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‘SVB’ – Rambaudi: “Lazio, quanti rimpianti per il mercato di gennaio. E su Tavares…” – (AUDIO)

ROBERTO RAMBAUDI in collegamento a ‘SVB’

“Tavares? Se si ferma così spesso e così a lungo, c’è un problema.

Pedro se sta bene gioca, mi stupirei se stesse bene e giocasse un altro. Siamo a due giornate dalla fine, chi non ha dato un contributo fino ad ora difficile che possa aiutare adesso. Per il resto, non ci sono grandi alternative.

Dipende dalla strategia che il tecnico decide di adottare, con l’Inter per me devi chiudere i centrali di centrocampo. Ma ripeto, tutto dipende da cosa vuoi fare, se vuoi fare una partita più conservativa per poi sfruttare le ripartenze o andare a San San Siro con il tuo spartito.

I rimpianti credo ci siano per non aver aiutato la squadra a gennaio con dei rinforzi. A questa squadra vanno solo fatti i complimenti per quello che abbiamo visto, nonostante il materiale umano. Non per sminuire, anzi, la squadra ha fatto un grandissimo percorso.

Ancora può succedere di tutto. Io mi auguro che dopo questa stagione si tracci una linea per capire come muoversi d’ora in avanti. Io vorrei vedere il cambio di passo, indipendentemente dal traguardo finale. Ti devi circondare di giocatori che hanno una certa funzionalità per questa squadra

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SPECIALE 14 MAGGIO – Negro: “Gruppo creato per arrivare a quei successi. Eravamo un rullo compressore, non ce n’era per nessuno” (AUDIO)

PAOLO NEGRO a 25 anni dal secondo scudetto della Lazio ai microfoni di Radiosei:

“Partendo dalle lacrime di Lazio-Parma, che sono state uno sfogo perché eravamo più forti quell’anno, arrivando a Lazio-Reggina: non lo so perché, ma io me lo sentivo.

Sono cose che ti senti dentro, la maggior parte dei tifosi non credeva forse al ‘miracolo sportivo’ ma io ne ero convinto, tanto che dissi a mia moglie: ‘Porta la macchina fotografica, portala, perché lo vinciamo stavolta. Me lo sento’. E infatti ho tutte le foto fatte con quella macchina fotografica (sorride, ndr). Ce lo siamo meritati, strameritati, quello scudetto perché eravamo più forti di tutti. 

L’attesa? Ho sudato più in quel momento che quando giocavo, salivo e scendevo le scale. E’ stato un massacro fino al fischio finale, una liberazione proprio.

Vittoria porta vittoria, non c’è niente da fare. Eravamo una squadra talmente forte e consapevole della forza che sapevamo di andare ovunque a vincere. Le vittorie ci caricavano sempre di più. La vittoria contro lo United per me è stato l’apice, lì abbiamo capito che davvero eravamo i più forti, non ce n’era per nessuno. Nella programmazione del presidente Cragnotti c’erano grandi obiettivi, puntava ad arrivare a livelli altissimi, poi purtroppo è successo quello che è successo e non si è potuto chiudere il cerchio. 

In 10-15 giorni ci siamo giocati tanto e siamo usciti vincenti da tutte e tre le partite, e che partite. A Torino abbiamo vinto in casa della Juventus facendo una partita di grande livello, poi vai a Londra col Chelsea che non aveva mai perso e vinci. In quel momento eravamo un rullo compressore.

Il nostro era un gruppo molto unito in campo, fuori ci sono state anche discussioni ma sono state costruttive. Io litigavo con qualche compagno, poi andavamo a cena insieme, finiva tutto lì, anche quelle servivano a migliorarci.

Aneddoti? Ce ne sono tanti. Me ne viene in mente uno, ricordando Sinisa: giocavamo la sera e stavamo guardando le partite del pomeriggio. Ad un certo punto, non mi ricordo quale squadra ci fosse in campo, ci fu un rigore e quando lo stavano per calciare Sinisa ha spento la tv: non vi dico la reazione e lui rideva. Era tutta qui l’essenza di quel gruppo. C’era serenità, spensieratezza e poi al campo eravamo tutti concentrati, ognuno aveva le sue cose da fare, le sue superstizioni. Era un gruppo creato per arrivare a quello.

