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SPECIALE 14 MAGGIO – Marchegiani: “Lazio poliedrica figlia di Eriksson. Lo Scudetto coronò un percorso coraggioso” (AUDIO)

Speciale 14 maggio: Luca Marchegiani, portiere della Lazio Campione d’Italia 99/00, ai microfoni di Radiosei in ‘NMM’

I protagonisti di una squadra irripetibile

“Esperienza indimenticabile, gioia immensa. Il coronamento di un’intera carriera, di tutti quelli che hanno cominciato quella lunga scalata verso la vetta. Ho avuto la fortuna di assistere allo sviluppo di quell’idea, di quella squadra fortissima. Siamo cresciuti insieme e forse quella è la soddisfazione maggiore. Abbiamo costruito una squadra che non ha vinto per caso, ma seguendo un percorso a tappe ben preciso. Siamo partiti con ambizioni e consapevolezze. Eriksson? Allenatore straordinario, perché è riuscito a combinare la sua capacità di arrivare ai giocatori e ottenere il massimo, a un’esperienza nella gestione e nella chiarezza tattica. Sapeva adattare la squadra ai momenti e alle situazioni, era un calcio meno preparato a tavolino. Serviva quella sensibilità di capire quale fosse la mossa giusta da fare nel momento chiave della stagione.

La fiducia guadagnata

“Ricordo quando venne espulso Favalli nel derby dopo pochi minuti, primo anno di Eriksson. Eravamo frastornati, ma lui non tolse una punta, bensì Almeida. Ci lasciò sorpresi – prosegue Marchgiani – ma al tempo stesso diede un segna,e di entusiasmo e coraggio che ci permise di ribaltarla. Guadagnò stima e fiducia da parte del gruppo. Sven era un uomo che difficilmente lasciava trasparire emozioni, la sua dote migliore era quella di tener fuori la squadra dalle questioni esterne. Fu messo spesso in discussione anche pubblicamente anche dalla tifoseria, alcuni pensavano servisse un ‘manico’ diverso. Alla fine, lo Scudetto porta il suo nome”.

Un flashback di 25 anni: il triplice fischio all’Olimpico e l’attesa…

“Di aneddoti ce ne sono tanti, ma la giornata finale fu speciale. Un altalena di emozioni infinita. Io ero infortunato, ero a bordo campo con mio figlio piccolo. Quando ci fu l’invasione prima del finale a Perugia, uscii e tornai verso casa. In macchina sentii però il gol di Calori e a quel punto, girai la macchina e tornai indietro (ride, ndr). Tornai quindi con speranza e un filo di disillusione, perché quando dipendi dai risultati degli altri non hai mai tante sicurezze. Non era artefice del tuo destino e non era facile arrivare al traguardo. La delusione della stagione precedente era ancora viva, nessuno voleva illudersi. Lo spareggio era il massimo delle aspirazioni, la vittoria del Perugia era al di là dia qualsiasi aspettativa”.

Una squadra poliedrica: talento e personalità

“Quella squadra aveva un talento straordinario. Tante, tantissime soluzioni che la facevano essere tra le migliori della Serie A. Un campionato pieno di grandi giocatori in generale. Se pensi al centrocampo di quella Lazio, c’erano grandi giocatori e tutti con caratteristiche diverse, in grado di incidere in tanti momenti della partita. Sui calci piazzati con Sinisa era come avere un attaccante in più. Secondo me avevamo, in più delle altre, proprio questa incredibile varietà di soluzioni in campo”

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SPECIALE 14 MAGGIO – Calori: “Quello scudetto fu sentimento ed imprevedibilità. Emozione che dà un senso al calcio” (AUDIO)

Annegando, naufragando a Perugia. Parafrasando Achille Lauro e l’incoscienza di quello Scudetto meritato e romanzato e sempre giovane giunto alle nozze d’argento. C’è chi l’ha costruito, voluto, vinto e festeggiato. C’è anche chi l’ha permesso e non poteva proprio aspettarsi di diventare un attore protagonista entrando di diritto in una delle pellicole più romantiche della storia del calcio italiano e laziale. 25 anni dopo resiste il ricordo, la nostalgia di immagini un po’ sbiadite dal tempo ma sempre nitide nel cuore e negli almanacchi.

