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FORMELLO – Lazio, Isaksen in bilico e Tavares in gruppo: Baroni può ridisegnare la trequarti

A Formello la seduta odierna porta in dote il ritorno di Nuno Tavares in gruppo. Il terzino portoghese sta lavorando a singhiozzo da ormai due settimane, senza riuscire a strappare la convocazione per il match contro la Juventus di sabato scorso. Questa settimana, resa ancor più importante dalla squalifica di Pellegrini, porta inevitabilmente i riflettori sulle sue condizioni. Al momento, la soluzione più probabile resta la ‘semplice’ convocazione. Impossibile stimare il minutaggio a disposizione di Tavares.

La coppia di terzini che scenderanno in campo contro l’Inter a San Siro, è quella formata da Lazzari a destra e Marusic a sinistra, con Hysaj pronto a subentrare. Al centro, Gigot coltiva speranze di titolarità nonostante il riposo osservato stamattina, ma resta dietro rispetto a Gila, per affiancare Romagnoli. Mandas fra i pali.

In mediana nessun dubbio di sorta: toccherà ancora al duo Rovella-Guendouzi. Discorso ben diverso per la trequarti, dove la squalifica di Zaccagni, sommata alla seconda assenza consecutiva a Formello di Isaksen, complica i piano di Baroni. L’esterno danese è alle prese con un fastidio muscolare e per questo il tecnico fiorentino sta valutando la carta Pedro, dal 1′.

Tchaouna al momento è escluso dai ballottaggi, esattamente come Dia che però, insieme a Castellanos, è certo di una maglia. Occhio quindi a sinistra, dove le opzioni sono due: Noslin o Dele-Bashiru, che oggi è stato nuovamente provato in allenamento. La terza opzione per la trequarti campo – al momento la meno probabile, vista la carenza di terzini – è quella con Marusic alto a destra. Le prove tattiche di domani saranno decisive.

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SPECIALE 14 MAGGIO – Cragnotti: “Empatia e partnership finanziarie le strade per crescere. La Lazio di oggi? Soddisfatto per le risorse…” (AUDIO)

2 Coppe Italia (1998, 2000), 2 Supercoppe Italiane (1998, 2000), 1 Coppa delle Coppe (1998-1999), 1 Supercoppa UEFA (1999) e ovviamente, la vittoria del Campionato italiano 1999/2000. Questa la bacheca aggiornata da Sergio Cragnotti, Presidente della Lazio dal 1992 al 2003, oggi ai microfoni di Radiosei, in ‘NMM’

“La prima cosa che penso è che sono passati troppi anni! (ride, ndr). Un ricordo bellissimo impresso nella mente, me lo porterò dietro per sempre. Noi speravamo nello spareggio finale, anche quando ascoltavamo la radiocronaca all’Olimpico. Già ce lo portarono via la stagione precedente, lo Scudetto. Alla fine pensai di aver realizzato il mio sogno. Cercavamo di dare alla Lazio una credibilità, una notorietà nazionale ed internazionale. Il coronamento di un progetto che forse ha portato pochi frutti, ma quelli raccolti erano eccellenti. Pensai poi a mio fratello Giovanni, era lui il precursore. Era lui che seguiva tecnicamente, anche con Zoff, la costruzione della rosa”.

“Capii che il mondo dello spettacolo calcistico doveva essere incuso nella globalizzazione. Per me concetti basilari nel mondo della finanza dal quale venivo, partecipai attivamente a quello che già all’epoca era il progetto del campionato europeo per squadra. Oggi il calcio è fatto di società finanziarie. Io lavoravo molto all’estero, viaggiavo in Cina e Australia e già vedevo la Premier League proiettata in quei mercati, con enorme partecipazione. Era un concetto che doveva aggredire anche l‘Italia, ma siamo sempre stati troppo conservatori, restii a questo tipo di investimento”.

