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Lazio, Isaksen: “Felici per un punto importante. Mi manca un po’ di ritmo ma sto tornando” (AUDIO)

Nel post gara di Atalanta-Lazio, Gustav Isaksen, esterno della Lazio, è intervenuto ai microfoni ufficiali del club biancoceleste.

Ecco le sue dichiarazioni: “Oggi un punto importantissimo per noi. Stadio difficile, quindi siamo felici, anche se potevamo vincere. Anche loro hanno avuto tante occasioni, per me è un risultato giusto”.

Il mio rientro? L’estate è stata difficile ma sto recuperando. Mi sento bene, ho fatto due partite con la nazionale, oggi 70 minuti, ci siamo ma ovviamente manca un po’ di ritmo. L’unica cosa che posso fare è allenarmi forte e essere pronto quando il mister mi chiama”.

La concorrenza con Cancellieri? È uno stimolo, lui sta facendo benissimo, spero non si sia fatto niente di male. Io voglio giocare sempre, ma lui sta facendo bene e aiuta la squadra, son contento perché siamo una squadra e chi fa meglio deve giocare. Oggi ho avuto qualche occasione, avevo tanto da fare in fase difensiva”.

Gli infortuni? In questo momento abbiamo tanti infortunati. Non ci sono scuse perché possiamo fare meglio, abbiamo una squadra forte”.

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Lazio, Basic: “Potevamo creare di più, ma è stato un gran lavoro difensivo”

Toma Basic è intervenuto ai microfoni di Dazn dopo il pareggio a reti bianche della Lazio contro l’Atalanta: “Abbiamo fatto un gran lavoro in difesa, nel primo tempo abbiamo avuto più palleggio ma potevamo creare più occasioni, le abbiamo avute e dovevamo sfruttarle ma abbiamo fatto un buon lavoro. Io Harry Potter? Io ho già parlato settimane fa di me, ho lavorato, ho parlato con Sarri che poteva accadere il mio inserimento nella lista ed è accaduto”.

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Lazio, Gila indica la strada: “Dobbiamo imparare a soffrire così”

Mario Gila, Player oh the match di Atalanta-Lazio, ai microfoni di Sky Sport al termine del match: “Dobbiamo imparare di più a saper soffrire come abbiamo fatto oggi. Peccato perché in altre partite non l’abbiamo fatto. L’esempio che dobbiamo seguire è questo”.

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Sarri: “Umili nelle difficoltà. La forza non mi ha abbandonato, qui solo perché è la Lazio. Mercato? Fabiani mi ha detto…” – (AUDIO)

Alla vigilia del match tra Atalanta e Lazio, il tecnico biancoceleste Maurizio Sarri è intervenuto in conferenza stampa per presentare la sfida:

Che peso ha la gara di domani per voi? Quanto è diversa l’Atalanta di Juric da quella di Gasperini?

«La Lazio attuale è una Lazio che è dipendente dai giocatori a disposizione. Siamo andati a Genova e con il Torino senza otto giocatori. Una situazione difficile specie dopo un’estate come quella che abbiamo passato noi. Sappiamo che valenza avrà domani. Dovremo essere umili come tutto l’ambiente, che è più difficile. L’Atalanta di Juric è simile a quella di Gasperini, con minime differenze»

Come stanno gli infortunati?

«Sono tutte situazioni al limite, sono ragazzi che con noi hanno fatto allenamento stamani. Non ci rendiamo conto nemmeno di che tipo di minutaggio possano avere, hanno fatto un allenamento poco pesante dal punto di vista fisico. Qualcuno lo dovremo mettere dentro, alcuni saranno a disposizione. Dia ha un problema alla caviglia che torna, Pellegrini ha un infortunio traumatico. Gli infortuni muscolari sono tutti in distretti muscolari diversi, quello di Marusic è un riacutizzarsi di un vecchio problema. Zac viene da un’estate difficile. È una situazione difficile.»

Ha parlato con la società riguardo il mercato di gennaio?

«Al momento non ho indicazioni di questo tipo. Il direttore mi dice che a gennaio potremo fare mercato e ci dovremo organizzare in questo senso, ma non ho un’ufficialità»

Due anni fa si è visto il manifesto della Lazio di Sarri a Bergamo. 

