Categorie
RASSEGNA STAMPA

Dopo De Vrij: il sostituto è già in casa?

Alla faccia di chi ancora lo chiama ragazzino. E mostra un po’ di diffidenza ogni volta che Inzaghi lo schiera nella difesa titolare. Di strada da percorrere ne ha tanta, come i margini di miglioramento che, visto l’attuale rendimento e quanto sta facendo vedere, sono pazzeschi, ma l’ascesa di Luiz Felipe, detto Fefe, non finisce di sorprendere. Anche contro la Roma, ed era il suo primo derby, non ha mostrato cenni di cedimento anzi contro Dzeko, Nainggolan e Kolarov, i romanisti con cui ha duellato spesso, ha messo in evidenza bravura e carattere, in alcuni frangenti della gara fin troppo, con entrate ruvide e al limite. Ma lui è così e si sta facendo largo nella Lazio grazie alla sua aggressività e maturità calcistica, nonostante abbia compiuto ventuno anni qualche settimana fa. Il tecnico biancoceleste è rimasto stupito proprio da questo aspetto, così giovane ma con un atteggiamento da veterano. Non se l’aspettava di veder crescere così in fretta uno di vent’anni che fino a due stagioni fa giocava nella serie D brasiliana nell’Ituano.

L’EREDITA’ Bravo a tal punto da riscrivere le gerarchie. Una crescita talmente veloce e sicura da spodestare i due titolari Wallace e Bastos in pochi mesi. L’ennesima intuizione del ds Tare che, dopo aver insistito e rassicurato Inzaghi su Luis Alberto, aveva fatto altrettanto con Luiz Felipe. In estate il tecnico voleva un difensore esperto, tanto che la società provò con Paletta, ma l’italo-argentino sparò grosso e non se ne fece nulla. L’allenatore, lì per lì, non rimase bene, ma il dirigente albanese lo tranquillizzò, portando avanti il giovane brasiliano. Una scelta azzeccata che Simone sposò subito, tanto da dargli fiducia in Europa League e in campionato col Milan. Appena dieci minuti, ma bastarono, visto che dopo una decina di giorni arrivò il debutto da titolare col Verona. Da lì apparizioni sempre più frequenti in campo internazionale, fin ad arrivare ai giorni nostri e alle undici di fila tra campionato e le due coppe senza mai staccare la spina. Qualche piccola defaillance c’è stata, ma Inzaghi lo considera il difensore centrale da cui ripartire il prossimo anno con la partenza di de Vrij.

SPIRAGLIO AZZURRO Una sicurezza lì dietro, tanto che la Lazio l’ha subito blindato fino al 2022, con la promessa che se il prossimo anno continuerà ad alzare l’asticella stipendio e contratto verranno rivisti all’istante. Lui sogna la nazionale brasiliana e una piccola esperienza con l’Under 20 l’ha avuta, ma non erano tornei ufficiali, tanto che la sua escalation viene monitorata anche dai tecnici federali azzurri, visto che è anche italiano. E uno così, di questi tempi, non passa inosservato. Il Messaggero/Daniele Magliocchetti

Categorie
RASSEGNA STAMPA

Stadio della Roma, Il Codacons ricorre al Tar: “Atti illegittimi ed infrastrutture a carico dei cittadini”

Sembrano sorgere nuovi problemi per quanto riguarda la realizzazione dello stadio della Roma. Come riporta la Gazzetta dello Sport infatti il Codacons ha depositato presso il Tar del Lazio il ricorso contro la costruzione dello stadio della Roma a Tor di Valle. Impugnando “tutti gli atti amministrativi relativi alla realizzazione dell’opera, chiedendone l’annullamento alla luce sia di evidenti profili di illegittimità, sia dei costi a carico della collettività legati ad infrastrutture accessorie allo Stadio che saranno interamente finanziate dai cittadini”. Nel ricorso il Codacons denuncia la “violazione delle norme in materia di Conferenza di servizi” e di “legge sugli stadi”, la realizzazione del Ponte di Traiano e le tempistiche di realizzazione dell’impianto e delle infrastrutture.

