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Lotito, il Flaminio sotto l’albero: “A breve incontro congiunto con il Campidoglio per la capienza”

Altro che colpo di mercato, c’è il Flaminio sotto l’albero. Lotito riprova a stupire tutti i tifosi con un regalo storico, ad effetto: «Non ho mai mollato. Io agisco senza proclami, in silenzio, ho fatto mille rilievi e approfondimenti, senza stare ai diktat di nessuno». Venerdì e sabato, in particolare, gli incontri decisivi con la Soprintendenza, confermati dal patron: «É vero. E ora, a breve, si potrà avere pure questo incontro congiunto in Campidoglio per capire se la capienza potrà essere portata ad almeno 45mila posti (ne erano stati offerti informalmente 38, ndr), superando ogni antico vincolo come al Franchi. Io, il progetto, ce l’ho chiaro». Uno stadio moderno, polifunzionale, capace di garantire profitti che vadano oltre il singolo giorno dell’incontro. Oltre all’ampliamento, per ospitare – magari un giorno – finali di Coppe europee, sono necessari una copertura e parcheggi adeguati in due zone attigue (già individuate) dell’impianto. Domenica sera persino l’ex presidente Cragnotti gli chiedeva lumi su quest’ennesimo piano romantico e ambizioso: «Sì, e gli ho risposto che è l’ultimo tassello che manca a questa Lazio. Mi sono avvicinato io a Sergio, ma non per i complimenti ricevuti nella vostra intervista di fine agosto, ma perché non ho mai avuto nulla contro di lui e mi ha fatto piacere vederlo. Chiunque ha operato in questo club va ricordato». Il Messaggero

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Milinkovic, ai mondiali gol da fuori e di sinistro: è una rarità. Ma che numeri col “piede debole”

Una rarità. Benché Milinkovic segni abbastanza di frequente da fuori area e di sinistro. Le due cose insieme, come fatto ieri nella partita pareggiata per 3-3 dalla Serbia contro il Camerun ai Mondiali di Qatar, però, sono un’eccezione. Delle 63 marcature del Sergente con la maglia della Lazio ben 17 sono arrivate con tiri dalla distanza. Vale a dire quasi il 27%. Di fatto più di un gol su quattro il serbo lo realizza da fuori area. Una vera e propria dote, anche perché negli ultimi anni ha alzato la media con le punizioni: ben 7 reti sono arrivate così (6 in campionato più quella in Coppa Italia contro il Novara nel 2019). Milinkovic però è bravo anche col sinistro: il primo gol in Serie A lo realizzò così: era il gennaio 2016, si giocava in casa della Fiorentina e il sergente, dopo essersi liberato di ben tre avversari, riuscì a battere Tatarusanu. Da quel momento gol con il piede debole ne sono arrivati ben 12 (il 19% del totale). Non pochi. Segnare da fuori area di sinistro però è sinonimo di completezza. Di fatto Milinkovic è ambidestro, altrimenti, dalla distanza, proverebbe a calciare esclusivamente di destro. Curiosamente però i gol di sinistro da fuori area non gli portano particolarmente fortuna: con la Lazio ne ha realizzati due, e non è mai riuscito a vincere la partita (esattamente come successo con la Serbia contro il Camerun). Accadde a Bergamo, nella gara pareggiata 3-3 (quel giorno segnò, sempre dalla distanza, anche di destro) e si è ripetuto nella scorsa stagione nella partita finita 4-4 contro l’Udinese. “Abbiamo sbagliato nella ripresa, dovevamo tenere di più la palla e far passare il tempo – ha spiegato Milinkovic al termine della gara di ieri -. Volevamo invece andare avanti e segnare ancora. Loro sono stati bravi e ci hanno segnato due volte in contropiede”. Ieri è arrivato il primo acuto anche in campo internazionale. Con la Lazio, infatti, Milinkovic contro squadre straniere ha segnato da fuori solo contro il Midtjylland nella gara persa 5-1 in Danimarca (ma di destro), mentre di sinistro (ma da dentro l’area) ha segnato solamente al Rennes. Un modo per mettersi in mostra di fronte al mondo, con la consapevolezza che a breve si dovrà chiarire il suo futuro con la Lazio (contratto in scadenza nel 2024, la società vuole rinnovarlo inserendo una clausola di rescissione). La rete ai Mondiali, che il serbo ha subito dedicato alla figlia Irina, nata una decina di giorni fa, può aumentare l’attenzione su di lui. La Juventus lo vuole per sostituire Rabiot che andrà via a fine stagione, ma se Lotito, vista la situazione, dovesse abbassare le pretese, potrebbero farsi vivi anche altri club. Anche per questo la Lazio deve sbrigarsi a trovare un accordo (ma a Formello restano convinti che non andrà via a parametro zero). Perderlo senza ricevere un indennizzo, d’altronde, sarebbe un danno enorme per una società come quella biancoceleste. Sia economicamente che tecnicamente. Giocatori in grado di segnare col piede debole dalla distanza sono una rarità.

