Ormai può cambiare tutto, Sarri è cambiato. In barba alle statistiche che lo volevano conservatore e dipendente da un unico blocco di 11 titolari (vedi il suo Napoli, in un report del Cies al primo posto), Maurizio riscopre il turnover alla Lazio, appena un anno dopo il suo sbarco. Si tratta di una svolta epocale rispetto al suo recente passato, se si escludono le parentesi al Chelsea e alla Juve, dove aveva però organici di tutt’altro calibro. La panchina allargata in estate da Lotito stavolta permette un altro atteggiamento: solo così si può davvero lottare su tre fronti, arrivare pian piano più lontano e trovare magari per la prima volta il terzo successo di seguito. Integralista nel modulo (4-3-3 indiscusso), Sarri rilancia un improvviso trasformismo. Le sue formazioni rivelano sorprese di continuo, così non ci sono più insostituibili o punti di riferimento per nessuno. Né per gli avversari né per il gruppo, tenuto sulle spine sino all’ultimo. Il tecnico infatti ormai consegna la distinta a poche ore dal fischio d’inizio, lo ha fatto addirittura sul pullman diretto all’Olimpico prima dei match di cartello. È anche un modo per tenere alta la tensione e la concentrazione di tutti all’interno di Formello. È una strategia studiata per eliminare i black out mentali dell’anno scorso, sta funzionando. Dalla vigilia di Ferragosto solo due volte Sarri non ha variato almeno un uomo titolare fra un incontro e un altro. Nelle ultime tre gare si è scatenato: tre cambi (Hysaj, Gila e Vecino) rispetto al Napoli contro il Feyenoord; sei (Lazzari, Casale, Patric, Milinkovic, Marcos Antonio e Basic) contro il Verona, tre giorni dopo.Diciannove elementi impiegati in pochi giorni, peraltro senza il secondo portiere Maximiano. Il Messaggero