«Posso chiedere una parte delle qualità, non posso entrare in uno spogliatoio e chiedere qualità. Quella squadra lì aveva qualcosa in più, ma come qualità tecniche meno. Abbiamo perso giocatori di altissimo livello. È chiaro che io parlo di umiltà perché la nostra situazione sta diventando sempre più difficile nel tempo. Quando si parla di umiltà non bisogna confonderla con l’accettazione della sconfitta. Giochiamo con una squadra molto più forte di noi dovremo essere bravi a non dar loro punti di riferimento. Cataldi? Giocatore estremamente affidabile, non è una sorpresa per me»

La vedo triste. Cancellieri è forse la nota positiva di questo momento

«Sono contento invece, una squadra con tutte le nostre problematiche che gioca così un derby, vince a Genova e riprende la sfida col Torino è un bel segnale. Cancellieri? Penso che abbia cominciato a giocare sfruttando le sue qualità, fa parte dell’evoluzione sua come giocatore e persona. Deve muovere palla velocemente e attaccare gli spazi, se si intestardisce in azioni individuali si perde. Abbiamo la sfortuna/fortuna di avere un Isaksen in crescita e spesso dovremo fare una scelta tra i due sperando che uno dei due possa essere incisivo anche dall’altra parte»

Come sta Dele-Bashiru? A che punto è Isaksen?

«È ancora sotto la supervisione dello staff medico, potrebbe passare ancora un po’ prima che torni con noi. Isaksen ha fatto due spezzoni in Nazionale. È tornato con dei valori che non ci piacevano, ha lavorato con dei carichi. Stamani ha fatto un allenamento di buon livello, lo vedo più reattivo rispetto a quindici giorni fa. Ha avuto una malattia subdola»

Lei ha parlato spesso delle motivazioni che lo portano avanti. Sente che il progetto la attrae anche dal punto di vista tecnico?

«A gennaio e a giugno prossimo te lo saprò dire. Quello che ho fatto per questa squadra non lo avrei fatto per nessun altra, questa forza non mi sta abbandonando. Ho la ferma convinzione di tirare fuori da questo gruppo dei giocatori che possano giocare in una squadra competitiva»

Può esserci una complicità della situazione campo e ritiro per gli infortuni? Come sta Castellanos?

«Che un giocatore possa avere un problema muscolare per il ritiro mi sembra strano, abbiamo avuto un problema campo per una decina di giorni. Ora sono pronti due campi di buon livello, probabilmente in quei dieci giorni qualcosa può aver inciso. Sono difficoltà momentanee che capitano a tutte le squadre. Se c’era un errore di programmazione i problemi sarebbero venuti a tutti nello stesso distretto. Castellanos è ancora sotto i medici, si parlava almeno 4-5 settimane, siamo ancora lontani»

Tavares può giocare anche come esterno nel 4-4-2?

«Le difficoltà sue mi sembra che hanno una storia un po’ più lunga, non penso siano tattiche. Non può giocare in mezzo al campo, non ha una gestione della palla da fermo di altissimo livello, se riceve palla più avanti perde la percussione palla al piede partendo da lontano. Deve solo ritrovarsi dal punto della fiducia in sè stesso. Ha qualità enormi è evidente, deve solo tirarle fuori»

C’è un giocatore che la sta stupendo per applicazione?

«Con questi ragazzi il percorso è lungo, abbiamo in squadra tanti ragazzi che giocano per istinto e la mia capacità di incidere diventa minore. Prediligo un calcio più ragionato e faccio fatica a farli crescere, per caratteristiche mentali sono così. Vedo l’evoluzione nel modo di porsi e la disponibilità è crescente, piano piano sono convinto che qualche giocatore crescerà in maniera forte. Adesso faccio fatica a farli giocare come vorrei io, ma se continuano con l’applicazione dell’ultimo mese si va dove voglio io»

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Lazio, i retroscena di Pedro: “Dal Barça al Chelsea, una scelta di coraggio. Lo United? Ci hanno messo troppo tempo”

In un’intervista concessa a fourfourtwo.com, Pedro è tornato a raccontare il suo passaggio dal Barcellona al Chelsea nel 2015. All’epoca, l’attuale attaccante della Lazio era seguito con insistenza anche dal Manchester United, che però alla fine non concretizzò l’operazione. Ecco le sue dichiarazioni.

“Ho parlato molto con Luis Enrique quella stagione. Era il Barcellona dei tre mostri sacri in attacco — Messi, Neymar e Luis Suárez — e non era facile trovare spazio. L’allenatore è stato onesto con me, mi ha detto che non avrei giocato molto e che la cosa migliore, vista la mia ambizione, era andare via. Il Barcellona significava tutto per me e mi sarebbe piaciuto concludere lì la mia carriera, ma ci sono momenti nella vita in cui serve coraggio, e ho deciso di intraprendere un nuovo progetto che mi entusiasmava. Con il passare del tempo, non rimpiango le esperienze che ho vissuto all’estero”.

Pedro ha poi svelato i retroscena legati alla trattativa con i Red Devils: “Non so cosa sia successo, l’accordo con il Manchester United era quasi chiuso. Ci hanno messo troppo tempo a decidere, la stagione stava per cominciare e non volevo aspettare ancora. Ho anche giocato la Supercoppa Europea con il Barcellona, dove ho segnato il gol della vittoria. Anche il PSG era interessato a me, poi però è arrivato il Chelsea. Fàbregas ha fatto da intermediario, Mourinho mi ha chiamato e mi ha detto che erano disposti a offrire di più del Manchester United. È lì che ho scelto di andare a Londra, visto che lo United non aveva preso una decisione”.