Così come resiste la gratitudine per il grande artefice di quel Perugia-Juventus, Alessandro Calori, professione difensore, scaricò alle spalle di Van Der Sar un destro velenoso, chirurgico, carico di sentimenti nell’angolino. Poi il Perugia difese strenuamente il vantaggio sino al triplice fischio e la Lazio festeggiò il suo secondo scudetto: “Sembra un film quella giornata incredibile – spiega Calori in esclusiva a Radioseilazio – . Quella situazione ricorda cosa significa il calcio per tante persone. Essere professionista, fare il proprio mestiere anche quando sportivamente non hai più niente da chiedere. Il calcio è anche questo, ciò che fa innamorare le persone. E’ stata una scena che implica tante cose. Sentimenti, affetti ed imprevedibilità che il calcio può dare. Fu una giornata indimenticabile per la Lazio e crudele per la Juventus.

Sono cresciuto nel mito di Scirea, idolo bianconero questo è il paradosso. Sportivamente mi poteva anche dispiacere, ma professionalmente no. Quel gol mi ha ridato qualcosa che mi aveva ferito, ripensando anche alle critiche feroci che ho ricevuto all’inizio di quella stagione. Il Perugia era già salvo, vincendo quella gara andammo nell’Intertoto. Il nostro fu un approccio sereno, non avevamo nulla da chiedere, ma intorno a noi percepivamo un clima teso in virtù di Parma-Juventus della settimana prima. Sembrava la partita dell’anno, poteva succedere di tutto e così è stato.

La Juve in quel momento era in difficoltà nonostante avesse campioni straordinari. Così come la Lazio, ma quando sei nella difficoltà diventi come gli altri. Non vinci perché hai il nome, devi meritarlo in campo.

Mazzone? Lui è sempre stata una figura straordinaria, non partiva mai perdente, era una persona straordinaria. Il segnale più bello che ha sempre cercato di mandare è quello della lealtà.

La Lazio è una società particolare, ha un grande senso di appartenenza. Ancora oggi ci sono laziali ai quali non devo neanche presentarmi. Un signore, in Sardegna, è venuto incontro a me tendendomi la mano esprimendo ancora la sua gratitudine. Quel giorno ha lasciato qualcosa di impensabile. Anche all’evento ‘Di Padre in Figlio’ ho partecipato l’affetto della gente laziale. L’ho apprezzato tantissimo, non so se lo merito, ma sono emozioni che mi porto dietro. Sono sensazioni che fanno capire il senso di questo sport. L’emozione è parte integrante della tattica e della tecnica“.

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SPECIALE 14 MAGGIO – Negro: “Gruppo creato per arrivare a quei successi. Eravamo un rullo compressore, non ce n’era per nessuno” (AUDIO)

PAOLO NEGRO a 25 anni dal secondo scudetto della Lazio ai microfoni di Radiosei:

“Partendo dalle lacrime di Lazio-Parma, che sono state uno sfogo perché eravamo più forti quell’anno, arrivando a Lazio-Reggina: non lo so perché, ma io me lo sentivo.

Sono cose che ti senti dentro, la maggior parte dei tifosi non credeva forse al ‘miracolo sportivo’ ma io ne ero convinto, tanto che dissi a mia moglie: ‘Porta la macchina fotografica, portala, perché lo vinciamo stavolta. Me lo sento’. E infatti ho tutte le foto fatte con quella macchina fotografica (sorride, ndr). Ce lo siamo meritati, strameritati, quello scudetto perché eravamo più forti di tutti. 

L’attesa? Ho sudato più in quel momento che quando giocavo, salivo e scendevo le scale. E’ stato un massacro fino al fischio finale, una liberazione proprio.

Vittoria porta vittoria, non c’è niente da fare. Eravamo una squadra talmente forte e consapevole della forza che sapevamo di andare ovunque a vincere. Le vittorie ci caricavano sempre di più. La vittoria contro lo United per me è stato l’apice, lì abbiamo capito che davvero eravamo i più forti, non ce n’era per nessuno. Nella programmazione del presidente Cragnotti c’erano grandi obiettivi, puntava ad arrivare a livelli altissimi, poi purtroppo è successo quello che è successo e non si è potuto chiudere il cerchio. 

