di Wallace a un secondo dalla fine, che per poco non consente a Caputo di regalare all’Empoli il gol del beffardo 1-1: «Probabilmente i toscani avrebbero meritato qualcosa di più, ma è anche vero che abbiamo avuto diverse occasioni per raddoppiare. Strakosha stavolta è stato decisivo, dobbiamo davvero ringraziarlo», ammette Inzaghi. Ci pensa il portiere a lasciare il risultato inalterato (ma non a evitare a Wallace il rimprovero urlato da parte di Acerbi) con un miracolo che vale almeno due dei tre punti con i quali la Lazio se ne torna a Roma. Già, senza quella parata adesso sarebbe certamente iniziato pure il processo al trio d’attacco (Milinkovic, Luis Alberto e Immobile), tutti da sufficienza risicata e incapaci di accontentare le richieste del tecnico della vigilia: «Ciro fa notizia se non segna per tre partite di seguito, ma sta crescendo e sono certo che tornerà presto al gol. Sia lui che Luis Alberto hanno subito infortuni importanti nel finale della scorsa stagione, ma li vedo sempre meglio, così come Sergej del resto». Non fa drammi, Inzaghi. Ora la testa è già alla sfida di giovedì in Europa League con l’Apollon Limassol: «Ho gente in panchina che sta bene e non vede l’ora di giocare». Non potrà esserci Radu, uscito per un problema muscolare (sarà valutato nei prossimi giorni). E sicuramente mancherà Correa, squalificato. L’argentino negli ultimi minuti a Empoli ha mostrato classe e intelligenza nel possesso palla, servendo un assist a Marusic (incredibilmente non sfruttato) a tempo scaduto e colpendo un palo a portiere battuto: «Mi dispiace non abbia segnato, sono molto contento di lui. È un ragazzo che ci darà soddisfazioni». Inzaghi lo aspetta. A questa Lazio cinica, servono i gol di tutti.

Fonte: la Repubblica

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Il “dogma” tattico: la Lazio di Simone Inzaghi 2018-2019 non cambia mai

C’è chi sostiene che, perché nulla cambi, debba in realtà cambiare tutto. Gattopardismo. Inzaghi la pensa in modo esattamente contrario: lui non vuole cambiare nulla e lascia tutto immutato, senza spostare nemmeno un’inezia. Tanto che domenica a Empoli, a meno di sorprese, la Lazio giocherà con la stessa formazione per la terza volta consecutiva. Non solo il medesimo modulo, ma molto di più: saranno identici tutti e undici i calciatori che scenderanno in campo. Solo al debutto, contro il Napoli, ci sono state alcune variazioni sul tema, ma perché Leiva e Lulic erano squalificati. Dalla Juve in avanti, la formazione è una. Una stranezza nel calcio di oggi, dove i tecnici – soprattutto quelli delle squadre impegnate anche in Europa – cambiano i giocatori in continuazione, quasi fosse calcetto. E spesso modificano anche i moduli: guardate Allegri, oppure il vicino Di Francesco. Invece Simone, forse nostalgico della serie A di un tempo, sta facendo tornare i tifosi biancocelesti a 40 o 50 anni fa, quando ognuno conosceva a menadito la formazione della sua squadra del cuore, perché non mutava mai, e la scandiva come una poesia imparata a memoria. I versi di Inzaghi sono: Strakosha; Wallace, Acerbi, Radu; Marusic, Parolo, Leiva, Milinkovic-Savic, Lulic; Luis Alberto; Immobile. Anche nella scorsa stagione Inzaghi non ha mai cambiato modulo: la Lazio ha sempre cominciato le gare di campionato con il 3-5-1-1 e pochi sono stati i cambiamenti in corsa, dovuti esclusivamente a situazioni di grave e improvvisa emergenza. Solo nella prima gara, contro la Spal, avevamo visto qualcosa di diverso (non una variazione significativa, però): fuori Leiva per un affaticamento muscolare, Luis Alberto si era abbassato a fare il regista e Palombi aveva affiancato Immobile, formando una coppia di veri attaccanti. Poi, riprodotto con successo lo schema di cui si diceva, Simone non lo ha mai più toccato. C’era comunque una motivazione più che valida, in quella scelta conservatrice: la Lazio così costruita volava, riuscendo ad andare oltre ogni previsione e rimanendo per lunghi mesi agganciata al vertice della classifica. Comprensibilmente Simone Inzaghi chiedeva: perché dovrei cambiare una squadra che funziona? In questo inizio di campionato, invece, i biancocelesti scricchiolano: prima sono arrivate le due sconfitte contro Napoli e Juventus, quindi la soffertissima vittoria contro il Frosinone. Qualcuno si aspettava che la formazione potesse essere rivista e, con questa, forse anche la disposizione in campo. Niente da fare, si va avanti così: ormai è diventata quasi una sfida personale. La partita contro l’Empoli è difficile e peserà tanto sulla Lazio, alla vigilia del debutto in Europa League: Simone vuole giocarsela con la «sua» squadra. Non cambiare niente perché nulla cambi.