lazionews24.com

Categorie
RASSEGNA STAMPA

La Lazio vince sugli spalti: la coreografia della Nord è da brividi

Una partita piena di occasioni ma che porta solamente uno 0-0: il derby di Roma, nonostante i tantissimi colpi di scena, è terminato con un pari che non fa male a nessuna delle due squadre. Nonostante il risultato non è mancato lo spettacolo in campo, così come sugli spalti. I tifosi della Curva Nord hanno organizzato una coreografia da brividi per onorare la partita delle partite, Lazio-Roma. Tante tesserine bianche e celesti che vanno a formare la scritta “1900” con un’aquila al centro: impossibile non rimanere a guardarla a bocca aperta. “Ciò che nasce puro più grande vivrà” scrive la Curva insieme ai distinti, con chiaro riferimento alle origini poco certe dei cugini giallorossi. Poco prima di questa definitiva coreografia erano infatti apparsi in curva 15 stendardi che come ci ricorda il ‘Corriere dello Sport’ raffigurano gli stemmi delle società nate per fondare la Roma nel 1927. Subito dopo è apparso un altro striscione che riportava la data di nascita della squadra giallorossa con solo l’anno: “?/?/1927” hanno scritto i supporters laziali. Pochi minuti prima dell’inizio del derby poi, il grande spettacolo della coreografia. I tifosi biancocelesti hanno lavorato duramente per preparare la coreografia in questi giorni a Formello, accanto alla squadra. Non è passato inosservato lo splendido spettacolo, neppure ai giocatori. Marusic e Strakosha hanno voluto fare i complimenti ai tifosi, sempre al loro fianco. Il portiere ha speso parole stupende per loro: “Anche dopo l’espulsione di Radu sembrava di giocare in 11 con questi tifosi”.

Anche la Roma sceglie una coreografia speciale per il derby. I giallorossi preferiscono mostrare i monumenti della città: sotto i vari striscioni con le bellezze della Capitale campeggia la frase di Goethe: “Una lupa i gemelli nutre e si chiama Roma la sovrana del mondo”.

lazionews.eu

Categorie
RASSEGNA STAMPA

La Lazio gioca, la Roma incide: un pari senza gol, ma non senza emozioni

Senza gol, ma con un palo e una traversa della Roma e con lucide iniziative e buone occasioni della Lazio. Il derby non si è smentito, l’ha giocato di più la squadra di Inzaghi, ma è stata quella di Di Francesco ad avvicinarsi di più alla vittoria. Sommando i due tempi, un’ora di Lazio (i 30' iniziali del primo e del secondo) e mezz’ora di Roma, nei finali dei due tempi (nel secondo stava per sfruttare l’espulsione di Radu), con il palo di Bruno Peres e la traversa di Dzeko. Lo 0-0 alla fine strideva, per quanto si era visto in campo e per la costituzione tecnica delle due squadre. Del resto erano più di 4 anni che questa partita non finiva senza un gol. Il senso finale, in prospettiva classifica, è che oggi le due romane sarebbero in Champions, avendo sorpassato l’Inter anche se di un solo punto. La corsa è aperta e alla volata Roma e Lazio si annunciano in buone condizioni.

LE PREMESSE.

Sono state le opposte condizioni psicologiche a indirizzare il gioco del derby. La Lazio sentiva la necessità di creare, di attaccare, per scrollarsi di dosso il trauma di Salisburgo. Aveva il bisogno di dimostrare a se stessa, e non solo alla Roma, che in Austria si era trattato solo di un terribile episodio, che era ancora salda, che aveva ancora forza e idee. La prima mezz’ora è stata tutta sua con due occasioni da gol (la seconda molto nitida su assist di Milinkovic), entrambe finite sui piedi di Parolo ed entrambe sfumate per poco. La Roma, invece, era molto più soddisfatta di se stessa. L’impresa col Barcellona riempiva ancora d’orgoglio il petto dei romanisti che si preoccupavano di non scoprire troppo la difesa, perché con gli spazi la Lazio ci sa fare. Ma appena la squadra di Inzaghi ha rallentato, la Roma è balzata dentro la partita e stava per piegarla con un assist preciso di Nainggolan, nel corridoio aperto fra Radu e Lulic: il diagonale di Bruno Peres si è spento sul palo. LA POSIZIONE DI NAINGGOLAN.