In 10-15 giorni ci siamo giocati tanto e siamo usciti vincenti da tutte e tre le partite, e che partite. A Torino abbiamo vinto in casa della Juventus facendo una partita di grande livello, poi vai a Londra col Chelsea che non aveva mai perso e vinci. In quel momento eravamo un rullo compressore.

Il nostro era un gruppo molto unito in campo, fuori ci sono state anche discussioni ma sono state costruttive. Io litigavo con qualche compagno, poi andavamo a cena insieme, finiva tutto lì, anche quelle servivano a migliorarci.

Aneddoti? Ce ne sono tanti. Me ne viene in mente uno, ricordando Sinisa: giocavamo la sera e stavamo guardando le partite del pomeriggio. Ad un certo punto, non mi ricordo quale squadra ci fosse in campo, ci fu un rigore e quando lo stavano per calciare Sinisa ha spento la tv: non vi dico la reazione e lui rideva. Era tutta qui l’essenza di quel gruppo. C’era serenità, spensieratezza e poi al campo eravamo tutti concentrati, ognuno aveva le sue cose da fare, le sue superstizioni. Era un gruppo creato per arrivare a quello.

Ho legato con tutti. C’è stata poi qualche litigata, anche nelle famose partitelle che erano sacre, ma finiva lì. Magari ci si chiudeva negli spogliatoi e si parlava finché non si chiariva. Alla fine parla il campo e per noi ha parlato. Con Favalli ci siamo l’altro giorno, idem con Gottardi. Ho sentito Conceicao, Veron, Salas; con Boksic quando torna a trovare la famiglia che abita qui. I rapporti ci sono. Anche con Couto; lui ha un carattere forte, all’inizio abbiamo litigato, proprio durante una partitella, pensa quanto ci tenevamo.

Se il gruppo era sano era merito di Cragnotti perché tutto dall’alto si decide. Devo dire che è stata davvero una gran bella Lazio”.

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SPECIALE 14 MAGGIO – Gottardi: “Non avrei mai pensato di vincere così lo scudetto. Eravamo tecnica e mentalità” (AUDIO)

GUERINO GOTTARDI a 25 anni dal secondo scudetto della Lazio ai microfoni di Radiosei:

“Il mio primo pensiero ripensando a quel giorno sono tutti i miei compagni di squadra. Spero di rivederli tutti il prima possibile, so che non sarà facile ma me lo auguro. Siamo riusciti a vincerlo in un modo in cui non avrei mai pensato. La speranza c’era, ma vincerlo in quel modo è stato incredibile. Tecnicamente c’era un grandissimo valore in campo, poi mentalmente c’era una forza incredibile. C’erano diversi giocatori di diversi paese che in campo davano l’anima.

Fuori dal campo avevo un bellissimo rapporto con tutti, anche perché io ero uno di quelli più dotati con le lingue. Dentro dal campo, invece, per me era molto semplice. Appena avevo un’opportunità di giocare mi buttavo dentro. Per quanto riguarda l’affetto dei tifosi, mi dava certamente una carica in più. Non me lo sarei mai aspettato, ancora oggi mi emoziona. Mi vergognavo anche un po’ (ride, ndr).

Di quell’epoca mi piacerebbe rigiocare la gara di Champions con il Valencia. Quell’eliminazione fu un gran peccato davvero.

Eriksson è stato importantissimo per tutti. Sempre un signori, una persona eccezionale che mi resterà sempre nel cuore. Come tecnico che dire, solo lui poteva creare tutto quello”.

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SPECIALE 14 MAGGIO – Ballotta: “Unico, inaspettato ed il compleanno di mia madre. Anche grazie al Giubileo e Collina. Tutto nacque da…” (AUDIO)

MARCO BALLOTTA ai microfoni di Radioseilazio ricorda lo Scudetto del 14 Maggio 200:

“Sono trascorsi 25 anni ma sembra ieri. Fu un traguardo che ci si poteva aspettare ma non arrivava. E’ successo in un modo inaspettato, dovendo aspettare la ripresa della gara della Juventus a Perugia. Si pensava a massimo ad uno spareggio, ma il gol della Juventus non è mai arrivato e da lì sono partiti i festeggiamenti. Fu un epilogo da film, magari fu il Giubileo a darci una mano dall’alto (ride, ndr). L’arbitro Collina fu molto bravo, dopo la pioggia del primo tempo, a non interrompere la partita di Perugia. Poi da parte loro ci furono tanti alibi e scusanti, in realtà la gara è stata persa per loro responsabilità. Per noi fu una doppia fatica, dopo il successo con la Reggina, è stato come aver giocato a distanza un’altra gara. C’è chi come è l’ha vissuta nello spogliatoio, chi era andato in tribuna, dove andai io successivamente per festeggiare. Non penso che nella storia del calcio sia mai accaduta una cosa del genere. Tutto molto strano ma bello (ride, ndr). Al gol di Calori ci siamo abbracciati forte, non ricordo neanche con chi. Sono volati gavettoni, poi i ricordi indelebili riguardano la festa in pullman nel cuore di Roma. Tre giorni dopo, poi, con tanto di tinta blu in testa, ci siamo presentati a Milano battendo l’Inter in finale di Coppa Italia. Questo per dire che squadra di campioni avevamo.

La partita più importante fu la vittoria di Torino con la Juventus, quando accorciando in classifica e mettemmo davvero pressione ai bianconeri. Noi dovevamo fare solo il nostro dovere da quel momento in poi. Abbiamo fatto il massimo, in quell’occasione è bastato per riuscire nell’intento. Era nelle loro mani, è passato nelle nostre.

Al Dell’Alpi giocai dall’inizio in virtù dell’infortunio di Marchegiani. La parata su Del Piero non fu un miracolo, ma una bella parata. Ho fatto il mio dovere in una gara in cui abbiamo corso solo un paio di rischi. Da lì la convinzione di potercela fare e così è stato.

Ce lo siamo meritati, ma tutto è nato dalla vittoria in Coppa Italia contro il Milan dalla stagione 1997-98. Anche in quell’occasione fu un trionfo anche nel modo in cui rimontammo. Senza quel successo sarebbero potute cambiare tante cose, magari alcuni giocatori non sarebbero rimasti ed altri non sarebbero arrivati.

Il rapporto con Marchegiani? Buonissimo, ma ero anche consapevole che non ero solo in vice. Mi sono ritagliato i miei spazi e quando ho giocato ho dato quello che dovevo dare. Quando si vincono trofei così importanti è il contesto di squadra che è importante.

Il 14 maggio è anche il compleanno di mia madre. E’ una coincidenza fantastica e molto significativa per me. Una soddisfazione ed un regalo che ho fatto anche a lei.

Eriksson e Mihajlovic sono stati due compagni di viaggio importanti. Con Sven c’era un grande rapporto di fiducia, tanto che ho notato che teneva in considerazione anche i miei consigli. C’era un rapporto che è andato avanti per soli tre anni, anche se lui mi fece prendere il patentino di allenatore con la prospettiva di incontrarci nuovamente in panchina. Sinisa era una persona splendida, un lottatore che non si dava mai per vinto. Cosa che ha dimostrato anche nella malattia”.

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SPECIALE 14 MAGGIO – G. Grassi: “Da Vieri al UEFA, lo Scudetto l’apice di 30 anni di Lazio” (AUDIO)

Gabriella Grassi, responsabile della segreteria della Lazio dal 1969 al 2003, in collegamento a ‘NMM’

“Per noi il 14 maggio è sempre una bella giornata! Quella domenica incredibile, da pazzi, con gli occhi all’Olimpico e le orecchie a Perugia. In famiglia mi dicono: “il primo figlio di mamma? La Lazio!”. Le ho vissute veramente tutte in società, dalla povertà fino all’apice della gioia. Per questo dico che il tifoso laziale è speciale, perché è la somma di tutte le esperienze, positive e negative. Non rimpiango nulla, rifarei tutto da capo”.

“Ho avuto modo di collaborare sempre con persone competenti in seno alla società. Cragnotti? E’ un uomo, lo avete visto ieri a Formello, di una classe immensa. Educato, rispettoso e sa comprendere gli altri. E’ stato ‘bastonato’ per 20 anni, ma quando si ripartiscono i meriti per quello Scudetto, lui ne ha più di altri. Cragnotti è stato eccezionale, soprattutto sotto il punto di vista dei rapporti. Con i giornalisti, ad esempio, era disponibile. Ho amato moltissimo anche Umberto Lenzini, che ho vissuto nella parte finale ovviamente. Anche lui umanamente fantastico”.