Infine, un confronto tra due dei tecnici che hanno segnato la sua carriera: “Mourinho e Guardiola? Entrambi sono dei vincitori, ma sono allenatori molto diversi. Ognuno ha le proprie idee e il proprio modo di motivare i giocatori. Mi è piaciuto molto imparare da Mourinho, che mi ha dato l’opportunità di giocare in Premier League, il campionato più competitivo che ci sia. La mia prima stagione in Inghilterra, nonostante tutto, è stata dura”.

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Gascoigne racconta un trauma d’infanzia: “Un bambino di 8 anni morì tra le mie braccia”

Paul Gascoigne, leggenda del calcio inglese e icona di Newcastle, Tottenham, Lazio e Rangers, ha lasciato il pubblico britannico senza parole durante un’intervista al programma “Good Morning Britain”di ITV. L’ex centrocampista, 58 anni, noto per le lotte contro alcol e problemi di salute mentale, ha raccontato dettagli della sua vita che hanno scioccato l’opinione pubblica.

Tra le confessioni più drammatiche, Gascoigne ha rivelato un episodio traumatico della sua infanzia: a soli 10 anni, il fratellino di un suo amico, di 8 anni, che lui stava sorvegliando, è stato investito da un’auto e morto tra le sue braccia. “Corse un metro davanti a noi, e la macchina lo colpì… Io corsi e morì sulle mie ginocchia. Pensavo respirasse ancora, ma non era così. Quello fu il suo ultimo respiro”, ha raccontato con la voce rotta dall’emozione. L’ex calciatore ha poi aggiunto che si tratta di un ricordo che lo ha segnato profondamente.

Gascoigne ha parlato anche delle sue ricadute nell’alcol: “Mi sento miserabile e devo andare alle riunioni degli Alcolisti Anonimi, solo per ascoltare e capire cosa sta succedendo”. Oltre ai traumi dell’infanzia, Gascoigne ha ricordato gli effetti devastanti della violazione della sua privacy da parte dei media, che lo hanno spinto verso droghe e isolamento. La testimonianza dell’ex calciatore è un duro monito sulla vulnerabilità dei giovani e sulle conseguenze di traumi precoci e pressioni esterne.

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Lazio, Sarri: “Senza mercato e tanti infortuni, non solo io devo avere pazienza. Mi adeguo alle caratteristiche della squadra”

Il tecnico della Lazio, Maurizio Sarri, ai canali ufficiali del club biancoceleste:

“Feroce giramento. A volte non mi fa estremamente piacere. Bisogna essere molto razionali e avere idea di cosa ci è successo, al di fuori delle sensazioni esterne e al di dentro. In questo momento non voglio essere né pessimista né ottimista, essere realisti e andare di conseguenza. Potevamo vincere e nel finale potevamo perderla. Aspetto positivo? Il carattere e venire a capo di una situazione difficile alla fine. Ma quando ti mancano 8-9 giocatori è complicato. Tutte le altre squadre si sono rinforzate, noi non abbiamo potuto farlo e abbiamo fuori tanti giocatori.

Vecino non ha mai giocato, Rovella una sola partita in condizioni fisiche buone. Patric fuori per un’operazione, Romagnoli squalificato, Pellegrini infortunato, Isaksen con una malattia che non ce lo ha mai fatto utilizzare. Problematiche enormi. Ma non devono essere considerate un alibi. Partite accettabili. Dobbiamo fare un plauso a Basic che ci ha fatto due partite di buon livello, e vedere aspetti positivi della situazione.

La nostra prestazione migliore è stata contro la Roma. Qualche merito bisogna concederlo. Io mi sento in dovere di doverli difendere, perché hanno lottato e non si sono dati alibi né scuse. Il nostro compito è quello di continuare a fare prestazioni, che si può riassestare nel lungo periodo. Non posso essere solo io ad avere pazienza. Lo sapevo che avremmo avuto tanta difficoltà a inizio campionato. Il livello medio delle squadre è salito, come anche quello delle squadre di media classifica, come il Torino”.

Differenze con la sua prima Lazio

“In quel momento in cui c’è stata la cessione di Sergio e l’ingresso in Champions League, avevo una delusione per il mancato salto di qualità. Oggi è diverso. All’epoca la mia illusione era il mancato salto di qualità, in cui le aspettative completamente diverse. La squadra la stiamo cambiando in base alle caratteristiche dei giocatori. Squadra che lavora sulle ripartenze e sull’aggressione degli spazi. Bisogna trovare soluzioni varie. La situazione degli indisponibili ci costringe a cambiare modulo”. 

