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Con Reina la Lazio non perde mai ma Inzaghi non dimentica Strakosha

Le parate per salvare la Lazio, le parole ( e i rimproveri costruttivi) per far crescere il gruppo. Perché oltre all'aspetto tecnico, Pepe Reina è stato preso per il carisma e la mentalità vincente, da trasmettere a tutto lo spogliatoio. Lo sta facendo in maniera impeccabile e Inzaghi l'ha promosso titolare. Nel silenzio degli stadi vuoti, le sue continue urla rimbombano. Pretende massima concentrazione dai compagni e cerca di tenere tutti in allerta. Non vuole che nessuno si rilassi, neanche dopo una vittoria come quella di sabato contro lo Spezia. « Bene i tre punti, ma ci sono tante cose da rivedere. Dobbiamo vedere la gara – ha commentato – e non ripetere gli errori fatti. Le grandi squadre pensano partita dopo partita, ecco il salto di qualità che dobbiamo compiere». Frasi che hanno fatto rumore, non banali e scontate. Un concetto espresso inun momento particolare, delicato, a pochi giorni da « una finale » , come lui stesso ha definito sui social la gara di domani con il Bruges. È una presenza pesante, quella di Reina, una figura che negli anni scorsi era mancata nella squadra biancoceleste. E così a 44 giorni dal suo esordio con l'aquila sul petto (contro il Bologna), ormai ha convinto Inzaghi a rivedere le gerarchie in questo momento. È bene specificarlo, perché la società continua a puntare molto su Strakosha, che prima o poi tornerà tra i pali. Adesso però a difenderli spetta ancora al 38enne spagnolo, che non ha mai perso quest' anno: con lui in porta la Lazio ha infatti vinto 5 volte, pareggiando in 4 occasioni con una media punti di 2,11 a partita ( quella di Strakosha è di 1,16). Domani, nella sfida decisiva per la qualificazione in Champions, Inzaghi si affiderà di nuovo a Reina, pronto a toccare contro il Bruges la presenza numero 176 nelle competizioni Uefa. Ha appena superato Maldini nella classifica all- time ed è al terzo posto dietro due mostri sacri come Casillas ( 188) e Cristiano Ronaldo (181): a parte il portoghese della Juventus, nessuno in attività vanta più apparizioni in ambito internazionale. Servirà anche la personalità e l'esperienzadi un veterano come lui per passare il turno alla Lazio, che aspetta da vent' anni di entrare tra le sedici migliori d'Europa. Oggi alla vigilia Inzaghi parlerà alle 15, mentre alle 16 è in programma a Formello la rifinitura. Il dubbio più grande, che tiene in ansia il mondo Lazio, riguarda Correa: con Caicedo non al meglio e Muriqi fuori, il suo recupero diventa troppo importante. «Venerdì ha sentito un indurimento al polpaccio e non era in grado di giocare», ha ammesso sabato il tecnico, che nel pomeriggio capirà meglio le condizioni del Tucu: c'è ottimismo ma anche cautela. Fiducia invece su Patric: contro lo Spezia non è andato neanche in panchina per problemi alla cervicale, ma dovrebbe tornare a disposizione. Acerbi e Hoedt titolari, lo spagnolo si gioca l'ultimo posto in difesa con Luiz Felipe.

la Repubblica

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Appuntamento con la storia, Lazio ci siamo

