Apriti sesamo. Un triennale da quasi 20 milioni a stagione (sino a 30 coi bonus) rompe gli ultimi indugi di Milinkovic allo sbarco nel deserto; poco più di 40 milioni per il cartellino spalancano agli arabi le porte della Lazio. In una notte di domenica di metà luglio si consuma il clamoroso divorzio. Non c’è più tempo: Sergej non aspetta più la Juve e dice sì all’Al-Hilal in un batter d’occhio. Tramite il segretario Calveri, Lotito risponde con una mail (poco dopo la mezzanotte) in cui accetta le condizioni, ma esclude le elevate commissioni dell’agente Kezman sul proprio conto: «Ci penseranno gli arabi a quelle, hanno già vinto col denaro. Io non lo avrei venduto, gli ho offerto il prolungamento a quasi 6 milioni (con i bonus, ndr), ha scelto Sergej il suo futuro». Ieri c’è già stato lo scambio di documenti, i legali sono al lavoro per chiudere l’affare il prima possibile ed evitare a Milinkovic (che mostra già i muscoli e i suoi allenamenti a bordo piscina) di presentarsi dopodomani alle visite mediche previste – per lui e gli altri nazionali – nella capitale, prima della partenza per Auronzo: «Se non verrà firmato il contratto e fatto il pagamento, andrà in ritiro. Pagare moneta, vedere cammello», chiosa col solito motto, Lotito, che non si fida mai di nessuno, pretende le fideiussioni bancarie per firmare l’uscita e dare l’ok definitivo. È il motivo per cui l’Inter e altre big si erano defilate da tempo. Per gli arabi queste garanzie dovrebbero essere uno scherzo, la banca è il governo.
GLI ATTRITI
L’addio di Milinkovic può rappresentare finalmente la svolta del mercato. C’era il rischio di trascinarsi il tormentone sino a fine agosto, se non addirittura per tutto il prossimo anno. C’era soprattutto il rischio di rimanere col cerino in mano, di perderlo poi a parametro zero. Invece c’è comunque una plusvalenza monstre sul serbo, pagato appena 5,2 milioni al Genk nel 2015 e poi altri 10 per riscattarne il restante 50%. Oltretutto Sarri continuava ad avere dubbi sulla sua permanenza in questo stato: già a gennaio scorso ne aveva paventato la cessione per il bene societario, attirandosi l’antipatia del serbo, che a sua volta ha sempre mal digerito il 4-3-3 in cui doveva correre a perdifiato insieme a Luis Alberto. È il miglior epilogo. I tifosi oggi sono tristi, impauriti, ma alla fine per la Lazio è un autentico trionfo, un capolavoro economico e strategico: ottenuto il massimo per il gioiello snobbato dalla Premier e in scadenza nel 2024, dribblato il gioco della Juve al ribasso ed evitata quindi anche la beffa di rinforzare una diretta concorrente in campionato. Al massimo è una sconfitta per il centrocampista e per il calcio. Nel pieno della carriera, a 28 anni, Milinkovic decide di raggiungere Koulibaly e Ruben Neves all’Al-Hilal, rinunciando al salto sportivo e al palcoscenico Champions: «Sono scelte di vita, io questa non l’avrei fatta – assicura Lotito – ma evidentemente i 18 milioni a stagione sono il suo stimolo. Mi ha telefonato pregandomi di lasciarlo andare. Io ho provato più volte a convincerlo a restare, sino all’ultimo ho cercato di trattenerlo, ero disponibile a rinnovare il suo contratto e ad incrementarlo, ma Sergej mi diceva che voleva cambiare aria dopo 8 anni di Lazio».
LA PROMESSA, OTTENUTO IL MASSIMO
Persino il presidente sembra sorpreso dalla decisione del serbo: «I rapporti con lui sono sempre stati ottimi. Inizialmente pensavo fosse un problema di testa, ma se uno vuole andare in Arabia, le motivazioni sono solo i soldi, non può esserci altro». Va bene così perché comunque va bene alla Lazio, anche se il patron non vuole ammetterlo: «L’offerta dell’Al-Hilal è più bassa di 50 milioni. Se avessi aspettato quella giusta, non lo avrei mai ceduto, ma io mantengo sempre le promesse e avevo preso un impegno con il ragazzo che avrei accettato la proposta minima per il suo cartellino». E pensare che Lotito avrebbe potuto cederlo al massimo, al Milan a tutt’altre cifre nel 2018: «È vero, decisi di rifiutare un’offerta di Galliani da 140 milioni. Erano 60 subito e altri 80, pagabili in 5 anni con la Champions. Non me ne sono pentito». Perché Milinkovic comunque ha dato tantissimo: 341 presenze, 69 gol, 53 assist e 3 trofei, addio allo straniero biancoceleste che ha collezionato più gol (55) in Serie A e al centrocampista più prolifico della storia della Lazio. È finita la Milinkocrazia, si chiude un ciclo, avanti il prossimo. Ilmessaggero