“Di matasse da sbrogliare ce ne furono tantissime. Dalle litigate con l’UEFA fino all’arrivo di Bobo Vieri. Sapevo con chi trattavo e come farlo, non ebbi mai bisogno di dove modificare il mio approccio. Inizialmente presi questo lavoro quasi sottogamba, ma una volta entrata negli ingranaggi, diventò difficile uscirne. L’emozione più grande però, fu la conquista dello Scudetto. Nessuno ci credeva, non avevamo preparato niente. Quando l’ispettore di lega mi comunicò che stava iniziando il secondo tempo a Perugia, iniziò un interminabile attesa”.

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‘NMM’ – Agostinelli e lo Scudetto: “Veron il più forte, Eriksson fece ‘il Maestrelli’. Un pensiero per Mazzone…” (AUDIO)

Andrea Agostinelli in collegamento a ‘NMM’

“Non ero in campo quando la Lazio si giocava lo Scudetto. Ci arrivavano notizie sul caos al Curi. L’emozione di sentire alla radio: “Lazio campione” è indescrivibile, semplicemente indescrivibile. Vincere così uno Scudetto, assolutamente meritato, è straordinario. Ma come fai ad aspettarti un epilogo del genere? Mazzone, un grandissimo davvero, fece le cose giuste. Una partita giusta. Il calcio a volte è anche questo e aggiunge credibilità a tutto il sistema”.

Il centrocampista più forte di quella Lazio era Juan Sebastian Veron. Non ho dubbi. Parliamo di un campione, secondo me anche sottovalutato a livello mondiale. Faceva delle cose fuori dall’ordinario. Bello e concreto, regista e rifinitore. Io lo metto vicino a Zidane, per me era qualcosa di veramente speciale. Oggi non ce ne sono, forse Rodri (con caratteristiche diverse) può esser avvicinato alla sua grandezza”.

Eriksson? Lui faceva giocare bene le squadre, non solo la Lazio. La vittoria di quel campionato però, fu un successo legato alla gestione, più che alla tattica. Sapeva gestire in maniera favolosa spogliatoi complicati, con tantissima personalità. Quello del 2000 aveva tante ‘prime donne’, non ce lo dobbiamo dimenticare. Un allenatore molto vicino a Maestrelli, in merito al rapporto con la sua squadra. Da levarsi il cappello, davvero, di fronte ad un mito assoluto”.

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SPECIALE 14 MAGGIO – Chef Giocondo: “Sinisa fissato con pollo e vino rosso, Inzaghi con il mio risotto. Non capivo gli argentini…” (AUDIO)

Scudetto quasi perso, poi vinto nella modalità più laziale possibile, Scudetto meritato e festeggiato, ma anche Scudetto alimentato e nutrito da un chef storico, passato alla storia recedente della Lazio come quello della crostata più famosa esportata in tutti gli spogliatoi della serie A.

Giocondo Ruggeri, cuoco della Lazio dal 1999, ricorda le emozioni del 14 maggio a Radioseilazio:

“L’emozione è ancora grandissima anche se io ero appena entrato nella Lazio. Mi occupavo più delle coppe e delle trasferte. Pochi giorni fa ho avuto un malanno cardiaco, ma già quel Perugia-Juventus mi mise seriamente alla prova. Solo la Lazio poteva vincerlo così lo Scudetto. Cragnotti era un grande presidente ed una grande persona. Lui a tavola era tranquillo, era difficile vederlo mangiare con i calciatori. Arrivava, salutava tutti, quasi sempre presente anche se formale.

Con Inzaghi c’era anche un rapporto fuori dalla tavola, lui quando giocava a carte voleva sempre vincere. Arrivava a barare tanto era il desiderio di primeggiare. Lui non era uno che mangiava tanto, ma era fissato con il risotto alla parmigiana, bresaola e qualche verdura. A pensarci bene il parmigiano non lo utilizzava, ma in quel risotto non ne faceva a meno.