L’appuntamento con la storia è fissato per domani: ore 18,55, stadio Olimpico, c’è il Bruges. Per arrivare là dove la società biancoceleste non giunge da vent’anni, e di conseguenza per centrare un traguardo mai conquistato nell’era Lotito, serve almeno un pareggio. Se non perde, la banda Inzaghia febbraio giocherà gli ottavi di finale di Champions League. Vista così, può apparire quasi una formalità: come può crollare in casa contro i belgi una squadra che ha tolto 4 punti su 6 al Borussia Dortmund e non ha mai perso in tutto il girone di Champions, nonostante abbia disputato due gare con una decina di assenti causa Covid? In realtà il rischio esiste, perché gli avversari sono vivaci e brillanti e non hanno niente da perdere. E poi perché basta un errore per indirizzare nel modo sbagliato la partita della vita.
Quando la Lazio ha raggiunto per l’ultima volta la fase a eliminazione diretta della Champions, superando entrambi i gironi e qualificandosi per i quarti (la formula era differente), Inzaghi era un calciatore. E proprio in quel torneo ebbe la consacrazione internazionale segnando 9 gol, 4 dei quali tutti assieme, contro il Marsiglia: un bottino che gli ha riservato un posto nella storia. Adesso che è diventato allenatore si affida a Immobile, centravanti come lui, con un percorso personale opposto: Simone era quasi un predestinato, acquistato dalla ricca e ambiziosa Lazio di Cragnotti come un gioiello da strappare alla JuveCiro è sbarcato a Roma per rilanciarsi dopo due stagioni sfortunate, quasi maledette.
La qualificazione per gli ottavi di Champions vale 9 milioni e mezzo di euro, da aggiungere ai 35 già incassati e alla quota del market pool da dividere con le altre squadre italiane che partecipano alla manifestazione. Un fiume di denaro che per il momento non ha cambiato le abitudini della Laziosul mercato e che quasi sicuramente non inciderà nemmeno sulle scelte future di Lotito, ma di sicuro una bella boccata di ossigeno per la società in un momento difficile per tutti i club sul piano economico, tra stadi chiusi, contenziosi sui diritti tv, sponsor in fuga. Il risultato sarebbe però perfino più importante per l’immagine internazionale della Lazio. Se lunedì prossimo, a mezzogiorno, il nome della squadra biancoceleste fosse contenuto nell’urna della Uefa a Nyon, dove si svolgerà il sorteggio degli ottavi, la società acquisterebbe una dimensione differente. Non solo: esiste ancora la possibilità di centrare il primo posto nel girone, perché il Borussia Dortmund è avanti solo un punto e non è affatto scontato che vinca la gara di San Pietroburgo contro lo Zenit (si giocherà in contemporanea con la partita dell’Olimpico). A quel punto, ci sarebbe anche la speranza di un sorteggio non proibitivo. Con prospettive inimmaginabili.

Corriere della Sera

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Missione main sponsor, Lotito neglj Emirati Arabi

Il patron biancoceleste Claudio Lotito punta sempre in alto. Come riporta Il Messaggero il presidente laziale ha intensificato i rapporti con paesi Arabi, piacevolmente colpiti già dal suo impegno sociale a favore dei diritti delle donne in occasione di un pranzo consumatosi a Raid prima della Supercoppa, a dicembre scorso. Lì è nato un piano che sta prendendo corpo: giovedì c’è stato l’incontro nell’ambasciata araba fra Lotito e Omar Obaid Al Shamsi, ambasciatore degli Emirati Arabi Unitipresso la Repubblica Italiana. Si è parlato delle modalità di cooperazione in campo sportivo a tutti i livelli. Si partirà con la collaborazione nei settori giovanili e femminili. Lotito punta ad un aiuto fondamentale sullo sponsor, ma anche ad una mano dei ricchi arabi per comprare e creare insieme una nuova linea con la compagnia aerea bulgaraTayaranjet.

