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Diciannove anni fa, la Lazio prima squadra italiana ad espugnare Stamford Bridge (VIDEO)

22 marzo 2000, la Lazio è la prima italiana a battere il Chelsea. Ecco le immagini del trionfo a Stamford Bridge con i gol di Nedved e Mihajlovic

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Il primo derby a marzo: vittoria e scudetto

Il primo derby d’Inzaghi a marzo fa rima col successo della Lazio. Anzi, nel 2000, addirittura con Scudetto. Il 25 marzo di 19 anni fa, i biancocelesti con Simone in attacco iniziano una lunga cavalcata verso la gloria. E pensare che quella corazzata veniva da una brutta sconfitta a Verona. E pensare che all’andata aveva subito un brutto colpo proprio nella stracittadina. Così l’ex Mihajlovic aveva deciso di rialzare il morale e l’orgoglio appendendo un cartello motivazionale nello spogliatoio, con un chiaro riferimento ad alcune dichiarazioni del post-gara: «A volte le aquile scendono al livello delle galline, ma una gallina non potrà mai volare in alto come un’aquila». In realtà, dopo appena 3 minuti, vola altissimo Montella e fa subito riaffacciare i fantasmi dell’andata. Ma i biancocelesti, dopo aver accusato il colpo, rialzano la testa e s’impossessano della mediana e della porta. 

SCUDETTO 
Prima è Nedved, con un’incursione a trafiggerla, poi ci pensa Veron al 28’ con una punizione a insaccare la palla alle spalle della barriera folta. La partita diventa durissima, i giallorossi perdono Cafù e l’Olimpico biancoceleste viene gelato al 41’ da un’uscita di Marchegiani in area. Il portiere biancoceleste cade male con la testa e perde i sensi. Viene portato via in ambulanza, al suo posto entra fra i pali Marco Ballotta, che sino al 96’ protegge il risultato. «Me lo ricordo bene quel derby – ammette Ballotta -. Eravamo sotto per 1-0, poi abbiamo rimontato con Nedved e Veron». 

SOSTITUITO
In quella partita Inzaghi resta in campo sino al 74’ quando viene sostituito da Boksic. Prezioso il lavoro di Simone anche sul pareggio biancoceleste: c’è il dialogo stretto con Pancaro e Nedved, concluso con la deviazione di Zago che spiazza l’esordiente Lupatelli, rimpiazzo di Antonioli. «Inzaghi sentiva il derby in maniera particolare. Prima delle partite a volte scherzava, cercava anche di stemperare la tensione – racconta Ballotta -. Il suo obiettivo era vincere e fare gol. Da allenatore però sono convinto che sia tutto diverso e che Simone stia vivendo il derby con massima tensione, visto che ha grandi responsabilità». 

GIOIA
Quel derby da giocatore Inzaghi non lo ha mai dimenticato e forse lo ha preso come modello per preparare la stracittadina del 1 marzo 2017. Esattamente due anni fa Simone vinceva 2-0 la semifinale d’andata di Coppa Italia contro la Roma. Milinkovic e Immobile regalarono al mister il primo successo da allenatore nel derby, caricato alla vigilia dalle profezie, poi smentite, di Nainggolan. In quella notte Inzaghi varò il 3-5-2, poi diventato il modulo più usato. Lo stesso che verrà adottato anche domani all’Olimpico. 

Il Messaggero

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Lazio, tanti pregi oltre ai difetti: gol e punti, il rapporto con la scorsa stagione fa male