Corriere della Sera

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Lazio, mercoledì si riparte. Lotito sul ritiro: “Probabilmente all’estero”

Mercoledì Formello ci sarà la ripresa con i test individuali (che proseguiranno anche giovedì), mentre il primo allenamento sul campo ci sarà venerdì. Andrà poi risolta – riporta Il Messaggero – la questione ritiro invernale, con Lotito che rilancia mentre lascia l’auditorium: «Vedremo, ma molto probabilmente andremo all’estero». Intanto proprio davanti agli occhi del patron la Women ieri ha centrato l’ottava vittoria di fila in campionato nel weekend in cui con l’under 15 maschile è arrivato il quarto trionfo stagionale in un derby col settore giovanile.

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Lazio, quanti rinnovi fino al 2027. Ma è la strategia giusta? Le due facce della stessa medaglia…

Le due facce della stessa medaglia. La Lazio sta cercando di evitare di perdere altri giocatori a parametro zero come successo nel recente passato prima con De Vrij, poi con Strakosha e Luiz Felipe. Nel calcio moderno, in realtà, i trasferimenti dopo la scadenza dei contratti sono sempre più frequenti e non più prerogativa di calciatori arrivati a fine carriera (si prendano a esempio, fra gli altri, il campione d’Europa in carica Donnarumma, passato al Psg, e Tolisso, che da campione del mondo ha lasciato il Bayern per andare al Lione). Per questo bisogna sempre stare attenti, cercare di anticipare le mosse delle società rivali. Negli ultimi giorni la Lazio ha annunciato il rinnovo di Lazzari (fino al 2027) e sta lavorando per quelli di Felipe Anderson e Cataldi (anche con loro si vorrebbe arrivare fino al 2027). Ottime notizie, si può pensare. Ed è effettivamente così, perché la Lazio, già in passato, ha ottenuto buoni risultati puntando su giocatori che hanno avuto in quella biancoceleste la maglia più importante della carriera. Si pensi a Lulic, Parolo, Radu, ma anche Luis Alberto, Milinkovic e Immobile. Per tutti loro la Lazio rappresenta il punto più alto della attività. A Roma si sono tolti le soddisfazioni maggiori. Questo crea senza dubbio senso di appartenenza. Rinnovare però a così tanti calciatori fino a fine carriera (anno più, anno meno) potrebbe però non essere una scelta strategicamente corretta. Al 30 giugno 2027 Lazzari avrà 33 anni e mezzo, Felipe 34 già compiuti e Cataldi 32 e 11 mesi. Avendo tutti e tre stipendi alti per la media della rosa e avviandosi a fine carriera, di stagione in stagione sarà sempre più complicato venderli (e non possono che svalutarsi). Non solo: secondo alcuni dirigenti importanti del calcio mondiale, riempire lo spogliatoio di calciatori che hanno già ottenuto il massimo è controproducente. “Si trasmette un senso di appagamento – spiega Ralf Rangnick, attuale ct dell’Austria, che ha fatto grande Salisburgo e Lipsia proprio infarcendole di giovani -. Preferisco sempre avere giocatori al primo contratto della loro carriera che non all’ultimo. Chi è agli inizi ha fame, non sa ancora quale può essere la sua vetta, e spinge sull’acceleratore in automatico”. Anche alcuni dei club più importanti al mondo ragionano così: nella attuale rosa del Real Madrid l’unico, dai 31 anni in su, nessuno ha contratti di più di 18 mesi. Dei calciatori blindati fino al 2027 il più anziano è Valverde che ha 24 anni. Per gli altri le scadenze sono più vicine. Discorso simile al Bayern, dove i quattro giocatori con contratto fino al 2027 hanno 26, 23, 20 e 16 anni. Arrivati a una certa età è giusto ragionare con periodi più brevi. Perché le incognite inevitabilmente aumentano. Per questo blindare tutti indistintamente fino al 2027 è una buona notizia. Ma può non essere la strategia migliore. Sono le due facce della stessa medaglia.