Laziopress.it

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Immobile, omaggio per i compagni: è affaticato ma Correa si è fermato

Qualche e la Lazio sarà di nuovo in campo, giusto il tempo di tornare dalla trasferta di Dortmund che la banda Inzaghi deve concentrarsi sul campionato. In vista dell’impegno odierno di Serie A in casa delloSpezia, come riporta il Corriere dello Sport, mister Inzaghi aveva intenzione di far rifiatare Ciro Immobile, ma ieri durante le prove svolte comunque con il duo composto dal bomber partenopeo e Pereira si è fermato Correa, sostituto a metà seduta da Moro. Il Tucu è affaticato, quindi c’è l’ex Manchester pronto a sostituirlo. Adesso il rebus legato all’attaccante di Torre Annunziata è se vederlo dal primo minuto a Cesena, oppure a gara in corsa. Nel frattempo, King Ciro ha omaggiato i suoi compagni regalando loro una maglia autografata inserita in una teca, insieme ad una scatola che portava le sue effigie e un “thank you” per l’aiuto della squadra che gli ha consentito di arrivare alla Scarpa d’Oro. Laziopress.it

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Menotti su Maradona: “Non voleva vedere più la gente. In pochi gli volevano bene: gli hanno succhiato il sangue”

Vola una tovaglia immacolata sul tavolo del flaco Menotti. Al Cafè St. Moritz lo aspettano come sempre e lui arriva puntuale all'una, saluta il giornalaio Carmelo, il barista Tito el'amico Sandro, calabrese e falegname in pensione. César Luis Menotti è una smilza e alta leggenda di 82 anni, indossa jeans, camicia bianca, giubbotto blu e mascherina nera. Alla pareti, una sua fotografia con la Coppa del mondo vinta nel '78 (quando lasciò a casa il 17enne Diego), un'altra con Maradona e un ritratto di Borges che veniva a fare colazione qui, sulle poltroncine di cuoio rosso. Quattro globi di luce calano dal soffitto. Dalla porta spalancata entrano una magnifica luce primaverile e non poco vento. La malinconia invade ogni cosa.

Maestro, da dove cominciamo?
«Sono sommerso dal dolore, come se fossi coperto di merda. Cominciamo da qui».

Chi era per lei Maradona?
«Era immortale ma non era dio, non era un modello morale e non voleva esserlo, non eraneanche Pelé. Era un ragazzo che aveva sofferto e un uomo che voleva vivere a modo suo. Quandogiocava, sì, è stato il più grande del mondo».

Quando vi siete conosciuti?
«Lui aveva 15 anni, sono stato a casa dai suoi vecchi, ricordo la fidanzata Claudia che era una ragazzina. L'ho allenato per sei anni, la mia testa è piena delle nostre vite insieme. Sono stato con lui ovunque.
Dopo Barcellona, Diego andò a Napoli e io tornai a casa. Aiutava tutti. Non era un leader, questa parola non mi piace: era un compagno, era la squadra, con lui si giocava in dodici. Era il migliore».

Ma non era Pelé, secondo lei.
«La pantera è di un altro pianeta, lasciamolo fuori. Ma Diego col pallone ha fatto cose incredibili». 
Non bastarono al Mundial dell'82.
«Senza le marcature criminali di Gentile e Tardelli, e senza quell'arbitro Rainea, forse ce l'avremmo fatta».

Per un argentino, Messi quanto è accostabile a Maradona?
«Leo sta con i più grandi di sempre, certamente. Mi piacerebbe che chiudesse la carriera qui, da noi, dove in fondo ha giocato poco. Sarebbe prezioso per tutta la nostra gioventù che segue ilcalcio. Soltanto, spero che non torni ai Newell's Old Boys perché io sono un vecchio tifoso del Rosario Central». 
Maradona è stato un artista maledetto.
«Dopo la squalifica per doping del '90, mi disse: "Io devo essere infelice". Era contento solo in campo».

Si aspettava questa morte?
«In passato sì, non mi avrebbe sorpreso, ma non ora. La notizia mi ha sconvolto, sapevo che Diego aveva superato l'operazione alla testa, ero fiducioso nel suo ennesimo recupero».

Se n'è andato da solo, abbandonato, in una casa senza neppure il bagno.
«Una follia, per me il dolore più grande. Gli hanno succhiato il sangue. Però mi feriva anche vedere come si era ridotto negli ultimi mesi. Andò ad allenare il Gimnasia e non si reggeva neppure in piedi».