Sarri e i singoli

Lazzari è rientrato la settimana scorsa, Marusic lo controlliamo oggi, Pellegrini vediamo: un trauma sia distorsivo che contusivo. Vecino è un enigma. Dele è fuori. Isaksen viene da una malattia che non è pericolosa, ma subdola. Clinicamente è recuperato, agonisticamente deve ancora crescere. Vediamo Zaccagni. Ci porterà a due giorni dalla partita e capiremo che modulo utilizzeremo.

Cancellieri? È un ragazzo che sta crescendo. L’ho trovato diverso, molto più maturo personalmente e convinto dei propri mezzi in campo. Il suo meglio sta nell’accelerazione, nell’aggressione degli spazi. Dobbiamo sfruttare ciò in cui lui è bravo. È un ragazzo con potenzialità e speriamo che l’evoluzione sia positiva. È concentrato e non dà segnali di presunzione. Abbiamo tanti giocatori istintivi, e questo ci costringe a non riuscire a fare squadra

Noslin? È un giocatore difficile per un allenatore, difficile da collocare in un contesto. Ha la gamba da esterno, ma non è un vero esterno. Potrebbe essere un trequartista, ma non è un attaccante centrale. È difficile da collocare tatticamente. L’interpretazione difensiva non mi è piaciuta contro il Torino, in una partita in cui abbiamo giocato con quattro attaccanti”. 

Le 300 panchine di Sarri

“Sono un animale da strada. Non so cosa scrivono né che commenti fanno. Non ho neanche WhatsApp, quindi pensa la mia partecipazione… Sono uno che vive delle sensazioni della strada. I tifosi che incontro capiscono i problemi che stiamo affrontando. 300 panchine? Troppe. Sono statistiche che non mi fanno né caldo né freddo. Pensiamo alla 301. Milan-Como? Ha ragione Rabiot. I soldi non giustificano tutto. Rabiot combatte tutte le partite. È un ragazzo stupendo”. 

La prossima sfida contro l’Atalanta e la questione Nazionale

“Differenza con l’Atalanta di Gasperini e Juric? Dettagli. Siamo molto in linea. Grossi cambiamenti? No. È una squadra fortissima. In Italia si sta instaurando un gioco molto fisico. Certi tipi di contatto non sono fischiati, e altri vengono fischiati senza sanzioni. Nel derby, dieci falli contro il gioco del calcio. Io arbitro? Al terzo fallo ammonisco”. 

Infine conclude:

“Con tutti i problemi che sto affrontando, della Nazionale non me ne frega di meno. Giovani? Cosa facciamo per farli arrivare pronti? Primavera con 50 spettatori, ed è normale che poi all’Olimpico non sia pronto. Non mi piace la soluzione delle squadre B. Chi non lo aveva previsto, era un folle. Ritroviamo tutti i giocatori che abbiamo fuori e vediamo a che livello possiamo essere. Fino ad ora è stato un inseguirsi di difficoltà e cerchiamo di innescare una squadra. Che la strada fosse lunga, lo sapevo. L’ho detto nelle prime interviste.

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Lazio, Nesta ricorda: “Fiero di aver rifiutato l’offerta della Roma”

Ospite del podcast “Passa dal BSMT”Alessandro Nesta ha ripercorso i primi passi della sua carriera, raccontando un episodio che ha segnato il suo destino calcistico: il rifiuto dell’offerta della Roma quando era ancora un bambino

L’offerta della Roma? È tutto vero, mio padre l’ha rifiutata. Andiamo fieri di questa cosa”, ha spiegato l’ex difensore, oggi allenatore. “Vengo da una famiglia lazialissima, anche se abitavamo a Cinecittà, un quartiere storicamente romanista. Eravamo ‘marchiati’, perché tifosi della Lazio.”

Nesta ha poi ricordato come avvenne il suo primo contatto con la squadra biancoceleste: “A otto anni giocavo nel Cinecittà, una società affiliata alla Roma. Loro mi volevano prendere, ma mio padre, dopo aver letto un annuncio sul Corriere dello Sport, mi portò a San Basilio per un provino con la Lazio. C’erano quasi duecento bambini: scelsero me e un altro ragazzo. Da lì è cominciata la mia storia con la Lazio.”

Un ricordo ancora vivo, legato anche all’orgoglio familiare: “Per mio padre e per tutta la mia famiglia era un sogno, ed ero piccolissimo. Pensa quando ho fatto l’esordio in Serie A, con mio fratello che andava in Curva”, ha aggiunto sorridendo.

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Lazio, Castellanos: “Messi leader silenzioso. I quattro gol al Real? Notte magica. E sulla rabona…”

Taty protagonista del terzo episodio di ‘De visitante’, il giornalista argentino Julian Polo ha intervistato l’attaccante della Lazio. Le parole dell’argentino.