Corriere della Sera

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Una vecchia storia: Lazio, sul mercato compri solo se vendi

Una storia già sentita. La Lazio per comprare, dovrà vendere. Non per sfoltire la rosa (Sarri è il tecnico che ha utilizzato meno giocatori in tutta la Serie A), ma per risolvere il problema, che si trascina da anni, dell’indice di liquidità. Per riportarlo in positivo, e per poter quindi operare, servirebbero circa una quindicina di milioni. Fino a quando la società non chiuderà la trimestrale di bilancio, però, la cifra va considerata approssimativa e non definitiva. I soldi si possono ricavare tramite le cessioni (in tal senso il maggiore indiziato è Luis Alberto, anche se mancano offerte concrete), tagliando le spese (come gli stipendi di giocatori che non vengono utilizzati, come Kamenovic), o facendo un aumento di capitale. Sarri, nelle ultime conferenze stampa, ha fatto capire di ritenere la rosa migliorabile, forse perfino incompleta, ma non per questo è sicuro che la società riesca a intervenire. “Il mercato è sempre un compromesso fra esigenze e possibilità – ha spiegato il tecnico -. Personalmente avrei le idee abbastanza chiare, ma non so se la società deciderà di muoversi a gennaio o a giugno”. Dipenderà appunto dalle possibilità. Oltre al problema legato all’indice di liquidità, infatti, c’è da affrontare la scadenza (fissata per il 22 dicembre) del pagamento dell’Irpef, sospesa durante la pandemia per non gravare sui club. Sarri però vorrebbe un terzino sinistro (questa la sua priorità), oltre a un attaccante. In più, nel caso di cessione di Luis Alberto, accoglierebbe a braccia aperte Ilic del Verona. Fare tutto a gennaio è difficile considerati gli impedimenti, ma il tecnico, che già l’anno scorso aveva sottolineato quanto sia importante sfruttare ogni finestra di mercato per ritoccare, un passo per volta, i punti considerati migliorabili, vorrebbe vedere la società attivarsi. Le richieste non sono inarrivabili: Caputo in attacco, Parisi in difesa. Davanti si osserverà con attenzione anche la situazione legata a Mehdi Taremi. L’attaccante iraniano (ha segnato due gol ai Mondiali al Portogallo) è sotto contratto col Porto fino al 2024. La società lusitana lo valuta 20 milioni benché il giocatore abbia 30 anni e sia vicino alla scadenza. Ma in estate, per non rischiare di perderlo a zero, la valutazione potrebbe esser rivista. Difficile che si riesca a prendere, ma la Lazio lo tiene d’occhio. Proprio come il ds Tare tiene in considerazione il mercato tedesco. Negli ultimi otto anni i club di Premier League, considerato il campionato migliore al mondo, hanno acquistato calciatori dalla Bundesliga come da nessun altro torneo. E questo a tutti i livelli: dal City (Gundogan, De Bruyne e Haaland) al Southampton. In Germania si trovano talenti interessanti, a prezzi accessibili (alla cifra alla quale il Sassuolo ha venduto Scamacca in estate, in Germania sono stati ceduti giocatori di status maggiore come Draxler e Gotze). In Italia però raramente c’è il coraggio di spendere in giovani poco conosciuti dalla critica. Si preferisce spesso l’usato considerato sicuro (ma in qualche caso logoro). Ma anche questa è una storia già sentita.

