Cinquantaduemila lacrime e sorrisi, emozioni contrastanti in un Olimpico finalmente luminoso, stracolmo. L’addio a Leiva è doloroso, ma lo è ancor di più il pensiero di dover forse ammirare l’ultima “sfilata” di Milinkovic con l’aquila sul petto. Standing ovation per una serpentina da fenomeno e un siluro nel secondo tempo: «Un Sms è per sempre», recita uno striscione in Curva Sud. In Tribuna d’onore c’è l’agente Kezman e tutta la famiglia, anche per la comparsata di Kamenovic all’esordio. Ma almeno scalda il cuore salutarsi così, tutti insieme, come non succedeva da ben oltre un decennio, e con il quinto posto in mano. Ovviamente sopra la Roma, per il terzo anno di seguito. Altro mini-obiettivo d’orgoglio conquistato, dopo l’Europa League matematica di lunedì scorso. Sarri lo doveva al suo popolo, prima di incontrare stasera Lotito e continuare a fissare altri tasselli sul futuro. Proprio al posto di Leiva, è già stato preso Marcos Antonio (firmerà entro fine maggio), ma Maurizio pretende altri rinforzi dal mercato. Per questo è tormentato se firmare il rinnovo sino al 2025 subito oppure aspettare un altro po’. Per vedere se le sue indicazioni avranno seguito. In attacco, per esempio, Caputo è anche un desiderio di Immobile, capocannoniere (27 centri) infortunato e premiato ieri in borghese come miglior attaccante del nostro campionato. Luis Alberto è già in vacanza a Siviglia (problema all’adduttore) in anticipo, fra i soliti mugugni dello spogliatoio e del tecnico.
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Da gennaio Sarri invoca Vecino. Col Verona può però schierare solo Basic al suo posto. È l’ultima per gli svincolati Strakosha (Fulham) e Luiz Felipe (Betis), che sostituisce Patric squalificato, ma con un quinquennale già in mano. Tudor manda invece Casale in panchina, chissà non sia un indizio di mercato, proprio per la Lazio. Che chiude la stagione con 58 gol incassati, record negativo dell’era Lotito. Sintomo che il principale problema biancoceleste è sempre difensivo. Acerbi si perde l’uomo, confida in uno scambio con Rugani, ma intanto viene fischiato sino all’ultimo. Anche se stavolta dopo 5’ è Marusic a perdersi Simeone sul secondo palo. E il raddoppio porta la firma di quel Lasagna – sassata da lontano, doppio palo, rete – sondato da Lotito con Setti, anche se Sarri lo ha già bocciato. Come Cabral, pronto a tornare allo Sporting, almeno avendo lasciato un segno – con la deviazione di Sutalo – alla seconda da titolare in questo campionato. Dopo un rimpallo, ecco anche il pareggio dello stakanovista stagionale (sempre presente) Felipe Anderson nel secondo miglior attacco italiano: 77 gol. Sull’altro esterno, anche Zaccagni è indemoniato e rimedia agli ex compagni un cartellino dietro l’altro. Nella ripresa torna soprattutto quel terribile vecchietto Pedro, dopo due mesi di tormenti al polpaccio: tap-in, danza sotto la Nord, ma balla tutto l’Olimpico. Si ripartirà per forza dal trio, ma bisognerà fare un salto. Perché anche l’ultima gara col Verona (vedi anche il 3-3 di Hongla) è la fotografia della stagione della Lazio. Grande fraseggio, geometrie, lampi di Sarrismo vero, ma ancora tante, troppe, amnesie lì dietro. Il Messaggero