Prima dell’azione finita sul palo, il lavoro di Nainggolan era stato molto più tattico che tecnico. Garantiva copertura in mezzo al campo quando la palla era laziale, si univa a Schick e Dzeko in attacco quando la palla era romanista. Il belga giocava vicino a Kolarov e alle loro spalle difendeva Juan Jesus, il difensore che Inzaghi aveva scelto di marcare con meno pressione conoscendone le modeste virtù tecniche: meglio far rilanciare lui che Fazio o Manolas. Nel suo momento migliore, alla Lazio è mancato però il solito contributo di mente e di precisione di Lucas Leiva, forse condizionato dall’ammonizione presa dopo 10'.

ANCORA LAZIO.

Dopo aver concesso l’ultimo quarto d’ora del primo tempo, la Lazio si è riappropriata del gioco e ha ripreso a costruire le azioni più pericolose. Ha avuto altre due buone occasioni per segnare con Immobile e Luis Alberto che aveva preso il posto di Felipe Anderson. Il primo cambio di Di Francesco aveva portato più velocità in attacco con Ünder al posto dell’inconsistente Schick. Inzaghi ha raddoppiato i cambi, uno giusto, l’altro un po’ meno: fuori Lulic (esausto) per Lukaku, che ha dato una bella spinta a sinistra, fino a costringere Di Francesco a togliere anche Bruno Peres per far entrare Florenzi; ma fuori anche Felipe Anderson, uno dei migliori della Lazio, per dare mezz’ora a Luis Alberto.

IN 10.

L’espulsione di Radu (doppio giallo, il secondo per un fallo su Florenzi) al 35' ha costretto Inzaghi a togliere Immobile, pure lui in riserva, per confermare la difesa a tre con Bastos. Di Francesco si è ingolosito, ha pensato che era arrivato finalmente il momento della Roma, ha richiamato Bruno Peres e inserito a El Shaarawy, che ha salvato un gol con un gran recupero su Marusic. Il finale è stato un continuo “tu per tu” Dzeko-Strakosha, finito con una traversa (di testa in elevazione su Bastos), un altro colpo di testa respinto dal portiere e un destro uscito di poco, tutto a firma del bosniaco. Sono mancati i gol, non le emozioni.

Corriere dello Sport / Alberto Polverosi

Categorie
RASSEGNA STAMPA

La difesa fa acqua, così tutto è a rischio

Bisogna cambiare rotta e al più presto! Nelle ultime settimane il reparto della Lazio che è andato in maggior difficoltà è la difesa: 60 goal incassati in 48 match (media di 1.25 reti subiti ogni partita) sono troppi per una squadra che lotta per un posto in Champions League. Lo staff tecnico dovrà lavorare attentamente sul pacchetto arretrato in questo ultime giornate, poi in estate si vedrà cosa c’è da cambiare. Sicuramente andrà via Stefan de Vrij, che per i tifosi è il colpevole numero uno della situazione. Il centrale olandese è il leader dei difensori, ha commesso errori decisivi anche col Salisburgo. Bisogna capire quali sono le sue intezioni, se la sua mente è già altrove, allora meglio che Simone Inzaghi abbia il coraggio di lasciarlo fuori.