Qui il risultato non è l’unica cosa che conta, conta di più non mollare mai. Questa è la Lazio che tutti vogliono vedere, al di là di ciò che è accaduto e potrà ancora accadere. Per carità, i limiti ci sono, sono riemersi insieme al solito mal di big allo scadere. Ma il giorno dopo è minore l’amarezza, forse perché la sconfitta con la Juve in qualche modo sa di vittoria. Inzaghi ha ritrovato il coraggio e lo ha trasmesso ai suoi uomini. Tutti possono alzare la testa fieri: «Orgogliosi e soddisfatti – è il tam tam social da Formello – e presto ripagheremo l’amore dei nostri tifosi». Alla fine loro li hanno applauditi perché hanno lottato come i guerrieri. Perché hanno capito tutti cosa significa essere laziali: «Non come chi vince sempre, ma come chi non s’arrende mai», diceva Frida Khalo, citata ieri su Instagram da Immobile. Proprio lui, che il colpo di grazia alla Juve (il raddoppio) domenica sera lo ha fallito, incarna alla perfezione questo spirito. Poi però, una volta superato il meraviglioso lato romantico, bisognerà lavorare una volta per tutte sul cinismo. Perché una squadra che costruisce miriadi di occasioni (11 da gol contro le 5 della Juve, 17 a 6 i tiri) non può passare in vantaggio solo grazie a un autogol (di Emre Can) fortunato e poi gettare in 10 minuti al vento un successo sudato e strameritato. 

GOL
Tranne i cambi (anche questi nel finale sbagliato, ma la panchina è quello che è), stavolta Inzaghi azzecca tutto. Parolo esterno lo ripaga (12 km percorsi) in maniera commovente, Leiva a centrocampo torna gigante. Deve però ringraziare anche l’aiuto prezioso di Milinkovic, pronto a sacrificarsi da mediano puro (12 palloni recuperati, 75 tocchi di palla) per far reggere alla Lazio tutto quel peso offensivo. A dire il vero, in ripiegamento, fa tanto anche Luis Alberto. Correa è devastante coi dribbling e, insieme allo spagnolo, con l’ultimo passaggio. Ma com’è possibile che questo maledetto pallone poi vada così poco dentro? Aumenta ancora la distanza fra i gol segnati nella scorsa stagione (56) e in quella attuale (30). Ne mancano quasi la metà, avete capito perché la Lazio ha 14 punti in meno delle scorsa stagione ed è settima? Non basta la fantasia al potere, non basta Immobile. Ecco perché in attacco era un dovere intervenire se la filosofia biancoceleste era quella di segnare più di quanto si subisce.

BIG
La società invece ha preferito tenere Caicedo e ancora medita sulle evidenti lacune dietro a destra. Stavolta c’è da dir poco (anche per le reti incassate sono praticamente le stesse dell’anno scorso) alla difesa, tranne a Strakosha nella solita respinta corta su Dybala. E’ vero, Bastos si fa superare ben due volte da Bernareschi, ma sino all’80’ era stato sempre sull’attenti. Così come Lulic asfaltato da Cancelo dopo il suo ingresso, nel finale poco lucido perché stanco. Nel 3-4-2-1 persino Wallace ha retto con qualche affanno, mica era facile tornare dopo anni a manovrare il centro. Inzaghi anche in questo ha avuto coraggio, insistendo con le riserve (diverse senz’altro da quelle bianconere) sul suo modulo. Già dopodomani sera tornerà Acerbi a guidarlo, ma lui stesso giura che non avrebbe saputo fare di meglio: «Ripartiamo da qui, con l’Inter in Coppa Italia ci aspetta una partita importante da vincere». Perché non sarà l’unica cosa che conta, ma con le big in quest’annata la maledizione continua. Ed è il caso, anche a livello psicologico, che per il futuro non diventi una malattia cronica. Ilmessaggero.it

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Stefano Re Cecconi: “Immagino papà insieme a Facco e Pulici”

Stefano Re Cecconi, figlio di Luciano Re Cecconi, è intervenuto quest'oggi ai microfoni di Lazio Style Channel, 233 di Sky:

"Non c'è mai rimedio alla perdita di un padre o ad una tragedia del genere, fa piacere nella sfortuna essere comunque una persona fortunata. Ho sempre percepito l’affetto delle persone, un sentimento che non era assolutamente dovuto, mi fa piacere ed in parte ciò non mi ha fatto sentire completamente solo. Se ne sono andati due uomini come Mario Facco e Felice Pulici che erano due bellissime persone. Su Felice ancora non mi sono ripreso, è un'assenza molto pesante, è stato un uomo che in questi anni a suo modo con la sua sensibilità si è sempre fatto sentire. Una bellissima persona, un gran bel pezzo di Lazio, innamorato follemente dei colori biancocelesti. 