Ho legato con tutti. C’è stata poi qualche litigata, anche nelle famose partitelle che erano sacre, ma finiva lì. Magari ci si chiudeva negli spogliatoi e si parlava finché non si chiariva. Alla fine parla il campo e per noi ha parlato. Con Favalli ci siamo l’altro giorno, idem con Gottardi. Ho sentito Conceicao, Veron, Salas; con Boksic quando torna a trovare la famiglia che abita qui. I rapporti ci sono. Anche con Couto; lui ha un carattere forte, all’inizio abbiamo litigato, proprio durante una partitella, pensa quanto ci tenevamo.

Se il gruppo era sano era merito di Cragnotti perché tutto dall’alto si decide. Devo dire che è stata davvero una gran bella Lazio”.

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RASSEGNA STAMPA

Scudetto del 2000, Veron: “Ho pianto come un bambino. Nessuno era forte quanto la mia Lazio”

Sono passati 25 anni dal secondo scudetto della Lazio ma le emozioni sono ancora vivissime: la rimonta, l’attesa, la pioggia, tutto ha contribuito a rendere speciale quella giornata.

Tra i protagonisti di quelle stagioni c’era sicuramente Juan Sebastian Veron che a La Gazzetta dello Sport ha ricordato lo scudetto.

“Cosa mi vine in mente? La radiolina di Sensini, naturalmente. Non c’erano mica gli smartphone, a quel tempo. Si poteva vedere la partita su qualche schermo nella pancia dell’Olimpico, ma io non ce la facevo. Soffrivo troppo. E allora mi sono affidato a quell’oggetto che gracchiava un po’, la voce non era sempre nitida, pulita… Il mio amico Nestor mi ripeteva di stare tranquillo, ma non ci riuscivo, ero agitatissimo”.

Fischio finale – “Ho fatto un salto con le braccia alzate verso il cielo, che era poi il soffitto dello spogliatoio. E mi sono messo a piangere. Sì, a piangere come un bambino. Avevo raggiunto il mio sogno e quello era il mio modo di festeggiare, mentre la gente impazziva di gioia, dentro e fuori dall’Olimpico”. 

“Scudetto figlio della sofferenza? Considerando il finale, direi di sì. Ma lo definirei anche lo scudetto della qualità. Eravamo la squadra più forte del campionato, e questo voglio gridarlo forte anche a venticinque anni di distanza. Nessuno era forte quanto la mia Lazio”. 

“Eravamo una squadra fantastica, dotata di grandissime qualità tecniche e, soprattutto, umane. E poi a guidarla c’era un allenatore speciale, Sven Goran Eriksson, uno che a me ha insegnato tantissimo. Mi ha spiegato come dovevo fare il calciatore e, contemporaneamente, mi ha fatto crescere come uomo. Gli devo tantissimo”. 

Il segreto del successo – “Molto semplice. Eravamo una squadra con tantissimi talenti. Penso a Mancini, a Boksic, a Nedved, a Mihajlovic, a Nesta, e di sicuro me ne sto dimenticando qualcuno… Bene, sapete che cosa ha fatto Eriksson? Non si è messo a disegnare schemi sulla lavagna, sapeva che sarebbe stato inutile, ma ci ha fatto sedere sulle panche dello spogliatoio e ci ha detto che cosa pretendeva da noi sul piano umano. Desiderava che ognuno di noi togliesse qualcosa al proprio ego e lo mettesse a disposizione del gruppo. Tutti fummo convinti da quel discorso, e i risultati sono lì a testimoniarlo. Quella Lazio era, prima di tutto, un grande gruppo. Si lavorava duramente in allenamento, ci si impegnava per la causa e si lottava dimostrando un’unità d’intenti che non è sempre facile trovare in un club”.