Eriksson era un altro signore, ne ho conosciuti pochi così umani ed educati. Mihajlovic non poteva fare a meno delle mie cosce di pollo e di un buon bicchiere di vino rosso. Se ne venivano a mancare cascava il mondo (ride, ndr). Quando mi incontrava anche in altre squadre mi continuava a chiedere il pollo. Degli argentini mi stupiva il fatto che mangiavano sempre la carte ben cotta. Mi lamentavo con loro di questo, ma non c’era verso. Entrai fisso nella Lazio nel 2003 grazie a Mancini. Mi chiamò nel giorno di Porto-Lazio, mi chiese di esserci sempre, anche durante le amichevoli.

Che piatto è stato quel 14 maggio? Un piatto tipico di Lazio, un piatto tipico di Giocondo, diciamo il mio risotto alla parmigiana”.

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‘SPECIALE 14 MAGGIO’ – Pinzi: “Uno scudetto da tifoso della Lazio nello spogliatoio. Eriksson? Ecco con chi perse la pazienza…” (AUDIO)

L’ex centrocampista della Lazio, nonché accesissimo tifoso biancoceleste, Giampiero Pinzi, è intervenuto stamattina ai microfoni di Radiosei per ricordare lo scudetto vinto il 14 maggio 2000.

“Il 14 maggio 2000 ho avuto il privilegio di passare dagli spalti allo spogliatoio. L’ho vissuto da tifoso dentro lo spogliatoi. Un sogno che si ripeteva tutti i giorni, facendo parte di quel gruppo storico”.

“Anche il 26 maggio 2013 ero allo stadio. Io il 14 maggio al Circo Massimo ho scelto di essere tra i tifosi. Paradossalmente il 14 maggio, per protesta non andai allo stadio ma ero a Bracciano a pranzo con i Marchegiani mi voleva sul pullman della squadra ma dissi di no. Già a Bologna il 7 maggio 2000 salgo con la squadra ma vedo la gara dagli spalti”.

“Quella Lazio aveva una grandissima personalità. Le partitelle tra noi a Formello erano una guerra, si andava spesso oltre i limiti. Per me ogni palla  portava con sé grandissima tensione. Faccio fatica a sceglierne uno perché era uno spogliatoi pieni di campioni”.

“La mentalità si forma in allenamento. Eriksson? Posso dire che non ha mai alzato la voce, mi stimava molto ma c’era una concorrenza incredibile. Solo una volta si arrabbiò con Sergio Conceicao che in allenamento rispose in portoghese. Sven conosceva il portoghese, rispose per le rime tanto che Conceicao lasciò l’allenamento prima, uscendo a testa bassa”.

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SPECIALE 14 MAGGIO – Pancaro: “Scudetto in pieno stile Lazio, Eriksson l’artefice. E Sinisa…” (AUDIO)

GIUSEPPE PANCARO a 25 anni dal secondo scudetto della Lazio ai microfoni di Radiosei:

“Nonostante siano passati 25 anni le sensazioni sono sempre di grandissima soddisfazione. Lo scudetto con la Lazio è stato il punto più alto della mia carriera, è stato il sogno di un bambino che si è realizzato. È un un ricordo sempre vivissimo, che porterò con me per sempre.

Se per modalità, si può definire uno scudetto in pieno stile Lazio? Sì, uno scudetto unico, anche per tutto quello che che è successo.

Ricordo che noi all’epoca, nella migliore delle circostanze, speravamo di poter andare a fare uno spareggio con la Juventus, mai avremmo pensato che la Juve avrebbe perso a Perugia e quindi, ripeto, speravamo di poter andare a fare lo spareggio e invece ci fu il gol di Calori e la vittoria che ci diede la possibilità di vincere uno scudetto, secondo me, in modo meritato; in quegli anni, soprattutto nella stagione precedente, avevamo avuto la possibilità di vincere lo scudetto, non c’eravamo riusciti e nel 2000 quindi è arrivato il finale giusto dopo diverse stagioni fatte bene. Ricordo benissimo la grande delusione dell’anno precedente quando pensavamo di vincere invece poi purtroppo finì come tutti sappiamo; il Milan ci recuperò, ci superò e vinse lo scudetto. Diciamo che per poter vincere a volte, oltre alla bravura e alla forza, ci vuole anche quel pizzico di fortuna che ti aiuta e per noi, l’anno prima, quando vinse il Milan, alcuni episodi furono sfortunati; ricordo magari la partita in casa con la Juventus dove tutta la difesa era squalificata, me compreso, perché venivamo dal post derby, oppure un rigore non dato in Fiorentina-Lazio. Diciamo che gli episodi l’anno precedente non ci premiarono e poi invece, per fortuna, l’anno seguente sì.