Io me li immagino insieme con la passione di Felice e la calma controllata di papà, mi fa piacere pensarli così. Erano tutti figli di Tommaso a quel tempo, ognuno con le sue caratteristiche e particolarità, Giorgio Chinaglia era quello che andava seguito di più. Maestrelli è stato il vero artefice di quella squadra che ha messo insieme uomini con caratteristiche particolari. Sempre forza Lazio e grazie a tutti per il pensiero". Sslazio.it

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Anniversario – In ricordo di Re Cecconi, l’Angelo Biondo di Nerviano

La vita che Luciano Re Cecconi avrebbe avuto è tutta dentro un paese costruito in discesa poco fuori Milano, dove ancora abitano sua moglie Cesarina e i figli Stefano e Francesca. «Noi non lo abbiamo mai dimenticato» quasi sussurra Massimo Cozzi, magazziniere di un’azienda di Rho che ha preso l’aspettativa per fare il sindaco a Nerviano. Il Comune è dentro un ex monastero. Cozzi ha un ufficio che dà sul fiume Olona, parcheggia con il disco orario, non ha l’auto di servizio, anzi si sposta in bici e ha tolto il cellulare ai consiglieri. «Ma ora in bilancio ci sono 600mila euro per ristrutturare lo stadio», dice”. Inizia così il bellissimo racconto che la Repubblica dedica a Luciano Re Cecconi, l'Angelo Biondo che domani compirebbe 70 anni. Cecco nasce aNerviano, nello stadio che porta il suo nome fra i dilettanti gioca la Nervianese. I primi passi li compie all’oratorio di sant’Ilario. Cecco, che al Maestrelli era nella parte dello spogliatoio avversa a quella di Chinaglia e Wilson, dai compagni veniva chiamato il Saggio, proprio che perse la vita il 18 gennaio 1977 per un presunto scherzo in una presunta finta rapina in una gioielleria del rione Flemimg a Roma. Re Cecconi non toccava le armi, addirittura l'allenatore del primo scudetto della Lazio, Tommaso Maestrelli, gli affidava i gemelli Massimo e Maurizio da portare al cinema.  La tomba dove riposa Re Cecconi è tanto bruna quanto lui era biondo. Dello scrittore Carlo D’Amicis era il preferito perché dalla collina Fleming dove il papà lo portò a vedere la prima partita – come racconta in Ho visto un re (Limina, 1999) – si vedeva un solo spicchio di Olimpico e quella zanzara chiara era lì. «Mi piaceva – dice ora – la sua dimensione da anti-eroe silenzioso. Mi ha insegnato che anche gli eroi perdono, possono pure morire. Nessuno lo difese da un’opinione pubblica feroce, dinanzi al corporativismo forte dei gioiellieri e dei commercianti che in quei giorni erano in prima linea». Giancarlo Oddi, ex compagno dei biancocelesti tricolori, afferma che in campo uno come lui non esiste, «un 4 che faceva il 10 con i piedi di un numero 8».  E ancora. Si narra che nell’intervallo di un Milan-Lazio dovettero portare una bombola d’ossigeno a Benetti che non riusciva a stare dietro al maratoneta dal cuore infinito. Oddi aveva un nonno che votava Pci e quando Re Cecconi confessò di essersi iscritto con Martini a un corso di paracadutismo gli disse: sei diventato fascista pure tu.Invece era voglia di scoprire cos’è la paura, dopo aver convinto Martini a salire a cavallo.Roma gli ha dedicato una via in Villa Lais, sulla Tuscolana. Il calcio italiano niente. Nerviano ricorda “il Morelli” che vinse una tappa al Giro e andò quattro volte al Tour, “il Goffi” argento europeo di maratona e “il Cecco”. «Ma più che intestargli una piazza – dice il sindaco – mi piacerebbe riprendere il torneo giovanile che nel suo nome si giocava qui fino a qualche anno fa. Aspettiamo un aiuto dalla Lazio».Chissà come sarebbe stata la vita che Luciano non ha avuto. «Mi piacerebbe sognarlo una notte», dice Wilson. «In 40 anni non è successo ancora».