REBUS DIFESA – L’ex Feyenoord sarà sostituito da Luiz Felipe, al momento non ancora pronto per certi palcoscenici e giovedì lo si è visto. Il brasiliano ha comunque ampi margini di miglioramento, la società pone in lui estrema fiducia e gli sta dando la possibilità di sbagliare. In questo finale di stagione, esclusa la certezza Stefan Radu, Inzaghi ha a disposizione pure Martin CaceresWallace e Bastos. Tre grossi punti interrogativi, sarà il caso di tenerli in considerazione?lazionews24

Categorie
RASSEGNA STAMPA

Rimpianto Immobile: lascia la competizione da capocannoniere

Non avrebbe immaginato nemmeno lui, Ciro Immobile, che quel gol di ieri sera contro il Salisburgo sarebbe stato anche l’ultimo dell’avventura in Europa League. Il bomber di Torre Annunziata saluta da capocannoniere della competizione con otto centri. Con lui c’è Aduriz mentre alle spalle Junior Moraes della Dinamo Kiev (a quota 7), poi André Silva, Balotelli, Rigoni, Kokorin e Manuel Fernandes (tutti a 6). Tra i giocatori ancora nella competizione ci sono Dabbur e Berisha fermi a 5.  Soltanto Giorgio Chinaglia (nel 1971 in Coppa delle Alpi) e Libor Kozak (nel 2013 in Europa League) riuscirono a diventare capocannonieri nelle competizioni internazionali. La speranza è che nessuno riesca a fare meglio di lui, nelle tre partite che restano. lazionews.eu

Categorie
RASSEGNA STAMPA

La Lazio esce e le colpe sono di tutti

Sembrava il gol della gloria, quello di Immobile, ma sarà ricordato come la rete che ha illuso un popolo che dopo 90′ ha assistito ad una delle eliminazioni più cocenti della storia della Lazio. Una partita perfetta fino al 55‘, si perché già dopo sessanta secondi da quel gol è iniziato l’incubo della Lazio e dei laziali a Salisburgo. Il disastro perfetto, una qualificazione in tasca sfuggita in dieci minuti di pura follia. Questa sera non c’è un colpevole, tutti hanno contribuito alla debacle austriaca: Strakosha sul secondo gol, la difesa da brividi su quelle tre reti in quei 6 minuti che pesano come un macigno. La colpa però è anche di chi non ha saputo concretizzare, di un Immobile troppo nervoso, di un Luis Alberto che si divora il gol del 2-0 solo davanti al portiere, del black out che una squadra come la Lazio non puó e non deve permettersi. Questa sera ha sbagliato anche il mister Inzaghi con i cambi che hanno sbilanciato la squadra invece di dare manforte. E se è vero che si vince in gruppo mai come stasera si è perso come squadra. L’eliminazione fa male, ma domenica ci sarà un’altra battaglia ancor più importante: il derby della Capitale. La parola d’ordine deve essere voltare pagina, ripartire, c’è ancora un obiettivo da conquistare in questa stagione. lazionews24.com

Categorie
RASSEGNA STAMPA

Crollo Lazio: la testa era al derby?

La luce biancoceleste si è spenta al minuto numero 70, quando Felipe Anderson ha consegnato a Luis Alberto il pallone più comodo del 2-1 e della qualificazione alla quarta semifinale europea della storia della Lazio. Lo spagnolo invece di segnare ha consegnato il pallone al portiere del Salisburgo e la Lazio è uscita dal campo, nonostante Immobile l’avesse trascinata anche nella Red Bull Arena, una specie di Colosseo dell’era moderna da dove è difficile uscire vivi. Dal 27 novembre del 2016 qua dentro nessuno è stato in grado di vincere: la Lazio ci stava riuscendo, dopo i quattro gol dell’Olimpico ecco il guizzo di Ciro, quello della presunta sicurezza.