Tutto sembrava uno show.
«Le leggi dello spettacolo, dover essere sempre sul palcoscenico. Diego a un certo punto era diventatoun personaggio televisivo, aveva il suo programma, era anche bravo, ci sapeva fare, però nemmeno lìera felice».

Come spiega questo precipizio?
«Credo fosse maledettamente difficile essere Maradona, me ne sono accorto negli anni che abbiamo trascorso insieme. Doveva accettare continui compromessi, era circondato da tanti, però credo che in pochissimi gli volessero bene».

Da quanto tempo non lo incontrava?
«Almeno dieci anni, forse di più. Non voleva più vedere la gente, e penso che anche in questo meritasse rispetto. Io non l'ho più disturbato. Era irraggiungibile».

Tanti hanno detto: ah, se fosse stato una persona diversa.
«Che stupidaggine, è un'offesa. Siamo tutti come siamo: non basta?».

Crede che l'infelicità di Diego venisse da lontano?
«Penso che avesse paura di non essere più amato e questo era impossibile. Gli dicevo: hai tutto, sei Maradona, hai figlie bellissime. La sua ansia era ingovernabile.
Qualcuno ha detto che era come se ogni giorno pensasse di dover segnare un gol agli inglesi. Una condanna».

Cos' ha significato quest' uomo per l'Argentina?
«È appartenuto a noi ma anche a Barcellona e a Napoli. Perché era generoso, era una forza emotiva».

Com' è stato, assistere da lontano al suo sgretolamento?
«Molto brutto. Era malato, eppure per me era stato il ritratto della salute, un ragazzo portentoso anche fisicamente, per esempio quando vincemmo il mondiale giovanile nel '79. Purtroppo nel tempo si è maltrattato, e il corpo umano alla lunga non lo permette».

Napoli sta soffrendo quanto Buenos Aires, forse di più.
«Siamo anime gemelle. Lo so dai tempi di mio nonno che era fiorentino, si chiamava César come me edera una specie di ingegnere, un costruttore. Anche Maradona è un cognome un po' italiano».

Vi conoscevate più o meno da 45 anni: c'è spazio per qualche rimpianto?
«Ho un sogno impossibile: rivederlo ancora».

La morte prematura di Diego alimenterà la sua leggenda?
«Lui era leggendario già in vita, una cosa rara. E ogni suo anno ne valeva tre normali. Tutto era di un'intensità spaventosa, insostenibile».

Non ha fatto in tempo a diventare vecchio, e meno che mai saggio.
«Altra sciocchezza. Invecchiando si perde la voglia e non si guadagna niente». 

Hanno scritto che ha smesso di vivere quando ha chiuso col calcio.
«Se n'è andato tante di quelle volte da farci credere che la morte vera, alla fine, non sarebbearrivata mai».

la Repubblica

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Primo match-point, a Dortmund per tornare nel gotha del calcio

Stasera la Lazio può arrampicarsi dove non arriva da vent’anni: alla fase a eliminazione diretta della Champions. Nel 2000 la squadra di Eriksson, destinata a vincere lo scudetto, raggiunse i quarti di finale (la fece fuori il Valencia); Inzaghi a Dortmund è in grado di qualificarsi per gli ottavi. Con una giornata di anticipo, per di più: chi ci avrebbe sperato all’inizio, considerata la totale inesperienza in questa competizione di tutto il gruppo, allenatore compreso, con rarissime eccezioni?

Non occorre un’impresa, non serve vincere a Dortmund in uno stadio che, quando è pieno (ma stasera non lo sarà), si trasforma in una bolgia infernale. La Lazio può andare avanti addirittura in caso di sconfitta. È sufficiente che faccia lo stesso risultato del Bruges per conservare i quattro punti di vantaggio sui belgi e non rischiare di essere scavalcata martedì prossimo, quando li affronterà a Roma. Poi è chiaro che Inzaghi possa anche guardare più in alto, al primo posto nel girone, che teoricamente dà la possibilità di incrociare un avversario meno pericoloso negli ottavi.