Corriere della Sera

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Idea Taremi per giugno: la situazione

Secondo ‘Il Corriere dello Sport’, la Lazio avrebbe messo gli occhi su Medhi Taremi, centravanti del Porto e della Nazionale iraniana. 30 anni (31 a luglio), doppietta all’esordio nei Mondiali contro l’Inghilterra nella sconfitta per 6-2. Il suo contratto con i portoghesi scade nel 2024 e il suo prezzo, in estate, è destinato a scendere drasticamente. Difficile se non impossibile mettere in piedi una trattativa a gennaio, ma potrebbe essere un’opzione interessante a giugno. Al momento la richiesta del Porto è di circa 20 milioni di euro.

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Milinkovic, Lotito e la clausola da 70 milioni rifiutata. Mentre Pavlovic…

Secondo il quotidiano ‘La Repubblica’, Lotito avrebbe intenzione di inserire una clausola rescissoria da 70 milioni, ma l’agente del centrocampista serbo, Mateja Kezman, non ha aperto all’ipotesi e aspetta offerte per il suo assistito, in scadenza a giugno 2024. Altro protagonista della Serbia è il difensore Strahinja Pavlović, nel 2019 vicinissimo alla Lazio (per circa 5 milioni) tanto da arrivare fino alle visite mediche. A tal proposito, si leggono sul quotidiano le parole di Ivo Pulcini, responsabile sanitario della Lazio: “Presentava anomalie che mi facevano sospettare qualcosa di grave. Magari ora ha risolto quei problemi“.

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Enrico Lotito conclude con successo il corso CGS

Il direttore generale del Settore Giovanile della S. S. Lazio e di Lazio Women, Enrico Lotito, ha portato a termine con successo il corso “CGS”, che si è svolto presso la sede Aia di Bologna a cura del Comitato Regionale FIGC Emilia Romagna e della A.Di.Se. (Associazione Direttori Sportivi e Segretari), conseguendo così l’ abilitazione al ruolo di collaboratore per la gestione sportiva. Nella commissione, il dottor Garzelli e il prof. Accame.

Un ulteriore titolo per Lotito che da questa stagione sta guidando il cammino dei giovani calciatori e delle ragazze biancocelesti.

SSLAZIO.IT

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Lazio, pubblico da record: con Lotito mai una media così alta

Unità ritrovata. La Lazio, in questo inizio di stagione, si è immersa nell’affetto della gente. Nelle otto partite casalinghe disputate in campionato (derby escluso perché da calendario era in trasferta), i biancocelesti hanno avuto una media di 41.963 spettatori a incontro. Mai, nei quasi 19 anni di era Lotito, è stata così alta. Un cambio di rotta evidente, considerando che ad aprile, nella gara con il Milan, c’era stata la protesta per il carobiglietti. Il rapporto sembrava irrecuperabile, invece i laziali sono tornati allo stadio. Bene la campagna abbonamenti (26.193), bene anche la corsa al singolo biglietto. Merito, oltre che del buon mercato che ha riportato entusiasmo e dei risultati della squadra, anche dell’ufficio comunicazione (più coinvolgente rispetto al passato) e marketing. Ottima la risposta dei laziali all’iniziativa effetto domino (se si comprava il tagliando per Lazio-Spezia si aveva uno sconto per la gara successiva con l’Udinese e, in caso di doppia presenza, uno ulteriore per la gara con la Salernitana), al punto che ce ne saranno altre anche nel 2024. Non un caso quindi che in quelle tre gare ci sia stata un’ottima risposta (mai sotto le 40mila presenze, oltre le 45mila con l’Udinese). Interessante notare che la partita con meno risposta da parte del pubblico sia stata quella di giovedì (quindi infrasettimanale) col Monza (35.376) e che, a causa delle limitazioni, si è venduto poco per la gara col Napoli (37.573, quasi 20mila in meno rispetto all’altro big match, con l’Inter). Considerando che sul finale di stagione, se la squadra è in corsa per obiettivi concreti, la partecipazione aumenta e che la Lazio dovrà ancora ospitare Milan, Roma e Juventus, la media può salire ancora. Non un dato di poco conto, considerando che con la partecipazione attuale quello biancoceleste è il quarto club in Italia a portare più gente allo stadio (dopo le milanesi e la Roma). Questo con uno stadio, l’Olimpico, non esattamente adatto al calcio (le partite si vedono male, soprattutto nei settori popolari). Ma che in Italia ci sia un problema con gli stadi lo dimostra il fatto che la Lazio, benché quarta in A per partecipazione, crolli al 29esimo posto se si considerano i primi 5 campionati d’Europa. Meglio fanno club di città nettamente più piccole (Schalke, Newcastle, Borussia Moenchengladbach), che in alcuni casi vivono anche una situazione di classifica drammatica.