L’esordio con l’Argentina – “Era il 5 settembre, è passato un anno. Non mi ero nemmeno scaldato, vincevamo 3-0 e aveva appena segnato Julian Alvarez. Ho guardato Scaloni che mi ha detto: ‘Taty sbrigati, vieni’. Ho messo subito la maglia e sono entrato. Mi ero preparato tutta la vita per quel momento. La foto con Messi? Gliel’ho chiesta in allenamento, l’ultimo prima della partita. Quando sono arrivato mi ha trattato molto bene, come a tutti gli altri ragazzi che erano nuovi in squadra. È una persona che non parla tanto, sta con il suo gruppetto composto da De Paul, Paredes e gli altri. Comunque con noi si è comportato in maniera spettacolare, anche durante gli allenamenti. Lui è il tipico leader silenzioso, viverlo da dentro è incredibile perché noti dettagli che da fuori non si vedono. È il migliore della storia e lo sarà ancora per molto tempo”.

Maradona e Messi- “Il tatuaggio ‘El mas humano de todos los dioses’? Siamo una famiglia molto ‘Maradoniana’, soprattutto i miei fratelli. Io non l’ho vissuto come giocatore, ho visto molto di più la sua seconda parte di vita. Avevo voglia di tatuarmi qualcosa di argentino e ho scelto Diego. Anche di Messi vorrei tatuarmi qualcosa, un suo autografo magari sulla gamba. Non ho ancora avuto l’opportunità, ma voglio farlo. Loro due sono i migliori della storia del calcio argentino. Io ho avuto l’occasione di godermi Messi e anche di giocare insieme a lui, voglio che tutto questo resti sulla mia pelle”.

Gli inizi – “Sono un argentino di sangue proprio, non ho nessun’altra origine o un passaporto diverso, ma non ho mai giocato in Argentina ed è una cosa strana. Spesso mi chiedo il motivo, non è successo per situazioni diverse, potevo giocare nel Lanus o nel River Plate, ma alla fine non è successo. Ho giocato nel Murial, una squadra del quartiere di Mendoza, e avevo il potenziale per andare altrove. Ho fatto un provino con l’Universidad de Chile e mi hanno preso. Lì sono stato quasi un anno giocando nelle giovanili e riuscendo anche a debuttare in prima squadra, in Copa Sudamericana, con Beccacece in panchina. Tra l’altro c’erano stati problemi dei burocratici che non mi avevano permesso di giocare prima, sono stato fermo quasi 8-9 mesi fino ai diciotto anni quando ho firmato il mio primo contratto da professionista e ho esordito”.

La famiglia – “Quando vai via da casa ciò che ti manca di più è la famiglia, il vivere quotidianamente amici e parenti. Sin da bambino però avevo il sogno di giocare a calcio, dovunque. I primi mesi sono sempre i più difficili perché non sai cosa succederà in futuro. Io in Cile giocavo poco, avevo tanti problemi, non avevo un contratto, mi pagavano poco, mi mancava mia nonna, mio padre e tanto altro. In quel momento ti chiedi se ce la fai ad andare avanti o meno. Non potevo giocare, mi allenavo con le giovanili, mi dicevano che i documenti sarebbero arrivati, ma niente. Tutto questo mi consumava perché è passato tanto tempo. Poi alla fine ce l’ho fatta. Il mio desiderio di diventare un calciatore era troppo forte, non mi importava più di nulla, ero concentrato sull’obiettivo. I miei amici a quell’età andavano alle feste, mi mandavano foto, e io invece dormito e mi allenavo. Ma non mi è mai pesato perché avevo un sogno, quello di giocare a calcio. Volevo aiutare la mia famiglia, avevo promesso a mia nonna che sarei diventato un calciatore professionista. In Cile ho avuto anche l’opportunità di vivere con mio padre che stava lì. Prima non ci vedevamo molto perché io stavo in Argentina, poi siamo stati insieme quasi un anno e questo ci ha uniti molto. E alla fine mi sono spostato in Uruguay a giocare”.

L’infanzia- “Noi eravamo una famiglia molto unita. Mia madre lavorava a scuola, faceva il doppio turno come la maestra elementare. Si alzava alle sette del mattino e stava lì fino a mezzogiorno, poi magari mangiava a casa e tornava a lavorare fino alle sei di sera. Era così tutti i giorni, questo perché anche noi avessimo qualcosa da mangiare. Poi i miei fratelli erano già grandi, quindi anche loro cucinavano qualcosa. Io andavo a scuola la mattina e tornavo all’una, dopo mangiato andavo ad allenarmi alle tre del pomeriggio. Fino alle cinque giocavo a calcio a undici nel Murialdo, poi alle sei mezza andavo a giocare a calcetto nella selezione del Mendoza. Arrivavo a casa a mezzanotte o anche più tardi. Il quartiere in cui vivevo poi non era così bello, ho passato molto tempo per strada e avrei potuto seguire le cattive compagnie che giravano. Mia madre è tutto, mi ha aiutato tantissimo, la porto sempre con me. Mi sostiene, mi dà tanta energia, si prende cura di me. Mi ha insegnato anche a fare attenzione all’energia negativa. Siamo molto superstizioni, percepisco le sensazioni negative delle persone, così come la mia ragazza. Sono molto attento a queste cose. Anche mi nonna è stata importante, mi ha reso tutto ciò che sono oggi. Tutta la mia famiglia mi ha insegnato i valori giusti, così come il calcio e gli allenatori che ho avuto da quando sono piccolo. Loro mi hanno guidato in tutta la mia carriera, e credo che anche questo sia stato fondamentale”.