Ma era soltanto un sogno, un’illusione, perché dopo l’immediato pareggio di Dabbur, proprio Luis Alberto ha spento la luce con un errore clamoroso, equivalente a quelli che avrebbe commesse De Vrij in questa partita da incubo. Inzaghi aveva cambiato qualcosa, forse condizionato da un derby che adesso gli fa paura. Ha richiamato Basta e il miglior saltatore di testa – Milinkovic Savic – scegliendo Lukaku e Felipe Arderson: voleva mettere al sicuro la qualificazione e gestire le energie per domenica notte? Il brasiliano si era anche inventato la palla giusta per Luis Alberto, poi il buio più totale, il crollo, la disperazione. In quattro minuti si è sciolta la Lazio: dal 72’ al 76’ tre gol degli austriaci, senza alcuna opposizione. Una cosa mai vista: la Lazio, nel primo tempo, aveva gestito da grande squadra la partita, con la forza della qualità e della classe. Cosa sia successo dal gol di Immobile in poi, nessuno riuscirà mai a spiegarlo: ogni azione del Salisburgo, una palla dentro la porta di Strakosha. Si è infranto così il sogno dei tifosi laziali, in millequattrocento in questo Colosseo e chissà quanti in una semifinale che non ci sarà più.

Corrieredellosport.it

Categorie
RASSEGNA STAMPA

Lazio alla conquista della semifinale: Inzaghi sa come si fa

La Lazio insegue record e storia in Europa League. A Salisburgo per regalare a Lotito la prima semifinale e superare quota 109 gol (1999-2000). Grazie per l’impresa, e per l’esempio: casomai qualcuno pensasse di essere già qualificato dopo il 4-2 dell’andata. E pazienza se l’esempio, indirettamente, ai suoi l’ha dato proprio la Roma. With compliments, certo. Ma Simone Inzaghi, assecondato il dovere dei convenevoli di rito, va oltre. Pensando solo alla Lazio: «È proprio quella grande impresa della Roma a dimostrare che le partite di coppa si giocano in 180′. E che anche quando hai un vantaggio importante, una partita interpretata male pub finire male». Figuriamoci se stasera il pensiero dovesse andare a chi quell’impresa ha firmato e domenica tornerà la rivale di sempre, più di sempre: «La sua vittoria non ci dà più pressione in vista del derby: semmai della gara con il Salisburgo. Per questo non ho in testa i diffidati – tanti, ma non mi farti influenzare – e neppure il turnover: farlo significherebbe pensare al derby e invece l’unica partita che conta per noi, adesso, è questo ritorno».

Vale una semifinale di Europa League, quindici anni dopo l’ultima volta di una Lazio così spedita fuori confine. Allora Simone Inzaghi faceva gol: tanti e spesso pesanti. Adesso ne fa fare: tantissimi, telecomandando dalla panchina. Per allora si intende 13 marzo 2003, in panchina a telecomandare lui c’era Roberto Mancini. Simone combatteva anche con la sorte, ma combatteva: quel giorno rientrava in campo (dalla panchina, al posto di Favalli) dopo una frattura al braccio, al ritorno a Istanbul sarebbe stato fermato dalla febbre. Perb il gol segnato una settimana prima, in casa, fu la prima spallata per far perdere l’equilibrio al Besiktas: assist di Stankovic, finta di Chiesa, stop e girata di destro di Inzaghi. Il peso specifico che Mancini aggiunse all’attacco di quella squadra che era bella quanto quella di oggi, ma molto meno assassina dalla trequarti in su. E infatti segnava molto meno dei 108 gol stagionali che oggi fanno annusare l’ennesimo record: superare i 109 della Lazio 1999-2000. L’ultima Lazio da scudetto.

Oggi il sogno è un altro: il pass per una semifinale europea, come quello su cui Inzaghi mise il primo timbro nel 2003. Eriksson (due) e appunto Mancini toccarono il traguardo per tre volte in sei anni, solo che poi la Lazio ne ha visti scorrere quindici di appuntamenti mancati. Sarebbe la prima dell’era Lotito, e bluffare a questo punto non si pub. Oppure sì, ma al massimo per nascondere la formazione: «Giocano Radu e Parolo, che domenica hanno riposato, Lulic stamattina ci ha dato buone sensazioni, per il resto tanti ballottaggi possibili, non solo fra Luis Alberto e Felipe Anderson: magari giocano entrambi o anche nessuno dei due. Di sicuro non vedo stanchezza fisica: i dati sono ottimi. Mentale? Quella si supera vedendo gli obiettivi. E ne abbiamo di molto belli davanti a noi».