Fonte: Il Corriere della Sera

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Tor di Valle – L’Authority del Comune scrive gli assessori su Mobilità e Ponte Traiano

Tor di Valle – L'Authority del Comune scrive gli assessori su Mobilità e Ponte Traiano

Ancora caos per il progetto dello stadio di Tor di Valle, scosse che sembrano lasciare insensibile il Campidoglio che non sembra muovere una foglia. Come scrive invece Il Messaggero, a muoversi sarebbe stata l'Authority di controllo del Comune, presieduta da Carlo Sgandurra. Al centro di questa “richiesta” in particolare i piani sulla mobilità. Sui tavoli degli assessorati alla Mobilità (Linda Meleo) e Urbanistica (Luca Montuori), dei rispettivi capi di dipartimento e per conoscenza del presidente dell'Assemblea Capitolina Marcello De Vito (a cui risponde l'Autority, che comunque è un organismo indipendente) sono arrivate due lettere con una serie di richieste di chiarimenti. Nelle missive si inizia dai trasporti, Sgandurra in primis chiede «di conoscere i pareri e gli studi di viabilità» realizzati dal Campidoglio per la revisione del progetto, e quindi la cancellazione del ponte di Traiano, «viste le preoccupazioni diffuse circa la ricaduta sulla mobilità». 
In seconda battuta, l'Authority vuole capire «se negli scenari sul traffico si sono presi in considerazione soltanto quelli sostenuti dagli studi dei privati, secondo cui il 50% degli spettatori arriveranno a Tor di Valle su mezzi propri e gli altri con mezzi pubblici». Infine, il terzo quesito: nell'elaborazione delle simulazioni «è stato coinvolto il corpo della Polizia Locale». Non c'è scritto nelle missive ma l'Authority ha già fatto alcune verifiche sui documenti depositati in conferenza dei servizi. Ma questi studi pubblici, prendendo in esame anche «scenari più critici, in altre ore o in altri giorni da quelli considerati dai privati», non risulterebbero agli atti. Conseguenze? L'Authority non ha potere sanzionatorio, ma in caso di risposte mancanti, evasive o insoddisfacenti, Sgandurra è pronto ad inviare un report/esposto alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti, visto che il presupposto di partenza dello stadio è la dichiarazione, votata in Comune, sull'interesse pubblico. Sarebbe un nuovo filone di indagine, su un iter che è già stato congelato a causa dell'inchiesta per la presunta corruzione. 

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Empoli, Caputo ci prova: “Regaliamo ad Andreazzoli la rivincita del 26 maggio…”