MLS – “I primi mesi a New York sono stati difficili, soprattutto per la questione della lingua. Lì fortunatamente le persone rendono tutto più semplice, il club mi ha aiutato tanto. Il mio agente, che parla inglese, mi ha organizzato tutto. Io ero giovane, era un’esperienza unica, in un campionato che stava crescendo, con i migliori stadi, il campo perfetto e molto altro. È un sogno per qualsiasi ragazzo di 18 anni. La MLS ti dà davvero tutto, ti comprano anche i mobili. Maxi Moralez, che è argentino, mi ha aiutato a integrarmi bene. Lui e la sua famiglia mi hanno preso sotto la loro ala, sono stati importanti sia in città che a muovermi nel club. Così subito mi sono sentito molto a mio agio. Il mio primo gol? Ero arrivato il mercoledì per allenarmi e giocavamo il sabato. Pensavo che sarei andato in panchina, poi invece ho giocato da titolare su scelta dell’allenatore. Con uno dei primi palloni che ho toccato, ho segnato. E me l’hanno anche regalato. Poi quando siamo diventati campioni della MLS, mi hanno dato un anello con tutti i diamanti, come nel basket. Alla fine della stagione regolare ho ricevuto anche la Scarpa d’Oro della MLS, avevo segnato contro il Philadelphia Union. Quando in settimana sono arrivato al centro sportivo per allenarmi, c’è stata una riunione nello spogliatoio e hanno fatto vedere un video. C’era tutta la mai famiglia che mi faceva i complimenti, io mi sono commosso. L’unica che mancava era mia madre, e infatti mi sembrava strano. Poi si è aperta la porta e c’era proprio lei che mi ha dato la Scarpa d’Oro. È stata una grande emozione, anche il mio allenatore si era messo a piangere”.

Il Girona – “I quattro gol al Real Madrid? Ho il pallone di quel giorno, erano 75 anni che qualcuno non ci riusciva. È stata una notte magica, qualcosa di importantissimo, che non hanno in molti. A casa ho anche la chiave di New York, è una cosa che viene data solo a persone importanti come medici, dottori, militari. Cittadini illustri, insomma, quelli che hanno realizzato qualcosa di importante per la città. L’hanno regalata a tutti noi giocatori dopo che abbiamo vinto il campionato, così come la Coppa della MLS”.

Hobby – “A casa ho una sala giochi, la uso quando vengono i miei amici o la mia famiglia. Ho anche la PlayStation, ci gioco per staccare un po’, un’oretta al giorno. Mi piace giocare a Call of Duty e nient’altro. Nemmeno a FIFA, lì sono terribile. E poi quando sto qui voglio allontanarmi un po’ dal calcio. Sono anche un grande appassionato di scacchi, da quattro-cinque anni ho iniziato ad apprezzarlo molto. Gioco anche online, mi piace competere. Non sono un fenomeno, ma mi diverto. Il tatuaggio della ali? Non è un riferimento alla Lazio, l’ho fatto prima. Mi piacevano e volevo tatuarmele. Il vino? In famiglia siamo grandi appassionati, ne abbiamo tantissimi in cantina. È un nostro hobby, li uso per fare i regali con il mio cognome sopra. Non sono ancora in commercio, adesso siamo un po’ fermi ma abbiamo tante bottiglie. È un processo lungo. Ma chissà in futuro, non si sa mai. Può nascere qualcosa di nostro, con i miei fratelli”.

Lavoro- “A Roma ho anche la mia palestra personale: da quando sono arrivato in Europa, dal Girona in Spagna, faccio del lavoro extra e mi segue un nutrizionista. A New York non lo avevo perché mangiavamo direttamente al centro sportivo. Io ora gli mando il programma della settimana e di tutte le partite, a seconda di quello mi dicono cosa devo mangiare. Ovviamente non sono troppo ossessionato, ogni tanto mi concedo anche qualche strappo alla regola. Poi lavoro anche con un psicologo analista, prima delle partite mi informo su tutto: dai difensori che devo affrontare alle loro caratteristiche e tanto altro. Faccio pure diversi esercizi di respirazione che mi servono in partita e in allenamento, è una cosa che bisogna portare avanti con costanza nella vita, respirare con il diaframma. Mi aiuta tanto per respirare il più possibile con il naso e meno con la bocca, migliora anche il sonno durante la notte. Cerco di essere il più professionale possibile, di godermi al meglio la mia carriera che è breve. Provo a sfruttarla al massimo, a investire su tutto ciò che mi può servire. Ho una stanza dove la mattina vado a fare stretching e meditazione. Mi ha insegnato tutto il mio mental coach, mi piace riposare un po’ la testa e lasciare da parte il telefono, così mi rilasso”.