L’abbraccio con Lotito? E’ riconoscenza ad un uomo che ha portato avanti un programma, poi ognuno è fatto a modo suo. Ha mantenuto e sviluppato quel gioiello che è Formello. Quando lo presi, pensai ad una casa comune per la Lazio. Con lo stadio invece, non ci riuscii. Flaminio? Me lo auguro, sarebbe il progetto più vicino alla mentalità del laziale, nel cuore di Roma. Sviluppo per la Lazio di oggi? Lotito ha espresso ieri che per lui è fondamentale patrimonializzare la società. Altri sistemi oggi sono di carattere finanziario, in cui delle partnership vengono fatte e create per dare supporto finanziario per la crescita sportiva e per un progetto vincente. Il tifoso vuole risultati, gli Scudetti, primeggiare. Quindi, credo che le partnership siano fondamentali per crescere. Come sistema calcio, credo arriveremo ad un grande campionato europeo con campionati regionali. Un po’ come in Brasile, più o meno”.

“Il rapporto con i tifosi? Io credo che sia fondamentale. Parlavamo di mezzi necessari alla crescita, ma tutto questo si fa per avere vicina la propria gente. Una partita senza il calore della gente non è una partita. Stadio e televisione sono due modi tanto diversi per seguire una squadra. Tutto questo si fa non per proprio egoismo, ma per dare gioia ed emozione a chi ama la maglia. Io soddisfatto della Lazio di oggi? Francamente sì, per quelli che sono i mezzi a disposizione, Lotito sta facendo navigare la squadra in Europa. Si può fare di più, ma bisognerebbe adottare un sistema diverso (vedi partnership finanziarie).

Se rifarei qualcosa diversamente? Credo che con la Lazio ne ho sbagliate poche. Forse sarei dovuto rimanere a lavorare all’estero (ride, ndr) anche comprando la Lazio. La cessione di Signori? Con quella cessione sarebbe arrivato Ronaldo. Eravamo in contatto con la famiglia, con il fratello. Avrei fatto il grande acquisto, la mia idea era di cedere, di fare la plusvalenza per portare grandi giocatori. La plusvalenza tra l’alro, all’epoca quasi non si conosceva”.

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SPECIALE 14 MAGGIO – “18.04, la Lazio è campione d’Italia”. Cucchi: “La dignità di Mazzone e la rabbia di Moggi: l’ordinaria follia di uno Scudetto irripetibile” (AUDIO)

RICCARDO CUCCHI, il radiocronista di Radio Rai che ha raccontato Perugia-Juventus nel 2000, in collegamento a ‘9 GENNAIO 1900’

A Perugia non c’era neanche una nuvola. Un caldo estivo, faceva un caldo impossibile. Ho ancora il ricordo vivo di quel nuvolone basso che si avvicina al Curi. Campo allagato in pochi minuti, il resto è storia. Noi della radio non avevamo il monitor a disposizione. La postazione del Curi era vicina al campo, ma io pensavo onestamente non si potesse continuare a giocare. Già pensavo a dove rimanere a dormire lì a Perugia, figuriamoci. Io giravo sempre con il regolamento calcistico con me e durante quella sosta, tutti i colleghi venivano da me a chiedere cosa sarebbe successo. Bisogna ricordare che il Curi aveva un drenaggio fenomenale, in un altro stadio forse non si sarebbe andati avanti. Mi aspettavo un comunicato che sospendesse la gara, e invece…”.

“Nel post partita, gli spogliatoi della Juventus erano sbarrati. Il primo a uscire fu Moggi, molto arrabbiato, parlò di campionato falsato. Mi sorprese invece la serenità di Carlo Ancelotti. Lo conoscevo dai suoi esordi, lui invece disse che era tutto regolare e fece i complimenti alla Lazio. Poi c’è Mazzone. Mi disse “c’è voluto un romanista per farvi vincere uno Scudetto!”.

“Nel 2000 c’erano già piattaforme televisive che seguivano il calco a pagamento. Io seppi solo alla fine delle operazioni che la mia radiocronaca. Quella Lazio strabordava di talento, specialmente a centrocampo. Non c’era un giocatore di basso tasso tecnico. Oggi sono sempre meno i giocatori di talento, prima era veramente centrale. Quella Lazio poteva vincere di più. Il mio preferito? Veron. Fantastico sulle punizioni, geniale nelle giocate. Regalavano emozioni giocando a calcio. Noi laziali ricordiamo i -9 di Fiorini, ma anche la Lazio partì da -9 nel 2000″.