ROMA Gol e birra: binomio vincente per i tifosi ma anche per i giocatori. Per informazioni chiedere a Francesco Ciccio Caputo, bomber di professione con la maglia dell'Empoli e mastro birraio per diletto. Ecco spiegata quella sua esultanza: dopo ogni rete finge di scolarsi una pinta.
È più difficile fare l'attaccante o l'imprenditore?
«Sono due cose completamente diverse (ride, ndc). L'imprenditore lo faccio come hobby».
Ci sono tanti giocatori che investono in questo campo?
«Diciamo che non sono l'unico. Ma quasi tutti nel ramo dell'enologia: vino, non birra».
Tra gli ingredienti della sua bionda c'è il pane di Altamura. Con la sua terra ha un legame forte.
«A prescindere dal legame, l'idea è nata per scherzo. Poi è venuta fuori una cosa molto seria e abbiamo cercato insieme ai miei due soci di portare in giro per l'Italia i sapori della nostra terra. Ci siamo riusciti».
Ad Altamura ha aperto anche un centro sportivo.
«Sta andando benissimo, ormai sono quattro anni. Abbiamo iniziato da pochi giorni con la scuola calcio, ora affiliata all'Empoli. Abbiamo tesserato 80 bambini. L'obiettivo è arrivare a 100 per la fine d'ottobre».
Eppure in Serie A c'è solo una squadra del Sud, il Napoli.
«È sorprendente. Vuol dire che c'è qualcosa che non va. Alcune società sono fallite, altre hanno difficoltà. De Laurentiis ha preso il Bari e sta cercando di riportarlo su. Bisogna guardare avanti e pensare positivo».
Il suo presente è l'Empoli.
«Il nostro obiettivo è salvarci. La Serie A non perdona e non possiamo sbagliare».
Come festeggerebbe la salvezza?
«Magari una festa con la mia birra e le bruschette con il pane di Altamura. Già l'anno scorso abbiamo festeggiato con la mia birra dopo la promozione. Lo rifarei volentieri».
Attendeva da tanto anche la A.
«Sette anni fa l'esordio con il Bari. Con l'Empoli è stato un bell'impatto e un bell'effetto».
Ha iniziato bene: gol e fascia da capitano alla prima giornata. 
«È stato un rientro bellissimo, mi riempie di orgoglio. La strada è lunga e difficile, ma siamo una squadra forte».
Si sente pronto?
«Cerco sempre di dare il massimo e aiutare la squadra. È sempre il campo che parla. L'unico modo per rispondere presente è dare tutto». 
Domenica c'è la Lazio, che nel 2013 vinse la Coppa Italia contro la Roma di Andreazzoli. 
«Conosciamo bene questo particolare. Cercheremo di aiutarlo a prendersi una rivincita. Vogliamo regalare una gioia anche all'allenatore».
Che tipo è Andreazzoli?
«Da quando è arrivato ha trasformato la squadra e il modo di vedere il calcio. È una persona che vive questo mondo a 360 gradi, non lascia nulla al caso e pretende tantissimo».
E invece Antonio Conte?
«Lui e Andreazzoli sono due tecnici diversi per il modo in cui approcciano le partite. Conte l'ho avuto al Bari e al Siena. È uno tosto, sanguigno. Si incavola spesso (ride, ndc). Andreazzoli, invece, è più pacato, ma anche diretto: sa entrare a gamba tesa».
In passato Maccarone, dopo un gol, esultò bevendo una birra.
«Me lo ricordo. Vuol dire che a Empoli la birra porta bene». 
Nella Lazio c'è Immobile, lo scorso anno re della Serie A, mentre lei era capocannoniere della B.
«Chi perde offre la birra. Mettiamola così (ride, ndc)».
Valerio Cassetta

IlMessaggero.it

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De Vrij: “Rigore contro l’Inter? Con la lazio ho dato il massimo fino alla fine…”

Ventisei anni compiuti il 5 febbraio, Stefan de Vrij ha lasciato la Lazio la scorsa estate a parametro zero dopo 4 anni. Nell'intervista concessa al Corriere dello Sport il difensore parla della sua prima squadra italiana e del suo addio che ha fatto storcere il naso ai tifosi. “Le parole belle spese su Spalletti? Quando ho parlato con lui e il club ho capito quanto fortemente mi volessero. Per me è stato importante farmi sentire così importante”, scrive Andrea Ramazzotti, che per Piazza Indipendenza segue i nerazzurri. Sul quadrienno a Formello queste le dichiarazioni: “Una bellissima esperienza, sono cresciuto tantissimo e ho molti amici che sento ancora. Ho ricordi indelebili di notti fantastiche all'Olimpico, penso alla Supercoppa Italiana vinta contro la Juve, i derby vinti, la vittoria a Napoli che ci portò ai preliminari di Champions”. L'ex Feyenoord ha avuto un ottimo rapporto con Simone Inzaghi: “Mi piace, sa gestire bene il gruppo, crea l'atmosfera giusta dove tutti lottano per gli altri. E' serio in allenamento ma fa anche battute simpatiche”. L'oranje è stato accusato per il rigore causato contro l'Inter nello spareggio del 20 maggio, questa la sua replica. “Nessuno mi ha detto nulla, anche perché nel secondo tempo giocavamo molto vicini alla nostra porta e la loro punta era Icardi. Volevo recuperare dopo l'assist era Eder, ho provato a intercettare la palla diretta ad Icardi, sono entrato in scivolata e sono arrivato a tanto così (mima la distanza con le dita, ndr) dal prenderla. Se ci fossi riuscito tutti avrebbero parlato di un grande intervento… Contro l'Inter mi sono comportato come un vero professionista, se avessi voluto favorirli avrei aspettato l'ultima giornata? A tre gare dalla fine ho segnato e contro il Crotone ho salvato un gol sulla linea”.