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PAROLA ALL'OPINIONISTA

‘QUELLI CHE…’ – Mattei: “Sono stato fortunato, ho commentato in diretta tv sia lo scudetto del 2000 che la Coppa Italia del 26 maggio” (AUDIO)

STEFANO MATTEI in collegamento a ‘QUELLI CHE…’

“Il 14 maggio del 2000 ebbi l’intuizione di farmi passare la partita di Perugia in bassa frequenza. All’epoca non c’erano le varie piattaforme, tutti la stavano sentendo. Solo io nello studio Rai potevo vederla, la voce di sparse e qualcuno della Lazio mi raggiunse: in una stanza 4×4 ci saranno state 50 persone.

Io ho avuto la fortuna di commentare in diretta sia quello scudetto che la famosa finale di Coppa Italia del 26 maggio 2013. Devi mantenere calma, lucidità, freddezza a professionalità; devi fare attenzione ad ogni singola parola”.

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SPECIALE 14 MAGGIO – Pancaro: “Scudetto in pieno stile Lazio, Eriksson l’artefice. E Sinisa…” (AUDIO)

GIUSEPPE PANCARO a 25 anni dal secondo scudetto della Lazio ai microfoni di Radiosei:

“Nonostante siano passati 25 anni le sensazioni sono sempre di grandissima soddisfazione. Lo scudetto con la Lazio è stato il punto più alto della mia carriera, è stato il sogno di un bambino che si è realizzato. È un un ricordo sempre vivissimo, che porterò con me per sempre.

Se per modalità, si può definire uno scudetto in pieno stile Lazio? Sì, uno scudetto unico, anche per tutto quello che che è successo.

Ricordo che noi all’epoca, nella migliore delle circostanze, speravamo di poter andare a fare uno spareggio con la Juventus, mai avremmo pensato che la Juve avrebbe perso a Perugia e quindi, ripeto, speravamo di poter andare a fare lo spareggio e invece ci fu il gol di Calori e la vittoria che ci diede la possibilità di vincere uno scudetto, secondo me, in modo meritato; in quegli anni, soprattutto nella stagione precedente, avevamo avuto la possibilità di vincere lo scudetto, non c’eravamo riusciti e nel 2000 quindi è arrivato il finale giusto dopo diverse stagioni fatte bene. Ricordo benissimo la grande delusione dell’anno precedente quando pensavamo di vincere invece poi purtroppo finì come tutti sappiamo; il Milan ci recuperò, ci superò e vinse lo scudetto. Diciamo che per poter vincere a volte, oltre alla bravura e alla forza, ci vuole anche quel pizzico di fortuna che ti aiuta e per noi, l’anno prima, quando vinse il Milan, alcuni episodi furono sfortunati; ricordo magari la partita in casa con la Juventus dove tutta la difesa era squalificata, me compreso, perché venivamo dal post derby, oppure un rigore non dato in Fiorentina-Lazio. Diciamo che gli episodi l’anno precedente non ci premiarono e poi invece, per fortuna, l’anno seguente sì.

Come abbiamo vissuto il pre gara? Non immaginavamo quell’epilogo stupendo. Noi eravamo veramente in forma straordinaria, nelle ultime 10 partite di quel campionato praticamente vincemmo quasi sempre,  stavamo bene fisicamente, stavamo bene mentalmente e quindi la speranza era che la Juventus non andasse a vincere a Perugia e con un pareggio ci sarebbe stato lo spareggio. Noi in quel caso ci sentivamo forti, perché stavamo bene. E invece poi, per fortuna, è finita ancora meglio con l’esplosione che ci fu all’Olimpico, al triplice fischio della sfida di Perugia.