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SPECIALE 14 MAGGIO – Marcolin: “Il gol di Simeone cambiò tutto, quello annullato a Cannavaro ci fortificò. I minuti finali nello spogliatoio…” (AUDIO)

Speciale 14 Maggio: Dario Marcolin, centrocampista Campione d’Italia 99/00 con la maglia della Lazio, ai microfoni di Radiosei in ‘9 GENNAIO 1900’

I passaggi chiave della stagione

“La stagione ci cambia completamente con il gol di Simeone a Torino su assist di Veron. Siamo diventati così una squadra che ha cominciato a crederci veramente. Quella cavalcata nasce lì, ma va sottolineato come quella squadra poteva ambire praticamente a qualsiasi cosa, niente le era preluso in partenza. Il gol annullato a Cannavaro? Anche noi avevamo assorbito la rabbia dei tifosi, ma ci ha anche fortificato. Eravamo contro tutto e contro tutti a quel punto. Noi sapevamo che tanto dipendeva di noi, eravamo consci dei nostri grandi mezzi”.

Un finale inaspettato

“L’ultima giornata di campionato contro la Reggina, il nostro pensiero fisso avvicinandoci allo stadio era arrivare in qualche modo allo spareggio con la Juventus. Non ci aspettavamo minimamente quell’epilogo, nessuno se lo aspettava e non c’era niente di preparato allo stadio. Una giornata che ci ha cambiato la vita, letteralmente. Dopo il fischio finale all’Olimpico – prosegue Marcolin – noi eravamo tutti nello spogliatoio. Nessuno voleva sentire nulla, neanche la radio. Avevamo paura che ascoltando avremmo portato in qualche modo fortuna alla Juventus. Mi ricordo la scena: tutta la squadra seduta, muta, nessuno voleva sapere assolutamente nulla. Ogni tanto entrava qualcuno e tutti si aspettavano che avrebbe portato un cambio di risultato. Pensavamo “vedrai che adesso pareggiano, adesso pareggiano…”. Fu una liberazione: qualcuno da un calcio alla porta e urla “è finita!”. Avevamo paura della delusione, per noi e per i tifosi. Era un gruppo unito in un silenzio di tomba, in quei secondi finali. Nessuno si azzardava a muovere un muscolo. Attimi di speranza e di tensione”.

La Lazio Scudettata spiegata ai ventenni di oggi

Se dovessi raccontare quella Lazio ad un ragazzo di vent’anni? Gli parlerei della testa di questi giocatori, della mentalità. Nesta e Mihajlovic si compensavano; a centrocampo avevamo malizia e cattiveria, oltre alla tecnica debordante di Veron che spesso iniziava terminava l’azione. Esterni bravi nell’uno contro uno, la classe di Mancini e attaccanti che ruotavano sistematicamente. Eriksson – prosegue Marcolin – era il collante, riusciva ad ottenere da tutti qualcosa. Era un innovativo, un moderno. Era uno di noi, uno del gruppo”.

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SPECIALE 14 MAGGIO – Marchegiani: “Lazio poliedrica figlia di Eriksson. Lo Scudetto coronò un percorso coraggioso” (AUDIO)

Speciale 14 maggio: Luca Marchegiani, portiere della Lazio Campione d’Italia 99/00, ai microfoni di Radiosei in ‘NMM’

I protagonisti di una squadra irripetibile

“Esperienza indimenticabile, gioia immensa. Il coronamento di un’intera carriera, di tutti quelli che hanno cominciato quella lunga scalata verso la vetta. Ho avuto la fortuna di assistere allo sviluppo di quell’idea, di quella squadra fortissima. Siamo cresciuti insieme e forse quella è la soddisfazione maggiore. Abbiamo costruito una squadra che non ha vinto per caso, ma seguendo un percorso a tappe ben preciso. Siamo partiti con ambizioni e consapevolezze. Eriksson? Allenatore straordinario, perché è riuscito a combinare la sua capacità di arrivare ai giocatori e ottenere il massimo, a un’esperienza nella gestione e nella chiarezza tattica. Sapeva adattare la squadra ai momenti e alle situazioni, era un calcio meno preparato a tavolino. Serviva quella sensibilità di capire quale fosse la mossa giusta da fare nel momento chiave della stagione.