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Tor di Valle, lo stadio che non c’è: 2083 giorni dopo è tutto fermo

«It’s a big day today». Erano le 11.43 local time (le 17.43 in Italia), c’era un bel sole a Orlando, in Florida, il giovane e rampante costruttore romano indossava il vestito delle grandi occasioni, il manager americano re dei fondi speculativi grandi occhiali scuri e una camicia senza cravatta. Entrambi sfoderavano il loro migliore sorriso. Era il 30 dicembre 2012. «Un grande giorno», in cui Luca Parnasi sentì che sarebbe diventato un palazzinaro più famoso del padre, e James Pallotta si convinse di aver fatto l’affare della vita: quattro mesi prima era diventato presidente di un club di calcio con un grande nome ma poco valore; un paio d’anni dopo, tre al massimo, l’avrebbe rivenduta con un grande stadio per tanti soldi.

INDIETRO NEL TEMPO Sono passati quasi sei anni dalla firma dell’accordo tra Parnasi e Pallotta, il primo atto del progetto «stadio della Roma». A rileggerle oggi, le cronache degli inviati in Florida fanno sorridere di tenerezza. Le fragorose risate, le gote paffute degli americani che svernano al sole della Florida, gli applausi e il brindisi di rito. Al nuovo anno, al nuovo stadio, alla Storia. Poveri ingenui. Come Monica Vitti, quella (strepitosa) del Dramma della gelosia, così ottimista da credere di poter imparare l’inglese con le audiocassette: «What a lovely day today». Già, allora sembrava tutto così lovely. E facile. Almeno, non maledettamente complicato come si è rivelato. Col passare dei mesi, poi degli anni, questo stadio è diventato un Everest. Da quel 30 dicembre 2012, sono trascorsi 2.083 giorni. Roma ha avuto tre sindaci di tre aree politiche diverse e un commissario nominato dal governo. Eppure, il progetto non ha ancora concluso il proprio iter burocratico. È passato attraverso due delibere dell’assemblea capitolina sulla pubblica utilità e altrettante Conferenze di servizi in Regione, ma non ha ancora ottenuto la variante al piano regolatore, condizione necessaria perché si possano concedere gli appalti e posare la prima pietra. Il progetto è stato concepito con Alemanno, che è passato in fretta, sottoposto una prima volta a Marino, rimasto congelato con Tronca, e sottoposto in una nuova versione alla Raggi. Le sue cubature sono aumentate e diminuite come sulle montagne russe. L’area di Tor di Valle, scelta dopo una lunga selezione, ha subito ogni tipo di contestazione: dai residenti, dagli ambientalisti, dagli assessori. Prima per il rischio idrogeologico del Tevere, poi per la tutela architettonica della tribuna del vecchio ippodromo, infine per i rischi di mandare in tilt la viabilità del quadrante. Clamorosa la battaglia di Berdini, architetto e alfiere dell’ala più movimentista dei grillini che ha provato in tutti i modi a bocciare il progetto finché la Raggi non l’ha messo alla porta, rimpiazzato con il più docile Montuori. In questi anni, dalle carte entrate e uscite dagli uffici comunali sono apparsi e spariti parchi, ponti, stazioni della metropolitana. I grattacieli di ultima generazione sono diventati palazzine dozzinali. Le opere pubbliche sono state sforbiciate senza pietà.