Terminata la nostra gara ho guardato la partita di Perugia con Sinisa e Stanković. Ci sono state scene bellissime. Ognuno poi, l’attesa la viveva a modo proprio. Ricordo alcuni che praticamente non si sono mossi per 45 minuti dal posto in cui stavano. Poi subentra la scaramanzia, subentrano tantissime cose. Il mio, il nostro, con Sinisa e Stanković, era anche un modo forse per far terminare l’attesa, perché non guardare era ancora peggio e quindi in quel momento il tempo a noi ci scorreva un po’ più veloce, forse.

Eriksson? Quello è stato lo scudetto in primis dei tifosi laziali, di tutto il popolo laziale. È stato lo scudetto di Cragnotti, è stato lo scudetto nostro, però è stato principalmente lo scudetto di Eriksson, io penso che lui sia stato l’artefice principale di quella vittoria;  è stato colui che ha creato quel gruppo scegliendosi i giocatori uno per uno ed è stata la persona che, in un ambiente che tutti conosciamo, con alti e bassi, non ha mai perso l’equilibrio, è sempre stato molto lucido, ci ha sempre creduto anche quando eravamo andati dietro alla Juve di tanti punti. Ricordo come se fossi oggi una sua intervista in cui diceva che fin quando c’era la possibilità bisognava crederci, quindi è stato sicuramente lo scudetto di Eriksson, allenatore straordinario ma soprattutto un uomo unico che a me, come a tanti miei compagni, ha dato veramente tanto. Ancora oggi quando parlo di lui mi emoziono e mi reputo fortunato ad aver avuto la possibilità di dargli un ultimo saluto quando è venuto a salutare i tifosi della Lazio all’Olimpico. Lui faceva da equilibratore, non c’è stato mai bisogno che alzasse la voce. Noi in quegli anni eravamo abbastanza caldi di nostro anche in allenamento, nelle partitine, durante la partita e lui è stato sempre molto pacato, ha sempre tenuto i toni bassi e poi era una persona che si faceva voler bene dal primo all’ultimo componente di quella fantastica squadra. Tutti gli volevamo bene, tutti quanti avevamo grande fiducia e grande rispetto e quindi io sono convinto che l’artefice principale della vittoria di quello scudetto sia assolutamente lui.

È giusto anche ricordare Sinisa, pure lui è stato uno dei grandissimi protagonisti di quello scudetto, e purtroppo ci ha lasciato troppo presto. Anche lui è stato veramente un uomo straordinario, un uomo al quale io volevo davvero bene perché era una persona tutta di un pezzo, una persona onesta, schietta, leale; col passare degli anni, crescendo, uno si rende conto anche della fortuna che ha avuto nel poter stare insieme a persone di questo spessore. Le sue punizioni? Per noi, che ci stavamo a contatto tutti i giorni, era la normalità. Col passare degli anni ti rendi conto invece che faceva delle cose che di normale non avevano niente. Io penso veramente che lui abbia avuto, insieme a Maradona, il piede migliore della storia del calcio; lui faceva delle cose che poche altre persone al mondo erano capaci di fare. Spesso allontanava la palla di propositivo, se la tirava un po’ dietro perché così aveva la possibilità di farla scendere di più sopra alla barriera quando invece magari molti tendono a portarsela un po’ avanti”.

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SPECIALE 14 MAGGIO – Manzini: “Quello scudetto è stato l’apice. E il mio abbraccio con Cragnotti…” (AUDIO)

MAURIZIO MANZINI a 25 anni dal secondo scudetto della Lazio ai microfoni di Radiosei lo storico team manager biancoceleste:

“Il 14 maggio del 2000 non è una data casuale ma una data che segna l’ennesimo trionfo della Prima Squadra della Capitale. Io ho sempre creduto nei miracoli, per chi pratica una disciplina sportiva bisogna sempre puntare il più in alto possibile e nel calcio questo è lo scudetto, non posso che collocarlo all’apice.

L’abbiamo vinto forse per le personalità che c’erano nello spogliatoio e proprio per questo non ne abbiamo vinti 5/6.

Incontro Cragnotti-Lotito?? Mi ha colpito moltissimo ma soprattutto mi ha colpito l’abbraccio che ho potuto scambiare con Cragnotti: in un istante mi è passato davanti il film di una vita da laziale”.