La fiducia guadagnata

“Ricordo quando venne espulso Favalli nel derby dopo pochi minuti, primo anno di Eriksson. Eravamo frastornati, ma lui non tolse una punta, bensì Almeida. Ci lasciò sorpresi – prosegue Marchgiani – ma al tempo stesso diede un segna,e di entusiasmo e coraggio che ci permise di ribaltarla. Guadagnò stima e fiducia da parte del gruppo. Sven era un uomo che difficilmente lasciava trasparire emozioni, la sua dote migliore era quella di tener fuori la squadra dalle questioni esterne. Fu messo spesso in discussione anche pubblicamente anche dalla tifoseria, alcuni pensavano servisse un ‘manico’ diverso. Alla fine, lo Scudetto porta il suo nome”.

Un flashback di 25 anni: il triplice fischio all’Olimpico e l’attesa…

“Di aneddoti ce ne sono tanti, ma la giornata finale fu speciale. Un altalena di emozioni infinita. Io ero infortunato, ero a bordo campo con mio figlio piccolo. Quando ci fu l’invasione prima del finale a Perugia, uscii e tornai verso casa. In macchina sentii però il gol di Calori e a quel punto, girai la macchina e tornai indietro (ride, ndr). Tornai quindi con speranza e un filo di disillusione, perché quando dipendi dai risultati degli altri non hai mai tante sicurezze. Non era artefice del tuo destino e non era facile arrivare al traguardo. La delusione della stagione precedente era ancora viva, nessuno voleva illudersi. Lo spareggio era il massimo delle aspirazioni, la vittoria del Perugia era al di là dia qualsiasi aspettativa”.

Una squadra poliedrica: talento e personalità

“Quella squadra aveva un talento straordinario. Tante, tantissime soluzioni che la facevano essere tra le migliori della Serie A. Un campionato pieno di grandi giocatori in generale. Se pensi al centrocampo di quella Lazio, c’erano grandi giocatori e tutti con caratteristiche diverse, in grado di incidere in tanti momenti della partita. Sui calci piazzati con Sinisa era come avere un attaccante in più. Secondo me avevamo, in più delle altre, proprio questa incredibile varietà di soluzioni in campo”

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SPECIALE 14 MAGGIO – G. Grassi: “Da Vieri al UEFA, lo Scudetto l’apice di 30 anni di Lazio” (AUDIO)

Gabriella Grassi, responsabile della segreteria della Lazio dal 1969 al 2003, in collegamento a ‘NMM’

“Per noi il 14 maggio è sempre una bella giornata! Quella domenica incredibile, da pazzi, con gli occhi all’Olimpico e le orecchie a Perugia. In famiglia mi dicono: “il primo figlio di mamma? La Lazio!”. Le ho vissute veramente tutte in società, dalla povertà fino all’apice della gioia. Per questo dico che il tifoso laziale è speciale, perché è la somma di tutte le esperienze, positive e negative. Non rimpiango nulla, rifarei tutto da capo”.

“Ho avuto modo di collaborare sempre con persone competenti in seno alla società. Cragnotti? E’ un uomo, lo avete visto ieri a Formello, di una classe immensa. Educato, rispettoso e sa comprendere gli altri. E’ stato ‘bastonato’ per 20 anni, ma quando si ripartiscono i meriti per quello Scudetto, lui ne ha più di altri. Cragnotti è stato eccezionale, soprattutto sotto il punto di vista dei rapporti. Con i giornalisti, ad esempio, era disponibile. Ho amato moltissimo anche Umberto Lenzini, che ho vissuto nella parte finale ovviamente. Anche lui umanamente fantastico”.

“Di matasse da sbrogliare ce ne furono tantissime. Dalle litigate con l’UEFA fino all’arrivo di Bobo Vieri. Sapevo con chi trattavo e come farlo, non ebbi mai bisogno di dove modificare il mio approccio. Inizialmente presi questo lavoro quasi sottogamba, ma una volta entrata negli ingranaggi, diventò difficile uscirne. L’emozione più grande però, fu la conquista dello Scudetto. Nessuno ci credeva, non avevamo preparato niente. Quando l’ispettore di lega mi comunicò che stava iniziando il secondo tempo a Perugia, iniziò un interminabile attesa”.