Maglie collezionate – “Ho tutta la mia collezione di magliette da calcio ordinate. Ne ho tantissime mie di quando giocavo in MLS al New York City. Ho anche quella del mio esordio con l’Argentina e due del pre-olimpico. Della Lazio ne ho una nera dell’anno scorso della Lazio, quando ho cambiato dal numero 19 all’11, e una della mia prima stagione quando giocavamo la Champions League. Poi ne ho tenuta anche una del Girona firmata da tutti i miei compagni quando sono andato via. Di altri giocatori ho quelle di Maxi Moralez, David Villa, tra le più belle che ho, di Barco, di Rooney, tutte di quando stavo negli Stati Uniti. Poi ne ho tantissime della Serie A, come quella di Nico Gonzalez alla Juventus o di Retegui, Beltran, Castro, Alcaraz, Palomino, Olivera del Napoli, di Pedro alla Lazio che me l’ha data. Tengo anche tante maglie straniere, come quella di Medina, Reinier del Borussia Dortmund, Delort, Danilo del Manchester City, una della Nigeria che mi ha regalato Dele-Bashiru, della Danimarca di Isaksen, dell’Uruguay di Vecino e del Senegal di Dia. Sono tutti miei compagni e amici. Della Liga ho diverse magliette, per lo più di giocatori argentini. Però ne ho anche una del Chelsea che mi ha regalato Enzo Fernandez, tra le più belle; una di Hazard del Real Madrid, ho giocato contro di lui al Bernabeu. Mi hanno regalato anche una divisa dell’Argentina per l’ultima partita di Di Maria in Nazionale, è davvero speciale. Era la mia preparazione convocazione, lui è un giocatore pazzesco, lo seguivo sin da piccolo. Si è davvero meritato tutto ciò che ha ricevuto in carriera”.

Idoli – “I miei idoli? Mi piaceva tanto Luis Suarez, è uno dei miei riferimenti. Adoro la sua cattiveria in campo, la sua ‘garra’. È un giocatore fortissimo. Adesso mi piace tanto Lautaro Martinez, che è un mio grande amico. Mi manca la sua maglietta nella collezione, ogni volta che giochiamo contro c’è sempre un problema che non ci fa incontrare (ride, ndr.). Aspetto anche di avere la maglia di Messi”.

Mondiale 2026 – “Il Mondiale? Spero sempre di giocare in Nazionale, anche se è molto difficile per i giocatori forti che ci sono. Mi piacerebbe tanto esserci al Mondiale, devo lavorare tanto alla Lazio per raggiungerlo. Ci penso sempre. Se avrò la possibilità, dovrò essere pronto. Per giocare al Mondiale devi essere pronto e a un livello alto. Io gioco in Europa solo per andare in Nazionale, non sono mai voluto andare a giocare nel campionato sudamericano o arabo perché il mio obiettivo è quello. Io vivo pensando alla maglia dell’Argentina, sempre. Quando vedo che non sono nella lista dei convocati, ci sto male. Poi dal giorno dopo cerco di riprendermi e di lavorare ancora più forte. Sono concentrato ad andare in Nazionale, anche se è sempre molto difficile. Andare al Mondiale con l’Argentina sarebbe un sogno per me e per tutta la mia famiglia. Devo giocare bene alla Lazio e stare bene, Scaloni ha dato a tanti giocatori nuovi la possibilità di stare nel gruppo. Io continuo a lavorare, a farmi trovare preparato e poi vediamo. La finale del Mondiale 2022 l’ho vista in hotel con Gazzaniga, quando stavo al Girona, perché era il periodo della preparazione per ricominciare il campionato. Abbiamo distrutto tutto a fine partita. Poi con mio fratello siamo andati a Girona in un bar argentino a festeggiare. C’erano 25-30mila persone in città. Mi sono emozionato per la vittoria, soprattutto per Messi che se lo meritava. È il migliore di tutti”.

Gesti tecnici – “Mi piace sempre provare qualche giocata, come la rovesciata o la rabona. Da piccolo le facevo in casa, saltando sul letto. Contro il Verona ho fatto un assist di rabona, mi piace giocare così, come con la suola. Sono cose che mi porto dietro dal calcetto, quando ero bambino”.

Xavi – “La foto con Xavi? Era il 2017, giocavo in Cile e siamo finiti a fare un triangolare in Qatar. Nel giorno libero che avevamo siamo andati a fare shopping vicino all’hotel e casualmente l’ho incontrato, visto che lui giocava lì. È un bel ricordo”.