Corrieredella Sera

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Maradona: il medico curante indagato per omicidio colposo

Si chiama Leopoldo Luque, per un caso proprio come l'attaccante che ai Mondiali d'Argentina rubò il posto al giovanissimo Maradona, e forse è l'uomo che gli ha soffiato lavita. Sospettato d'omicidio colposo. I magistrati di San Isidro non avevano stranamente ascoltato come testimone l'ultimo medico personale di Diego, il neurochirurgo Leopoldo Luque che l'aveva operato al cervello, l'aveva dimesso e l'aveva inspiegabilmente lasciato solo. Ora si capisce perché: il dottore è indagato, la sua villa è stata perquisita, gli sono stati sequestrati documenti, cartelle cliniche, video, computer e cinque cellulari. Contro di lui, lo strano comportamento la mattina di mercoledì. La sua inspiegabile assenza. Ci sarebbero le testimonianze d'un infermiere, della cuoca e di tre figliedel campione (Dalma, Giannina e Jana) che avrebbero parlato di negligenze e omissioni. Braccato da giornali e tv, Luque ieri ha improvvisato una conferenza stampa:
«Sono assolutamente sicuro d'avere fatto tutto il meglio che potevo, per Diego. Più del dovuto, non meno. So quel che hofatto e come l'ho fatto.
Posso dimostrarlo». Uno sfogo, con una punta polemica: «Ogni volta ci riunivamo per capire cosa fosse meglio per Maradona, e non potevamo andar contro la sua volontà. Perché ora non indagano su chi era Diego? Era un paziente difficile, a volte mi cacciava e mi telefonava chiedendomi di tornare. Odiava i medici, gli psicologi, tutto il mondo. Gli chiesi anche d'alzarsi per ricevere le figlie, perché non voleva riceverle. Era un mio amico, stavo sempre con lui. E non ci sono stati errori: ha avuto un attacco cardiaco, purtroppo morire così è la cosa più comune del mondo». Per il dottor Luque non è una prima volta. La notte di Capodanno del 2011, si scopre adesso, venne arrestato e si fece due mesi di galera con l'accusa d'omicidio: dopo una rissa, un suo vicino di casa era rimasto a terra. I testimoni raccontarono che il poveretto era stato preso a calci in testa da quattro uomini, e due erano Leo Luque e suo fratello Walter. Il pm chiese una condanna a 9 anni, ma dentro finirono in tre: il dottore riuscì a dimostrare di non aver partecipato all'aggressione, «stavo in casa a guardare le immagini d'un intervento chirurgico», e venne assolto. La storia doveva essere nota a chi indaga su Maradona: la mattina della morte, fu spiegato che sul corpo di Diego «non erano stati riscontrati segni di violenza». Strana precisazione. E tutti si chiesero il perché .
 

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Lulic rallenta? Controlli in Germania

Dopo mesi di assenza a Formello, Senad Lulic è tornato ad allenarsi gradualmente fino a partecipare anche alle prove tattiche. Però, secondo quanto riportato da Il Messaggero, il capitano biancoceleste sarebbe volato in Germania per dei nuovi controlli. Forse ha forzato la caviglia in partitella, dato che si sperava di riaggregarlo presto ed addirittura di vederlo in panchina contro l’Udinese, mentre la data fissata per il rientro era Gennaio. Si teme per il suoi progressi e bisognerà rimandare l’inserimento in lista dopo oltre 10 mesi. L’altro “vecchietto” Stefan Radu ha riposato contro lo Zenit e con ogni probabilità scenderà in campo contro l’Udinese insieme a Luiz Felipe, che ieri si è allenato in palestra. Inoltre sono da valutare le condizioni di Lucas Leiva, la cui età si fa sentire eccome, dato il ruolo fondamentale che ricopre nello scacchiere di Inzaghi. Il Messaggero