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SPECIALE 14 MAGGIO – Il massaggiatore Doriano: “Mancini, Mihajlovic e Simeone ci credevano allo scudetto. Quando scendevano in campo…” (AUDIO)

Ruggiero Doriano, storico massaggiatore della Lazio, a 25 anni dal secondo scudetto ai microfoni di Radiosei:

“Se ho preferito la Lazio del -9 o quella dello scudetto? Quella del -9, forse perché ero appena arrivato, c’era grande entusiasmo; il clima era più famigliare, c’erano giocatori-amici. Nel 2000 era cambiato tutto l’ambiente, c’erano ovviamente giocatori fortissimi altrimenti non si sarebbero vinti quei trofei, ma mi trovavo meglio con la Lazio del -9. Con qualche personaggio non ho legato, non parlo della squadra o del presidente che sapete come ci trattava bene.

Ricordi dello scudetto? Io ero un po’ scettico, sappiamo com’era la Juventus di quel periodo, qualcuno invece era ottimista. Io avevo un collega, Sergio Viganò, che portò Mancini, che l’ultima giornata salì sul pullman con lo champagne perché se lo sentiva. Eriksson fino alla fine ci ha creduto.

Tra i più convinti della vittoria dello scudetto c’era Mancini. Anche Mihajlovic e Simeone. Menomale che mi sono sbagliato io (ride, ndr).

Il grande merito è stato di Cragnotti ma i giocatori che avevamo erano davvero forti, ma abbiamo vinto anche poco. Come minimo dovevamo avere un altro scudetto e fare qualche finale di Champions. Eravamo i più forti d’Europa. Cragnotti ha preso in un giorno Vieri, quando l’ho visto a Formello non ci credevo neanche io. Poi una volta eravamo in Brasile e a Zoff arrivò la telefonata in cui dicevano che avevamo preso Winter, Di Matteo e altre persone così; il presidente faceva delle ‘sorprese’.

Eravamo fortissimi. Loro andavano in campo e io dalla panchina avevo la sicurezza da subito che certe partite sarebbero finite 3-4 a 0, da come si mettevano, da come cominciavano.

Personalità? Abbiamo vinto proprio perché tutti ne avevano tanta. Da Veron a Mancini, a Mihajlovic. E anche Simeone, Almeyda. Quando andavano in campo lo vedevi. Sulla personalità non si poteva dire niente, erano uomini.

Lo stesso Stankovic, che era in panchina, aveva 19 anni ma quando entrava si vedeva che era forte. E l’anno dopo eravamo ancora più forte perché oltre quelli che c’erano Cragnotti prese Stam, Lopez e Crespo. Abbiam buttato lo scudetto perché l’Inter ci fece uno ‘sgarbo’.

L’anno prima ci ricordiamo cos’è successo a Firenze? Il rigore su Salas. Poi tre giorni dopo vincemmo a Birmingham, con Vieri che ha fatto gol di testa dopo che gliel’avevo fasciata.

Dalla panchina si vedeva proprio che non c’era partita, che avrebbero segnato”.

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Cragnotti: “Complimenti a Lotito. Scudetto? Auguro a questa Lazio di rivivere quei momenti”

Presente a Formello il presidente più vincente della storia della Lazio ha così ricordato l’indimenticabile scudetto del 2000:

“Volevo ringraziare il presidente Lotito per l’ospitalità. Senza dubbio è cambiata la società, i tempi. Viviamo in un’altra epoca, noi forse abbiamo vissuto momentio particolari. Sia Lazio che Roma volevano venire fuori dall’enigma di provincialità, si voleno fare delle garndi società e ribaltare l’egemonia del nord e quindi si cercò di portare aventi un progetto per far vivere ai tifosi una nuova era.