laziofamily.com

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STORIA – Quando Piola esordì rifilando un poker alla Spal

Sono cifre particolari, decisamente storiche, quelle rivelate da Massimo Perrone oggi sul Corriere della Sera. Chi segnò i suoi primi gol biancocelesti contro la Spal? Semplicemente il più grande di tutti…Silvio Piola arrivò alla Lazio nel 1934, esordio in serie A a 16 anni, 51 gol in 127 partite con la Pro Vercelli quindi l'arrivo a Roma per 250mila lire quando una Fiat Balilla ne costava meno di 10mila. Il Signore del gol nelle prime 3 amichevoli ufficiali segnò 11 gol: il 2 settembre ne segnò 4  all’esordio contro la Spal; i ferraresi, all'epoca in B, persero 9-1. In campo oltre al centravanti di Pozzo i capitolini schierarono tutti i nuovi acquisti: Blason, Viani, Levratto e il campione del mondo Ferraris IV, che aveva lasciato la Roma. Si giocava nello Stadio del P.N.F. (Partito Nazionale Fascista), alla fine arrivò persino qualche fischio: i tifosi avrebbero gradito probabilmente un maggiore impegno, dopo essersi entusiasmati per il 5-0 arrivato nel primo quarto d’ora. Nelle due amichevoli successive Piola segnò 2 gol al Wiener (7-0) e 5 al Bocskai Debrecen (8-1). Il 30 settembre, il giorno dopo aver compiuto 21 anni, ne fece uno al Livorno nel 6-1 con cui festeggiò la prima partita in A con la maglia biancoceleste. Lasciò la Lazio nel 1943 dopo aver segnato 159 gol ufficiali, ancora un record 75 anni dopo. 

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Amarildo compie 54 anni, Lucas Castroman spegne 38 candeline

Si festeggiano due compleanni in casa Lazio. Partiamo da lontano, dalla stagione 1989-1990 quando calleri portò a Roma Souza do Amaral Amarildo, per tutti Amarildo. Il centravanti brasiliano arrivò dal celta Viga, restò a Roma una sola stagione, disputata al Flaminio, collezionando 31 presenze e 9 reti in totale tra serie A e Coppa Italia. Chi spegne invece 38 candeline è Martin Lucas Castroman, l'argentino arrivò nell'inverno del 2001 dal Velez. IN biancocelste fino al 2003, venne ceduto all'Udinese dove giocò solo un anno. Con la Lazio colleziona 37 presenze e 4 reti in campionato.   

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Ricordate Bresciano? Vive in Australia e investe in mattone e… cannabis!