Corriere della Sera

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Felipe Anderson, negli ultimi 18 mesi nessuno come lui nella rosa della Lazio

Tornato, per non andarsene più. Nell’estate del 2021 la Lazio ha riabbracciato Felipe Anderson che ha spinto per tornare a Roma. E pensare che, nel 2018, se ne andò perché sembrava che il rapporto si fosse perfino logorato. Quando Inzaghi gli chiedeva di rincorrere gli avversari per tutta la fascia, lui sbuffava. Non gli piaceva il ruolo e nemmeno il modo in cui doveva interpretarlo. In un paio di occasioni (per esempio in un Lazio-Genoa del 2018) è stato fischiato dai tifosi che gli contestavano l’atteggiamento. L’addio era inevitabile. Poi, dopo tre anni lontano da Roma, è tornato, molto più maturo e pronto al sacrificio. Fa tutto quel che Sarri gli chiede. Al punto che il rapporto con il tecnico è molto profondo. L’anno scorso ha giocato tutte e 48 le partite stagionali della Lazio, non ne ha saltata nemmeno una, nel 2022-23 è a quota 21 su 21. Ha giocato quindi tutte e 69 le gare disputate dai biancocelesti, unico in tutta la rosa. In ben 62 occasioni è stato schierato titolare, quasi il 90% delle volte. Ha riconquistato anche i tifosi segnando e risultando decisivo in due dei tre derby giocati. Ora si sta trattando il rinnovo del suo contratto, in scadenza nel 2024. La collaborazione dovrebbe continuare fino al 2027, quando avrà 34 anni. Arriverebbe così a un totale di 11 stagioni in biancoceleste, che sarebbe, a quel punto, un terzo della sua vita. Sia lui che la Lazio vogliono trovare l’accordo, già nelle prossime settimane potrebbero raggiungerlo. Il brasiliano potrebbe anche strappare un aumento di stipendio: dovrebbe passare dai due milioni che attualmente percepisce a una cifra vicina ai tre milioni che raggiungerebbe sfruttando una serie di bonus (presenze, gol, obiettivi di squadra…) che verranno inseriti nel nuovo contratto. Con il Mondiale in corso, Felipe ha anche stilato tramite i canali della Lazio la sua 11 preferita della storia del torneo (dal 2002 in poi, perché delle edizioni precedenti non ha memoria). La formazione è quasi del tutto verdeoro, nonché un tantino sbilanciata in avanti: “Però è anche ricca di tecnica”, ha scherzato Felipe, che ha schierato Marcos in porta, Lahm, Thiago Silva, Lucio e Roberto Carlos in difesa, Ronaldinho, Xavi e Rivaldo a centrocampo, Messi, Ronaldo (il Fenomeno) e il suo amico Neymar (cresciuti insieme al Santos) in attacco. “A Ronaldo non rinuncerei mai, è il mio preferito”. Un po’ come Sarri che non rinuncia mai a lui. Ma d’altronde Felipe è tornato per esserci. E c’è, sempre.

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