Grazie ai sacrifici ci siamo riusciti, con degli uomoni con forza, carattere e temperemaneto; infatti nella vita sono stati uomini di successo, vedi Simoeone, Inzaghie. tanti altri. Squadra fatta di veri uomini che lottavano con tutti i mezzi per ottenere la vittoria che tutti cercavamo.

Io auguro che la Lazio di oggi ci possa far rivivere quei momenti particolare, lottando con i valoro che il presidente Lotito richiama.

E’ una storia iniziata ormai 35 anni fa, dopo Calleri. E’ stata sempre una società travagliata. Io entrai all’epoca proprio con al voglia di portare il cambiamento. Io conoscevo il calcio brasiliano che mi aveva appassionato quindi vedevo che valore poteva trasmettere il calcio alla società romana per quello accettati e portai aventi il progetto.

Ci sono grandi responsabilità, il presidente Lotito lo sa, il tifoso vuole le vittorie che arrivano con sacrificio. Faccio i complimenti a lui per come ha fatto crescere Formello”.

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Lotito: “Grande rispetto per Cragnotti. Voglio tramandare i valori del club”

Il presidente della Lazio Claudio Lotito, dalla sala stampa di Formello, ha ricordato così lo Scudetto del 2000:

“Non esiste futuro senza passato. Manzini è emblematico, ha rinunciato a interessi personali per qualcosa che va sopra a tutto. La Lazio ti rapisce, ti coinvolge.

Questa è l’unica società insignita del titolo di ‘ente morale’ che porto avanti con orgoglio e responsabilità.

Nel calcio contano i risultati sportivi ed economici, ma visto il valore mediatico è giusto che ha il calcio è giusto che sia inclusione, rispetto delle regole, merito, capacità di aiutare l’altro. Noi lo dobbiamo fare nella vita dando stereotipi veri. Io voglio un calcio didascalico e moralizzatore.

Ho grande rispetto di Sergio Cragnotti e di quello che ha fatto, se sono qui è grazie a lui. E’ chiaro che quelli erano altri tempi e oggi ci sono regole più stringenti e portano ad avere comportamenti diversi.

Il tifoso è appassionato va premiato e tutelato, poi all’interno di questo ambiente ci sono delle persone che fanno del calcio un interesse. Io ho combattuto questo per riportare le regole, il rispetto, i valori. Questo per dire che non deve esserci la voglia di vincere a tutti i costi, ma per merito.

Non sempre abbiamo raccolto quanto meritato ma è un problema di tempo. Il mio compito al di là del ruolo di azionista è quello di tramandare i valori del club. Io spero che mio figlio potrà portare avanti tutto questo, non è una questione di famiglia ma semplicemente di tramandare valori importanti”.

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Zaccagni: “La lazialità ti entra dentro e mi ha portato a rimanere qui. Champions? Come diceva Eriksson…”

Presente a Formello anche capitan Zaccagni ha così parlato dello scudetto del 2000:

“La lazialità ti entra dentro, la città ti porta a respirare questa cosa. Mi è piaciuto molto ascoltare gli aneddoti del secondo scudetto. Anche i magazzinieri ci raccontano storie che hanno vissuto e noi le ascoltiamo con piacere.

Io l’anno scorso ho fatto una scelta importante per la mia carriera, la lazialità mi ha portato a rimanere qua e a sposare questo progetto”.

Poi in ‘zona mista’, al termine della conferenza stampa

Scudetto? Sarebbe qualcosa di magico, ai sogni ci si deve sempre credere e soprattutto porsi degli obiettivi e come diceva Eriksson, bisogna crederci sempre. Adesso è un calcio un po’ diverso, vanno messe delle basi solide per costruire una squadra per competere allo scudetto e io sono convinto che le basi si stanno mettendo e penso che la Lazio può iniziare a pensare di vincere qualcosa”. 

“Champions? È ancora tutto aperto, la lotta Europa e quella salvezza possono essere aperte a qualsiasi risultato e forse mai come negli ultimi anni, così tanto. Stiamo sul pezzo, mancano due partite e giocheremo al massimo”.