TRAGUARDO Il progetto ha resistito a Mafia Capitale e stava lentamente arrivando al traguardo. Prima dell’estate il Consiglio comunale avrebbe dovuto approvare la variante al piano regolatore e il testo della convenzione urbanistica, ultimi atti d’un certo peso prima del via libera a costruire. Forse il dossier Tor di Valle avrebbe visto la luce, seppure nella forma riveduta e corretta (in peggio) voluta dalla Raggi, ma l’inchiesta Rinascimento – ribattezzata Stadio Capitale – l’ha travolta. Parnasi e i suoi collaboratori arrestati per associazione a delinquere e corruzione, nei guai il factotum del M5S Lanzalone, nel frattempo promosso alla guida di Acea, un ex assessore regionale, un consigliere, una decina di soggetti tra politici locali, funzionari, dirigenti ministeriali, intermediari, tutti indagati. Una frana che non ha travolto lo stadio, ma tutto quello che si muoveva intorno. Il titolare dell’inchiesta, il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo, ha più volte garantito anche pubblicamente sulla «legittimità degli atti». Il club giallorosso, parte lesa nella vicenda, ha subito chiesto che l’iter ripartisse. «È nostro diritto». Ma dal 13 giugno, giorno degli arresti, la macchina non si è più mossa. Il sindaco Raggi ha dapprima annunciato una «due diligence» degli uffici comunali su tutti gli atti, poi ha vagheggiato la richiesta d’un parere del Politecnico di Torino sull’affidabilità dei flussi di traffico, commissionati dallo stesso Comune, in base ai quali un solo nuovo ponte (e non due, come prevedeva il progetto approvato da Marino) basterebbe a smaltire il traffico dell’area. Del primo atto si sono perse le tracce. Del secondo, come rivelato ieri da Il Tempo, sembrerebbe che nessuna consulenza sia stata commissionata, un po’ per la difficoltà di chiedere un parere su un progetto già approvato, un po’ per l’imbarazzo di essere smentiti. Così da 92 giorni il dossier Tor di Valle è fermo. E la pazienza di Pallotta si sta esaurendo. Il presidente della Roma l’ha detto in tutte le salse: «Se bloccano lo stadio me ne vado». Lui e i soci, che in questa operazione hanno già investito un centinaio di milioni, continuano a impegnarsi: ora pare siano disposti a rilevare la parte di Parnasi diventando di fatto i soli titolari del progetto. La nuova dead line concessa al Comune è il 30 dicembre: la Roma s’aspetta di festeggiare il Capodanno almeno con la variante urbanistica. In fondo saranno passati solo sei anni.

Fonte: La Gazzetta dello Sport

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Correa-Luis Alberto: presto una Lazio con due trequartisti?