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‘NMM’ – Agostinelli e lo Scudetto: “Veron il più forte, Eriksson fece ‘il Maestrelli’. Un pensiero per Mazzone…” (AUDIO)

Andrea Agostinelli in collegamento a ‘NMM’

“Non ero in campo quando la Lazio si giocava lo Scudetto. Ci arrivavano notizie sul caos al Curi. L’emozione di sentire alla radio: “Lazio campione” è indescrivibile, semplicemente indescrivibile. Vincere così uno Scudetto, assolutamente meritato, è straordinario. Ma come fai ad aspettarti un epilogo del genere? Mazzone, un grandissimo davvero, fece le cose giuste. Una partita giusta. Il calcio a volte è anche questo e aggiunge credibilità a tutto il sistema”.

Il centrocampista più forte di quella Lazio era Juan Sebastian Veron. Non ho dubbi. Parliamo di un campione, secondo me anche sottovalutato a livello mondiale. Faceva delle cose fuori dall’ordinario. Bello e concreto, regista e rifinitore. Io lo metto vicino a Zidane, per me era qualcosa di veramente speciale. Oggi non ce ne sono, forse Rodri (con caratteristiche diverse) può esser avvicinato alla sua grandezza”.

Eriksson? Lui faceva giocare bene le squadre, non solo la Lazio. La vittoria di quel campionato però, fu un successo legato alla gestione, più che alla tattica. Sapeva gestire in maniera favolosa spogliatoi complicati, con tantissima personalità. Quello del 2000 aveva tante ‘prime donne’, non ce lo dobbiamo dimenticare. Un allenatore molto vicino a Maestrelli, in merito al rapporto con la sua squadra. Da levarsi il cappello, davvero, di fronte ad un mito assoluto”.

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‘NMM’ – D. Rossi su Inter-Lazio: “Proibitiva, ma niente da perdere. Quanti rimpianti fra Parma e Juve…” (AUDIO)

Delio Rossi in collegamento a ‘NMM’

Inter-Lazio

“Importante giocare in contemporanea. Con la Juventus era ancora più importante per lo scontro diretto, sicuramente a Milano non sarà facile. Non so che Lazio aspettarmi contro l’Inter, con loro ancora in lotta per lo Scudetto. I nerazzurri sono i più forti del nostro campionato, su questo non ci piove. Sabato ho visto una Juve ai minimi termini, i rimpianti grossi sono per la Lazio. I punti persi, specialmente col Parma, pesano come un macigno. La Lazio deve andare a San Siro giocandosi tutto, senza troppi pensieri. E’ una partita proibitiva, ma la Lazio non ha niente da perdere”.

“La Lazio ha fatto molto bene fuori casa, specialmente nel 2025. Forse il fatto di non avere quella pressione di dover fare il risultato a tutti i costi, può essere un fattore a favore dei biancocelesti. Ho la sensazione che Baroni abbia un atteggiamento più conservativo in questo finale di stagione, che miri prima a non prenderle che a darle. La contemporaneità è giusta, ma da allenatore, non vorrei che nessuno si metta a vedere sul cellulare ciò che succede su gli altri campi”.

Lo Scudetto del 2000

“Del 14 maggio ricordo la pioggia (ride, ndr) e l’immagine di Collina che prova a far rimbalzare il pallone. Ovviamente non avevo idea che la Lazio sarebbe entrata nella mia vita, ma credo che per ogni tifoso laziale sia fondamentale ricordare il passato, per affrontare il futuro. Chi mi piaceva di più? Nedved l’avrei allenato volentieri. Era un giocator che incarnava tutte le caratteristiche del calciatore completo. Aveva personalità e sapeva guidare gli altri. Ogni allenatore lo avrebbe voluto, anche perché faceva la differenza nelle partite che contavano veramente”.