Esordi – “Praticamente a ogni mio esordio ho segnato. È successo in Cile, in MLS, al Girona, contro il Getafe in campionato, e ala Lazio, quando alla mia prima partita da titolare ho segnato contro l’Atalanta. Diciamo che per le statistiche, va bene così (ride, ndr.)”.

Gruppo City – “È un gruppo molto forte a livello mondiale, al New York City si percepiva. C’è un modo di lavorare diverso, sin dalle giovanili. Anche in campo si sentiva, tutte le squadre hanno lo stesso modo di giocare, dal Manchester City in giù”.

Luque – “Mi ha aiutato tantissimo. Da piccolo avevo avuto contatti con Buenos Aires e con il River Plate, era il periodo in cui era retrocesso dalla Serie A alla B. Mi dissero però che cercavano un altro tipo di giocatore perché ero troppo magro. Venivo dal mio quartiere, era normale. Gli altri ragazzi che già stavano lì erano dei giganti perché si allenavano nelle strutture del club. In quel momento ho pensato di dover lavorare ancora di più, ho chiesto a mia madre di farmi andare in palestra per crescere fisicamente. Ho fatto 6-7 mesi con grande costanza, allenandomi sempre. Poi ho fatto una prova all’Universidad de Chile e mi hanno preso. Lì forse avevano una mentalità più europea, non hanno visto solo il fisico ma anche il mio modo di giocare. Da lì è iniziata la mia storia. Leopoldo Jacinto Luque è stato il mio padre calcistico, l’ho conosciuto a sette anni. Mi ha insegnato davvero tutto. È stato una persona straordinaria”.

Ronaldinho – “Ho giocato con lui in un evento, ho fatto 4-5 giorni a Miami, mi aveva invitato un mio amico. Doveva esserci anche Roberto Carlos, ma non c’era”.

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Lazio, Isaksen racconta la malattia: “E’ stato come rivivere il Covid. Di tutto per tornare al top”

Gustav Isaksen ha scelto i microfoni di sport.tv2.dk per raccontare i mesi più difficili della sua carriera, segnati dalla malattia che lo ha costretto a saltare la preparazione estiva con la Lazio. Ora, durante la sosta, l’esterno danese è pronto a tornare in campo con la sua Nazionale.

“Stavo impazzendo a stare sdraiato e a guardare il soffitto per quattordici giorni, senza sapere quando sarei potuto tornare alla mia vita normale,” ha raccontato. “Dopo un allenamento ho sentito che il mio corpo era completamente distrutto, così sono andato a farmi fare un massaggio per rilassarmi un po’. Ma mentre ero sul lettino ho iniziato a sentire un freddo pazzesco. All’inizio il medico pensava fosse solo un mal di gola, ma poi mi sono sentito sempre peggio.”

Le analisi hanno poi rivelato un’infezione più seria del previsto: “Quando è arrivato l’esito degli esami, sono stato messo subito in isolamento per due settimane nel centro sportivo della Lazio. Ero costantemente monitorato da un medico, temevano che potessi contagiare i miei compagni e non hanno voluto rischiare nulla. Sono stati giorni durissimi: avevo la febbre alta e la gola così gonfia che quasi non riuscivo a deglutire.”

L’isolamento, racconta Isaksen, è stato il momento più pesante da affrontare: “In tanti mi hanno scritto o chiamato, ma all’inizio è stato difficile. Tutti avevano paura che potessi infettare qualcuno, era come tornare ai tempi del Covid. Ero completamente solo. Poi, quando la febbre è scesa, ho pensato fosse finita, ma non era così. Alla fine ho chiesto alla Lazio che mia madre potesse venire da me, la sua presenza mi ha aiutato molto.”

La voglia di tornare in campo cresceva di giorno in giorno: “Era un conto alla rovescia continuo. Vedevo le amichevoli senza poter partecipare e mi passavano mille pensieri per la testa. A volte mi mettevo sul balcone a salutare Oliver Provstgaard, che ogni tanto si avvicinava un po’ per scambiare due parole. Tornare a giocare è stato bellissimo. Il mio sogno resta quello di partecipare a una grande competizione internazionale con la Danimarca. Mi è dispiaciuto tantissimo guardare da lontano le prime due gare di qualificazione ai Mondiali.”

Infine, Isaksen ha spiegato la scelta di restare a Roma durante la sosta di settembre: “La Lazio ha pensato fosse meglio che rimanessi qui per recuperare la condizione fisica e lavorare con Sarri sul piano tattico. È stato il club a decidere, anche se avrei voluto tornare prima in Nazionale. Nelle prime partite di stagione speravo di giocare di più, ma ora mi sento bene. Ho fatto di tutto per tornare al top e non vedo l’ora di vestire di nuovo la maglia della Danimarca.”