Un duello a colpi di assist e magie. Luis e Joaquín, la battaglia è appena cominciata. Chi sarà più convincente e meriterà, avrà la responsabilità della trequarti, subito dietro Immobile. Luis Alberto parte favorito, è lui il titolare indiscusso e sarà così anche ad Empoli, ma deve stare attento perché dietro il giovane Correa, al di là dei 19 milioni di euro spesi, scalpita ed è desideroso di far vedere quanto vale. A visionar tutto c'è Inzaghi che, quando deve fare delle scelte, non guarda in faccia nessuno. Una scoppiettante e sana competizione interna, ma al tempo stesso spietata, e non potrebbe essere altrimenti. Nelle squadre che ambiscono a traguardi importanti, di duelli del genere ce ne sono in ogni reparto. A beneficiarne sarà la Lazio perché i due, in allenamento e in partita, cercheranno di mettersi in evidenza. E qualcosa, riguardo a questa piccola rivalità, già si intravede nel lavoro quotidiano, con lo spagnolo che spesso risponde ai guizzi del compagno di nazionalità argentina. E per l'allenatore, i compagni e i vari membri dello staff è un bel vedere, come è capitato in un paio di partitelle a Formello prima della gara col Frosinone, tra colpi di tacco, dribbling, assist e gol di pregevole fattura. Tra i due chi è un po' sotto pressione e per certi versi deve correre di più è lo spagnolo che non ha cominciato la stagione ai suoi livelli. Nonostante le prove opache con Napoli e Juventus, l'allenatore ha continuato a dare fiducia a Luis e qualche risultato si è intravisto col Frosinone. La bella rete che ha sbloccato la partita e alla fine è risultata decisiva ne è la dimostrazione, ma l'ex Liverpool ancora non è al massimo, anche per via del brutto infortunio muscolare avuto sul finire della passata stagione. La strada da fare è tanta, lui stesso l'ha ammesso. La gara di domenica è un test probante perché Correa in allenamento sta facendo bene e, forse, anche per via della squalifica in Europa League, meriterebbe un'opportunità. Il rapporto tra i due è splendido, la concorrenza, poi, aiuta a fare meglio e, di solito, riesce a tirar fuori il meglio da ogni giocatore, soprattutto dal punto di vista
caratteriale. 
INSIEME PERCHÉ NO?
Al momento Inzaghi, per il modulo che adotta, prevede un solo fantasista dietro all'unica punta, ma non è escluso in futuro che ci possa essere una revisione e modificare lo schieramento biancoceleste con un assetto più aggressivo e di qualità, con i due fantasisti dietro al centravanti. D'altronde, proprio sul finire della settimana scorsa, il tecnico ha provato lo spagnolo come mezzala e l'ex del Siviglia trequartista, ma erano più prove dettate dalle assenze che esperimenti veri e propri. Una soluzione però che affascina e non è tanto campata in aria, anche perché, qualità di entrambi a parte, Luis Alberto ha l'ultimo tocco illuminante e facilità d'inserirsi, mentre l'altro ha fisicità, cambio di passo e agilità nel saltare l'uomo. Pure insieme, insomma, promettono scintille, ma al momento sono l'uno contro l'altro. E per Inzaghi scegliere ogni volta non sarà facile. Ma anche e soprattutto da questo si vede la crescita e la forza di una squadra. 

Fonte: Il Messaggero
 

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Il rinnovo di Immobile sempre più vicino: la fumata bianca entro settembre

L’accordo c’è già, entro breve – questione di giorni, forse addirittura di ore – arriverà anche l’annuncio: Ciro Immobile resterà alla Lazio fino al 2023, anziché fino al 2022, come prevede il contratto attuale, e soprattutto guadagnerà 700 mila euro netti in più a stagione, raggiungendo quota tre milioni (più i bonus). Il centravanti si è meritato tutta questa considerazione da parte del presidente Claudio Lotito con il senso di appartenenza, con l’impegno, con il rendimento e (ovviamente) con i gol. Quelli che ha segnato nella passata stagione, ben quarantuno: tantissimi. Perciò il «numero uno» biancoceleste ha raggiunto l’accordo con Alessandro Moggi, che di Immobile è il procuratore: un’intesa sulla parola trovata in estate, quando qualche club importante si è affacciato per provare a portarlo via da Roma, in attesa di poter finalmente mettere nero su bianco. Questo accordo resisterà a un inizio di stagione che è stato deludente, per la Lazio e anche per Immobile. Lunedì sera a Lisbona, con la maglia della nazionale, Ciro ha vissuto l’ennesima avventura negativa dell’estate: zero gol – e ci può anche stare vista la scarsa consistenza di tutta la squadra azzurra – ma anche una presenza-assenza alla quale non eravamo abituati. Svuotato, inconsistente, moscio. Come se in questi giorni non fosse ancora lui. Il confronto con la passata stagione, del resto, è spietato anche se ci riferiamo anche soltanto ai numeri. Nel 2017 Immobile ha cominciato con una doppietta nella Supercoppa italiana vinta all’Olimpico contro la Juventus (si era ancora in pieno agosto) e in campionato ha segnato la bellezza di quattro gol nelle prime tre giornate: uno al Chievo e addirittura una tripletta al Milan. Si è capito subito, insomma, che non aveva il vento in faccia ma alle spalle, e questo vento soffiava proprio forte. Tanto che perfino in nazionale – quella disastrata di Ventura, che ancora pensava di andare al Mondiale facendo un sol boccone della Svezia – il laziale aveva segnato l’unica rete del settembre azzurro nell’1-0 con Israele. Quando si stava per giocare la quarta giornata di campionato, Immobile aveva dunque segnato sette gol avendo giocato un’unica partita in più rispetto a oggi, la Supercoppa. Adesso è fermo a uno. Bellissimo, per carità (anche se con un certo contributo da parte della difesa napoletana, sbandata paurosamente all’esordio in campionato), ma sempre di uno si tratta. L’Empoli, domenica, è l’occasione per ripartire. Serve un altro Immobile, però. Il contratto è in arrivo, nessuno glielo toglie, ma servono i gol per brindare. Altrimenti che festa è?