Come abbiamo vissuto il pre gara? Non immaginavamo quell’epilogo stupendo. Noi eravamo veramente in forma straordinaria, nelle ultime 10 partite di quel campionato praticamente vincemmo quasi sempre,  stavamo bene fisicamente, stavamo bene mentalmente e quindi la speranza era che la Juventus non andasse a vincere a Perugia e con un pareggio ci sarebbe stato lo spareggio. Noi in quel caso ci sentivamo forti, perché stavamo bene. E invece poi, per fortuna, è finita ancora meglio con l’esplosione che ci fu all’Olimpico, al triplice fischio della sfida di Perugia.

Terminata la nostra gara ho guardato la partita di Perugia con Sinisa e Stanković. Ci sono state scene bellissime. Ognuno poi, l’attesa la viveva a modo proprio. Ricordo alcuni che praticamente non si sono mossi per 45 minuti dal posto in cui stavano. Poi subentra la scaramanzia, subentrano tantissime cose. Il mio, il nostro, con Sinisa e Stanković, era anche un modo forse per far terminare l’attesa, perché non guardare era ancora peggio e quindi in quel momento il tempo a noi ci scorreva un po’ più veloce, forse.

Eriksson? Quello è stato lo scudetto in primis dei tifosi laziali, di tutto il popolo laziale. È stato lo scudetto di Cragnotti, è stato lo scudetto nostro, però è stato principalmente lo scudetto di Eriksson, io penso che lui sia stato l’artefice principale di quella vittoria;  è stato colui che ha creato quel gruppo scegliendosi i giocatori uno per uno ed è stata la persona che, in un ambiente che tutti conosciamo, con alti e bassi, non ha mai perso l’equilibrio, è sempre stato molto lucido, ci ha sempre creduto anche quando eravamo andati dietro alla Juve di tanti punti. Ricordo come se fossi oggi una sua intervista in cui diceva che fin quando c’era la possibilità bisognava crederci, quindi è stato sicuramente lo scudetto di Eriksson, allenatore straordinario ma soprattutto un uomo unico che a me, come a tanti miei compagni, ha dato veramente tanto. Ancora oggi quando parlo di lui mi emoziono e mi reputo fortunato ad aver avuto la possibilità di dargli un ultimo saluto quando è venuto a salutare i tifosi della Lazio all’Olimpico. Lui faceva da equilibratore, non c’è stato mai bisogno che alzasse la voce. Noi in quegli anni eravamo abbastanza caldi di nostro anche in allenamento, nelle partitine, durante la partita e lui è stato sempre molto pacato, ha sempre tenuto i toni bassi e poi era una persona che si faceva voler bene dal primo all’ultimo componente di quella fantastica squadra. Tutti gli volevamo bene, tutti quanti avevamo grande fiducia e grande rispetto e quindi io sono convinto che l’artefice principale della vittoria di quello scudetto sia assolutamente lui.

È giusto anche ricordare Sinisa, pure lui è stato uno dei grandissimi protagonisti di quello scudetto, e purtroppo ci ha lasciato troppo presto. Anche lui è stato veramente un uomo straordinario, un uomo al quale io volevo davvero bene perché era una persona tutta di un pezzo, una persona onesta, schietta, leale; col passare degli anni, crescendo, uno si rende conto anche della fortuna che ha avuto nel poter stare insieme a persone di questo spessore. Le sue punizioni? Per noi, che ci stavamo a contatto tutti i giorni, era la normalità. Col passare degli anni ti rendi conto invece che faceva delle cose che di normale non avevano niente. Io penso veramente che lui abbia avuto, insieme a Maradona, il piede migliore della storia del calcio; lui faceva delle cose che poche altre persone al mondo erano capaci di fare. Spesso allontanava la palla di propositivo, se la tirava un po’ dietro perché così aveva la possibilità di farla scendere di più sopra alla barriera quando invece magari molti tendono a portarsela un po’ avanti”.