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Lotito: tre ore da testimone ad Avellino e quel rumore dei nemici nascosti…

 Tre ore in Procura ad Avellino. Da persona informata sui fatti, Lotito passa al contrattacco. Non vedeva l'ora d'essere convocato, non gli era piaciuto come la scorsa settimana il suo responsabile Pulcini era stato messo sotto torchio. Ieri in macchina con la scorta è arrivato un'ora prima all'audizione fissata alle 14.30 col pm D'Onofrio. Da testimone, ovviamente, senza avvocato. L'indagato al momento è solo Taccone, il proprietario dello studio Futura Diagnostica a cui la Lazio affida l'analisi dei propri tamponi ormai da maggio: «Perché proprio ad Avellino? All'epoca non ci stava nessun altro laboratorio privato convenzionato nella Regione Lazio», ribadisce agli inquirenti Lotito. Che chiarisce anche date di allenamenti di giocatori, comunicazioni all'Asl, mail e carte sequestrate a Formello. Prima di far partire il suo sermone spontaneo: «Qualcuno mi vuole incastrare e voi state cadendo come a Napoli nel tranello». Non è la prima volta, già con la telefonata registrata da Iodice era successo. E ormai Lotito è convinto che, contro di lui, ci sia un complotto guidato dai suoi nemici in Lega e Figc con a capo Cairo. Questo però non interessa alla Procura, che mira a scovare qualche eventuale broglio, nonostante i 95 tamponi riprocessati abbiano riabilitato la Lazio, con il solo Strakosha positivo. Nella perizia in realtà ci sono anche altre 18 divergenze rispetto agli esami di Futura Diagnostica, ma non sarebbe interessato nessun altro giocatore (si parla di familiari, Tare e lo staff tecnico), secondo quanto emerso. E oltretutto ieri l'avvocato Massaro ha depositato tre pagine di osservazioni della consulente sul metodo utilizzato (a 96 ore e a 40 cicli di amplificazione rispetto ai 30 del laboratorio) dalla dottoressa Landi al Moscati d'Avellino. 
PORTE GIREVOLI
Come anticipato, il vero caso rimane Strakosha. Dopo più d'un mese, tornerà finalmente fra i pali domenica. Era già negativo al tampone prima dell'ultima trasferta, ma è rimasto a casa per ritrovare la miglior forma. Il suo nome però è ancora sulla bocca della procura Figc (per il suo allenamento pre-Zenit del 3 novembre) dopo l'alternanza di tamponi continua. Questa battaglia e in campo un'altra: Inzaghi ribadisce la sua titolarità, ma Reina coi piedi è diventato sempre più funzionale per il gioco della squadra. Contro l'Udinese Strakosha rientrerà in porta, ma la scelta ora è tutt'altro che definitiva. 
PIANO DT
Intanto in serata era già a Roma, Lotito. Ancora nessun incontro con Peruzzi, che aspetta la sua telefonata per un chiarimento. Inzaghi e Tare spingono, ma spunta pure il piano b nel caso in cui le dimissioni del dt non dovessero rientrare in poco tempo: l'ex Matri, attuale braccio destro del diesse, già lavora dentro, sta studiando anche da club manager e potrebbe ricoprire quel ruolo. Una soluzione che si profilerebbe soltanto però nel caso in cui fosse Peruzzi a dire definitivamente addio, dopo il confronto. 
A. A.- E.B. – Il Messaggero
 

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Tor di Valle sempre più lontana: il Piano di Friedkin per il Flaminio