Fonte: Il Corriere della Sera

 

 

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Il Capitano di Lotito: Lucas Leiva verso il rinnovo fino al 2022

Spietato, carismatico ed elegante in campo. Gentile, sorridente e sempre disponibile fuori. Un calciatore d'altri tempi, Lucas Leiva. Non è il capitano della Lazio, ma per come si muove e si comporta all'interno dello spogliatoio sembra esserlo a tutti gli effetti. E senza alcun fastidio da parte si senatori come Lulic, Radu o Parolo. Stimato e seguito da tutti, soprattutto dai più giovani che lo ascoltano come fosse un oracolo perché lui a volte li riprende e si mette lì a spiegare e dare consigli. Un po' come faceva Klose. E' passato appena un anno in biancoceleste e il brasiliano è pronto a ripartire per un'altra sfida, ancora più difficile e dura rispetto a quando è arrivato. Sogna di conquistare la qualificazione in Champions, sfuggita l'anno scorso all'ultimo secondo, ma anche di andare più avanti possibile in Europa League e vincerla, ma anche di spingere al massimo per convincere Tite, il ct del Brasile a dargli un'altra opportunità. E' il suo sogno. Un obiettivo quasi impossibile, vista la sua non più giovanissima età, ma ci crede e coltiva la speranza, anche perché ha diversi estimatori tra i collaboratori dello staff tecnico della Selecao che lo seguono e, sotto sotto, qualche possibilità sono pronti a concedergliela. 
METTERE RADICI
Nonostante sia passato un solo anno, Leiva non credeva di trovarsi così bene nella capitale e nella Lazio. La moglie Ariana è innamoratissima della città, tanto che in famiglia si sta seriamente pensando di investire, acquistando una casa vicino Formello e forse una in centro. Ai Leiva piace andare in giro per la capitale, esplorare posti nuovi e perdersi tra le stradine dei posti più belli e vecchi di Roma. E nasce pure da questo motivo l'idea di Lotito di premiare uno dei giocatori più forti della squadra, adeguando l'attuale stipendio, allungando il contratto dal 2020 fino al 2022 e proponendo al centrocampista un futuro a livello dirigenziale. Una proposta appena accennata che ha colpito il brasiliano, anche se allo stesso tempo l'ha messo un po' in difficoltà, considerato che il regista non ha mai nascosto l'idea di tornare in patria e chiudere la carriera al Gremio, il suo primo club. Il calciatore è concentrato sul presente e sul futuro ha qualche dubbio se fare l'allenatore o mettersi dietro una scrivania, ma Lotito non molla. Il patron, dopo aver puntato su Tare, aver scommesso su Inzaghi e riportato Peruzzi e Rocchi in società, ha in testa di puntare su gente come Lulic, Radu e Leiva per consolidare il suo progetto anche e soprattutto sul fronte stadio. 
MENTAL-PLAYER
Il rinnovo è dietro l'angolo, per il resto post-calcio si vedrà. Leiva ha la testa in questa stagione e, durante la sosta, ha avuto modo di parlare e caricare i suoi compagni in vista della gara di Empoli, ma anche di quelle successive. L'occasione, secondo il biancoceleste, è ghiotta e la Lazio se vuole andare in Champions, non se la deve far sfuggire: vincere tutte le gare prima del derby, permetterà alla squadra di rimettersi in carreggiata e dimenticare l'avvio di campionato con le sconfitte di Napoli e Juve. La stoffa dell'allenatore o del dirigente, insomma, non gli manca. Non sembra, visto il suo atteggiamento un po' schivo, ma, allenatore a parte, è uno di quelli che appena può prende parola e, dall'alto della sua esperienza, anche durante le analisi tattiche del match precedente, spiega ai compagni cosa si può fare per migliorare durante la gara in alcune situazioni delicate. Per crescere, per centrare la Champions e gli altri obbiettivi, Lucas è uno di quelli da seguire a occhi chiusi. 
Fonte: Il Messaggero