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Lazio-Juve, Baroni in conferenza: “Ultime due gare da giocare alla morte. Futuro? Farà valutazioni il club ed anche io”

Lazio-Juve, Baroni in conferenza stampa al temrine del match: “Soddisfazione per la prestazione assolutamente, abbiamo commesso un errore che abbiamo pagato a caro prezzo. La squadra è rimasta comunque lucida, ha creato tanto, 29 cross. La Juve ha gamba, ha velocità, ha qualità, quindi secondo me se tolgo l’errore del gol la partita è stata ottima sotto tutti i punti di vista. Primo tempo un po’ bloccato ma lo sapevamo, l’unica cosa che non volevo prendere quel gol”.

“Loro hanno Locatelli che allunga e credevo che nella corsa Dele potesse vincere i duelli tanto è vero che per un paio di volte non è arrivato in porta per poco. Secondo me la gara è stata interpretata bene. Champions? Non ci sono chance in questo momento. Noi dobbiamo credere in quello che facciamo, la squadra è viva e non molla mai. Ci giocheremo le prossime due gare a viso aperto”.

“Noi siamo mortificati di non riuscire a vincere in casa ma la Lazio ha eguagliato il record di vittorie esterne tra campionato e coppa. Questa gente merita la vittoria ma la prestazione non è mai stata, se non pochissime volte, negativa. Quando si vuole creare un’identità forte noi guardiamo il percorso che abbiamo fatto, le prossime due gare ce le giocheremo alla morte. Rovella? I giocatori devono essere arrabbiati quando escono. Ma io deve essere lucido perché sapevo benissimo in quel momento che Vecino poteva darci una mano perché era una gara bloccata e quindi lo rifarei altre 100 volte”.

“Cross? Ci sono dei giocatori che hanno delle caratteristiche. Normale che Tavares abbia numeri migliori, oggi il cross è di Lazzari. La qualità la vogliamo perfezionare ma intanto metterli dentro è la cosa più importante. Ci sono dei dati, come quello dei gol subiti nella ripresa dei secondi tempi, che contano ma c’è anche l’avversario. Abbiamo preso un’imbucata e loro sono stati bravi a sfruttare l’occasione. Non so quanti tiri ha fatto la Juve. Guardiamo anche quello che funziona, non solo quello che non funziona che comunque cerchiamo di migliorare. I giocatori stanno dando tutto quello che hanno dall’inizio della stagione. Io continuo a fare i complimenti alla mia squadra”.

“Siamo dispiaciuti ma credo che la squadra nelle prestazioni ha sbagliato poco. Poi chiaro, come detto, vengono qui delle squadre che si abbassano e si mettono davanti all’area di rigore e non è facile. La squadra quella mobilità del girone d’andata non è facile ce l’abbia alla 50esima gara della stagione. Io non posso rimproverare niente ai miei giocatori. Futuro? Metto il casco, l’elmetto e arrivo in fondo. Poi si tira una linea, lo farà la società e lo fa anche Baroni. Ma si deve arrivare in fondo perché stiamo facendo qualcosa di importante e io sono orgogolio della squadra”.

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Lazio-Juve, Romagnoli: “Consapevoli degli errori commessi, con l’Inter per rifarci. Futuro? Spero vengano mantenute le promesse”

Lazio-Juve, Alessio Romagnoli in zona mista al termine del match: “Dispiace, ci tenevamo a vincere oggi. Era uno scontro diretto fondamentale, ma meglio non perderla se non riesci a vincerla. Potevamo legger meglio alcune situazioni, è capitato spesso quest’anno, abbiamo sbagliato tanto. L’importante però è saper reagire. Percorso positivo? Siamo lì per la corsa, il nostro obiettivo è sempre stata la Champions, però dispiace per le partite in casa non vinte. Non possiamo guardare indietro ora, andiamo avanti. L’Inter? Partita difficilissima e aperta, bella da giocare, cercheremo di fare il meglio. La gara d’andata? E’ una spinta in più, vogliamo rifarci”.

“La scenografia? Bella ed emozionante, dispiace non aver dato una gioia oggi. Permanenza? Ho due anni di contratto, vediamo cosa vuole fare la Lazio. Io sto benissimo qui, è sempre stato il mio sogno, andrei via a malincuore. Avevamo delle promesse che fino ad oggi non sono state mantenute, magari qualcosa succederà in settimana, speriamo”.