“La crème della comunità italo-australiana di Melbourne s’è data appuntamento nella sede di un concessionario di lusso in pieno centro. Tra prosecchi e prosciutti, Ferrari e Maserati, i figli degli immigrati che negli Anni Sessanta sbarcarono qui e fecero fortuna si sono riuniti per raccogliere fondi per l'ospedale Cabrini, una struttura fondata 70 anni fa da suore italiane emigrate agli antipodi. Mark Bresciano se ne sta in disparte. Ascolta in silenzio il racconto di una sorella venuta appositamente dagli Stati Uniti. Esattamente 20 anni fa aveva cominciato a muovere i primi passi da calciatore a poche centinaia di metri da qui, nel quartiere di Carlton, il più italiano della capitale del Victoria”. Inizia così l'intervista della Gazzetta dello Sport a Mark Bresciano, 38 anni, visto in Italia con le maglie di Empoli, Parma, Palermo e Lazio; con i biancocelesti 20 presenze in A più tre gettoni in Coppa Italia nella stagione 2010-2011 con un gol e 2 assist. Il centrocampista di Melbourne, 85 gare con i canguri, appese le scarpe al chiodo nella stagione 2014-2015 giocando con i qatarioti dell'Al Gharafa Sports Club, ha intrapreso una particolare attività. Bresciano vive in patria, non si nutre di social, gioca con le figlie Alessia e Montana, entrambe nate in Sicilia. «Mi è un po’ passata la passione per il calcio – racconta -. Sarà che qui non è lo sport nazionale, che quel mondo sembra ancora più distante, che l’australiano non ti riconosce, non ti ricorda costantemente chi sei stato. E se anche lo fa, ti lascia in pace».  «Del calcio non mi manca nulla, a parte il pallone. Faccio investimenti nel settore immobiliare e mi occupo di… cannabis. In italiano si dice cannabis, vero? Mi sono messo in società con un amico, stiamo lavorando per arrivare a produrre entro un anno farmaci a base di marijuana». Un settore che secondo qualche stima entro il 2020 dovrebbe raggiungere un giro di affar di 22 miliardi di dollari in tutto il mondo. «Questo progetto mi dà lo stimolo per alzarmi tutti i giorni. Mi fa letteralmente godere – racconta Bresciano, che sul biglietto da visita dell’azienda ha scritto Direttore – Per capirne di più ogni tanto vado anche in Canada e negli Stati Uniti». E pur di portare a termine la missione in tempi brevi rinuncia – tra le altre cose – a seguire il calcio italiano. «Continuo a tifare per tutte le squadre nelle quali ho giocato, ma il fuso orario mi impedisce di guardare le partite. Mi dovrei alzare di notte e quando lo faccio accuso tutto il giorno. Mi concedo poche eccezioni, magari per i play off di B del Palermo, per Parma-Juve o Lazio-Inter che vale la qualificazione Champions. Ma non seguo gli incontri. Ormai mi limito a leggere i risultati quando mi sveglio e nel caso a commentare con qualche amico».

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Morto Giovanni Di Veroli. Unico ebreo romano del dopoguerra

«È venuto a mancare Giovanni Di Veroli, ex giocatore della Lazio e unico ebreo romano a giocare ad alto livello in serie A per diverse stagioni nel dopoguerra. Di Veroli iniziò la sua carriera con la squadra ebraica della Stella Azzurra per poi venir selezionato dalla Lazio con cui fa il suo esordio in campionato il 10 maggio 1953 in Lazio-Fiorentina. Con la maglia biancoceleste vince una Coppa Italia e una Coppa del Presidente della Repubblica». Così in una nota la Comunità ebraica di Roma.

«Di Veroli ha rappresentato un modello per tanti giovani della Comunità Ebraica. I valori sportivi che ha portato avanti sono stati e saranno d'ispirazione per chi vede nel calcio un sogno da raggiungere. Siamo orgogliosi che un atleta e un uomo così sia appartenuto alla nostra Comunità», Afferma Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma.Ilmessaggero.it

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AUDIO ‘NMM’ – L’aneddoto di Giancarlo Oddi su Papadopulo: “Come calciatore era un delinquente”

Giancarlo Oddi in collegamento a NMM

Oggi è il compleanno del mio caro amico Giuseppe Papadopulo. Quando era calciatore era un delinquente. Uno dei delinquenti più grandi in circolazione. Una volta mi disse che se il giocatore che marcava avesse finito il primo tempo gli avrei dovuto sputare in faccia. Come allenatore ha ricevuto meno di quello che ha dato. Ci sono state situazioni che lo hanno penalizzato. E’ stato ripagato male. A Bologna per esempio è stato esonerato dopo sette partite nonostante la squadra fosse la più scarsa del campionato. Lo dissero anche i giornali.