La caccia alla nuova location per realizzare lo stadio di proprietà va avanti,certo. Ma il lavoro della Roma dei Friedkin sul Flaminio, prima sottotraccia e poi sempre più evidente, non è un segnale isolato. Come non sono casuali i contatti già avuti con l'archistar RenzoPiano, entusiasta di partecipare al progetto. Insomma, la nuova proprietà del club giallorosso sta cambiando decisamente strategia. Se nel corso della gestione Pallotta la dirigenza ha guardato ai mercati esteri per potenziare ed espandere il proprio brand, ora punta a riconquistare i tifosi romani. Così si spiega il cambio di opinione su Tor di Valle, fino a pochi giorni fa unica opzione sul tavolo. Come dicono a Trigoria, il progetto di cui si parla ormai da quasi nove anni improvvisamente « non è più un dogma » . E l'idea difar rivivere il Flaminio, impianto disegnato dai Nervi per le Olimpiadi del 1960, piace sempre di più. Questione di costi – l'investimento da un miliardo per Tor di Valle e il suo business park nonconvince nemmeno JP Morgan, banca che affianca i Friedkin – ma anche di cuore. Se n'è parlato ancheieri sera, nel corso di una lunga call tra Roma e gli Stati Uniti: il trasloco al Flaminio rinsalderebbe una volta di più il rapporto tra la squadra e i tifosi. Una relazione diventata complessa nel recente passato: la manifestazione dello scorso giugno controJames Pallotta sotto gli uffici di viale Tolstoj ha fatto piuttosto rumore nel mondo Roma. Ed è unricordo che Dan e Ryan Friedkin vogliono cancellare in fretta. Come? All'era del Covid il cambiamento passa anche per una mascherina. O meglio due, quelle indossate dai due texani domenica pomeriggio in tribuna. Contro il Parma, i nuovi proprietari del club giallorosso si sono coperti bocca e naso con due fascedi cotone nero. Fin qui nulla di strano, lo prevedono le regole d'ingaggio stilate dalla Regione perla lotta al coronavirus. Ai tifosi, però, non è sfuggito il dettaglio: sul mento dei patron statunitensi, padre e figlio, è rispuntato il vecchio stemma della Roma. La Lupa capitolina e tre lettere: ASR. È lo stesso logo che il prossimo anno apparirà sulla seconda maglia. Bene gli affari, dunque. Ma il calcio è anche una questione identitaria. Per questo, nonostante i vincoli che sconsiglierebbero l'impresa, i Friedkin vogliono studiare intutti i suoi dettagli l'operazione Flaminio. Lì la Roma ha giocato nella stagione sfociata nei Mondiali del 1990, a causa dei lavori all'Olimpico.Ora appare come l'opzione più romantica. I primi abboccamenti con Renzo Piano potrebbero farla diventare anche la più suggestiva. Le primissimi stime ipotizzano un investimento da 350 milioni per uno stadio da non più di 45 milaposti. Ma ci sono diversi nodi da sciogliere: il decreto Semplificazione ne ha risolti alcuni, restano quelli legati alla vecchia necropoli sotterranea, ai trasporti, ai parcheggi e alla sicurezza.Questioni di cui i vertici della Roma vogliono discutere con l'archistar. Le parti si sono già incontrate a Genova, in occasione dell'ultima trasferta della squadra in Liguria. Presto si vedranno di nuovo nella capitale.A quanto pare, Piano è già convinto dell'opera. I rinvii collezionati dal progetto di Tor di Valle chiaramente non sono un bel biglietto da visita per chi vuole venire ( o tornare, nel caso dell'architetto senatore a vita) a lavorare nella capitale. D'altra parte, però, c'è la possibilità di completare un percorso iniziato con la realizzazzione dell'Auditorium e di mettere le mani su unimpianto che il designer considera un mostro sacro nel suo genere. Nelle idee del maestro, la struttura di Nervi non andrebbe stravolta. Al massimo accompagnata, per un intervento coerente con la storia e le dimensioni dello stadio e con il vicino Parco della Musica. Insomma, le premesse ci sono tutte. Ora bisogna stare solo a vedere se,come e quando si concretizzeranno.

la Repubblica