Gazzetta dello Sport

Categorie
RASSEGNA STAMPA

Lucas il gladiatore: stasera 400 volte Leiva

Onorevole per meriti, reputazione, valori identitari, nobiltà calcistica e d’animo. Passano le stagioni, cambiano le mode, lui è sempre lì, al suo posto di combattimento. E’ un guerriero, ha la cavalleria di un antico ufficiale. Niente è mai stato pesante per le spalle di Lucas Leiva, figuriamoci le 399 presenze da professionista collezionate nel calcio internazionale, le porta con disinvoltura. L’esordio con il Gremio, i 10 anni di Liverpool, la nuova vita con la Lazio. Giovani ragazzi, giovani calciatori, da un giocatore così, da un campione così, potete e dovete prendere esempio. Lucas Leiva ha cavalcato i suoi anni calcistici con un pudore raro e continua a farlo a 31 anni. Sulle spalle ha portato pesi e responsabilità. C’è voglia e c’è bisogno di giocatori e uomini come lui. Lucas Leiva è un leader naturale, un favoloso Dorian Gray. Ha rischiato di invecchiare, di diventare vintage, di restare immortalato in una bella foto del passato. E’ ritornato al futuro. Trecentonovantanove partite da prof, stasera saranno 400. Il conto è presto fatto: 11 gare giocate nel Gremio, 346 nel Liverpool, 42 nella Lazio. Leiva è ad un passo dal traguardo tondo, lo taglierà in Europa League, indossando la maglia biancoceleste. Le 399 apparizioni si ottengono sommando 26 partite di Champions e 39 di Europa League (qualificazioni comprese), 247 partite di Premier League, 29 di serie A, 11 di campionato brasiliano, una di Supercoppa italiana, 4 di Coppa Italia, 18 di Fa Cup, 24 di Efl Cup. La somma è 399 firme da professionista (nel conto non sono comprese le 3 gare giocate nella Premier League 2 con il Liverpool under 23). Trecentonovantanove volte Leiva e 11 gol totali: 7 li ha segnati con il Liverpool in 10 anni, 4 con la Lazio in meno di un anno. Dentro le 399 partite affrontate in 13 anni di professionismo c’è la storia della sua vita, del suo talento, dei suoi cambiamenti.

Lucas Leiva si è fatto amare ovunque, in particolare a Liverpool, nel “sancta sanctorum” di Anfield. E’ entrato nella storia della Premier, è tra i primi 10 giocatori che hanno difeso per più tempo il loro club. Leiva (ex Liverpool) come Terry (ex Chelsea) e Rooney (ex Manchester United). Lucas Leiva ha dispensato sorrisi ed è stato contraccambiato con sorrisi: «Liverpool è una città speciale per me. Un terzo della mia vita l’ho vissuto in Inghilterra. Si invecchia, si acquisisce esperienza. Ho imparato molto dalla cultura europea, dalla cultura inglese e penso che questo mi abbia aiutato ad evolvere come persona. Credo di essere un giocatore che verrà ricordato per aver sempre lottato duramente per il suo club, è questo che viene apprezzato».

Se hai dato tutto in trincea meriti rispetto e gratitudine, ovunque tu abbia giocato. E’ così per Lucas Leiva. Quando ha lasciato Liverpool è stato salutato dai dirigenti, dai tifosi, dai compagni, dall’ex capitano Gerrard. Hanno pianto anche i cuochi della squadra, sono stati lanciati hashtag in serie. “You’ll never walk alone”, “non camminerai mai da solo”, gli hanno detto riprendendo l’inno di Anfield. «Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia», canta da sempre De Gregori intonando “la leva calcistica del ‘68". La Leiva calcistica, parafrasando un pò, nella Lazio 2018 è un inno di onorabilità.

Corriere dello Sport / Daniele Rindone